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Redattore Sociale. Gli eritrei ostaggio in Sinai: “Fate presto perché qui stiamo morendo”

La richiesta d’aiuto lanciata attraverso il Mediterraneo dai profughi tenuti in ostaggio nel deserto del Sinai e raccolto dall’Agenzia Habeshia, che rilancia un appello alle istituzioni italiane affinché possano fare pressione sul governo egiziano

ROMA -  “Fate presto perché qui stiamo morendo”. È la richiesta d’aiuto lanciata attraverso il Mediterraneo dai profughi tenuti in ostaggio nel deserto del Sinai ormai da una trentina di giorni e raccolto dall’Agenzia Habeshia, che questa mattina presso la sala stampa di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, rilancia un appello alle istituzioni italiane affinché possano fare pressione sul governo egiziano per far sì che i circa 250 profughi eritrei, etiopi, somali e sudanesi prigionieri possano salvarsi dal baratro su cui pendono. L’iniziativa, organizzata dall’associazione A buon diritto e il Consiglio italiano per i rifugiati, è stata voluta per porre l’attenzione del mondo politico sul ruolo dell’Italia in una nuova tragica vicenda di cui sono vittima i profughi che scappano da scenari di guerra e da condizioni di vita difficili.
La situazione aggiornata delle condizioni di vita dei profughi la fornisce don Mussie Zerai, sacerdote cattolico eritreo, direttore dell’Agenzia Habeshia. “Ho chiamato alle 9:30 di stamattina per chiedere la situazione attuale – ha spiegato Zerai -. Ogni ora che passa è sempre più drammatica”. In catene come schiavi: umani, uomini, donne – alcune incinte – e bambini. Tenuti in ostaggio da beduini trafficanti per chiedere un riscatto. Ma ora dopo ora, ha affermato Zerai, la situazione diventa sempre più critica. “Mi hanno riferito che non è cambiato nulla – ha raccontato -. Sono ancora in catene, in condizioni disperate. Una delle donne è incinta e mi ha detto che non ce la fa in queste condizioni. Vivono nella sporcizia, in condizioni igienico sanitarie pessime. Alcuni sono feriti a causa delle botte prese, soprattutto con lo scadere degli ultimatum lanciati dai trafficanti sabato e domenica, quelli che non hanno versato neanche un centesimo sono stati picchiati selvaggiamente. Parlano di teste fracassate, braccia e gambe rotte. C’è chi zoppica e chi sanguina, c’è un’urgenza di cure”.
L’obiettivo dei trafficanti è ottenere un riscatto dai familiari. Don Mussie Zerai, infatti, riesce a mettersi in contatto con loro fingendo di essere un parente. Ma chi non ha parenti o possibilità economiche per pagare il riscatto fa una brutta fine, le intenzioni dei trafficanti vanno oltre ogni immaginazione. “Dalle informazioni che ci hanno dato ci risulta che li costringono a chiamare i familiari. Chi fa resistenza viene marchiato con il fuoco. Sabato, poi, hanno prelevato 4 persone che dicevano di non aver nessuno che poteva pagare il riscatto. Sono stati portati in clinica per poter asportate un rene e venderlo. Di loro non hanno avuto più notizia. Ogni ora che passa diventa sempre più pericolosa per queste persone”.
Ma in questo scenario qual è il ruolo dell’Italia? La richiesta di un impegno immediato nel far pressione alle autorità egiziane, si affianca anche ad un’accusa alle politiche dei respingimenti. “La decisione di respingimenti e la chiusura dei propri confini porta anche a queste situazione. L’Italia in questo senso è coinvolta. Molti dei prigionieri sono partiti dalla Libia, sono circa 80. Tra loro anche una donna con un bambino di 8 mesi che era stata respinta il 6 giugno di questo anno, quando erano vicino a Lampedusa. Fui io stesso a lanciare l’allarme alle autorità. Hanno aspettato tre giorni perché arrivasse una motovedetta italiana con agenti libici. Questa donna ora è lì”. Oggi, però, sul nodo dei respingimenti prevale la necessità di salvare queste persone. “L’unico che può intervenire è lo stato egiziano – ha affermato Zerai -. Occorre insistere e premere sul governo egiziano perché intervenga. Sono a poche distanze dal confine israeliano. Le informazioni sulla loro posizione e il numero di telefono a cui chiamo sono già state consegnate alle autorità italiane e all’Unhcr del Cairo per localizzarli al più presto possibile. I trafficanti sono al corrente del tam tam mediatico e c’è il rischio che vengano spostati in un altro luogo”. (ga)

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