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Più cemento per tutti!

Mar Ionio, litorale salentino Sarà quella che mia madre chiama la "gnacquera" (si scriverà così? certe parole non si scrivono, si pronunciano e basta), termine preso – suppongo – dalla parte marchigiana delle sue origini; sarà cioè la fiacca, indotta dal caldo di questi giorni di Puglia, dall’idea stessa di vacanze estive, dallo scoramento per un Paese allo sbando; sarà quel che sarà, ma se ciò che leggo sul giornale profondamente m’indigna, non altrettanto facilmente riesco a metterlo nero su bianco. Così latito un poco, nonostante la legge sulla sicurezza, il razzismo che conquista gli animi italici, la nuova colata di cemento che s’appresta a essere versata sulla Penisola "grazie" al piano casa del governo.

Proprio ieri sera mi trovavo sul litorale di Porto Cesareo (Lecce), comune universalmente famoso per aver dedicato una statua a Manuela Arcuri (una foto la trovate nell’articolo della scorsa estate In diagonale su Yoda), paese stupendo, in realtà, con un mare incredibile, soprattutto se un* viene dal profondo nord. Parlando con chi quei luoghi vive da cinquant’anni, ho sentito il racconto di quando, alle spalle della costa, era tutta campagna e per chilometri potevi camminare sulle dune (altissime allora), separate dalla strada da una fitta boscaglia mediterranea. «Qua c’era solo un palazzo, anzi, no: c’erano i due edifici delle colonie, e tutto il resto era campagna».

Difficile da immaginare, abituato al susseguirsi non interrotto di stabilimenti, adiacenti ormai l’uno all’altro, a formare veri e propri "conglomerati" balneari. Eppure noto anch’io che, rispetto alle prime volte che venivo da queste parti, la cementificazione ha camminato con gambe di gigante: ora le file di caseggiati e di villette a schiera corrono più all’interno, parallele a quelle sul mare. Il litorale si fa città, ma una città strana: quasi deserta l’inverno, piena di gente e traffico l’estate. «Quell’albergo era una capanna che faceva solo pesce fritto», mi dicono. Poi la capanna s’è ingrandita, s’è fatta di muratura, è nato un palazzo di vari piani, con l’hotel, il ristorante, lo stabilimento sulla spiaggia. Il meccanismo è quello spiegato dal blog Femminismo a Sud, in un articolo che ho già citato:

A casa un po’ ci si sbraca e dunque c’e’ questa pessima abitudine per cui costruisci a poche decine di metri dal mare privando tutti gli altri di un bene pubblico. La villetta al mare è uno sport che fanno ricchi e meno ricchi. Investire sul mattone è sempre stato proficuo perfino per gli operai metalmeccanici di ritorno. Prima o poi arriva una sanatoria a legalizzare tutto sicchè la spiaggia si trasforma in case, le case costruiscono verandine ogni anno più larghe e dopo un po’ mettono un bel recinto di legno o di ferro. Quando hanno acquisito almeno altri quattro metri quadri tirano su un muretto e quel muretto diventa un muro portante con tanto di pilastri ed ecco che l’operaio che lavora a milano ma torna a fare le vacanze in Sicilia ha ottenuto un’altra stanza.

Ci sono case lungo le coste che le vedi crescere a vista d’occhio. Veranda  muretto pilastri stanza e ancora veranda muretto pilastri stanza. La perfezione arriva quando sopra la stanza abusiva, di una casa abusiva, su un terreno abusivo, costruiscono ancora un’altra stanza. Al pian terreno ci sarà l’appartamento per un nucleo familiare e al primo piano un altro appartamento per un altro nucleo familiare o da affittare. Una veranda e un muretto più tardi viene su anche una scala a chiocciola che consente ingressi separati e l’opera è finita, si spera.

Oppure ci sono i nuovi piani regolatori, le deroghe, i condoni (così frequenti che fanno quasi pena i quattro disgraziati che dopo aver messo i loro soldi in costruzioni abusive hanno perso tutto perché per una volta la finanza è arrivata davvero). Oppure c’è il piano casa del governo che – nelle forme e nei modi decisi dalle singole regioni – consente di aumentare, anche di percentuali importanti, la cubatura dei propri immobili. Del «piano casa» ho parlato QUI, prima che le regioni decidessero come recepire il decreto del governo che, con la scusa di destinare 550 milioni di euro all’edilizia popolare, dà il via libera ai costruttori (una delle lobby più importanti di questo Paese fondato sule lobby) per finire di devastare il territorio nazionale. Legambiente, che ha dato i voti ai piani casa approvati dalle singole regioni, ne "promuove" appena 3 su 20 (o forse su 21, visto che la provincia di Trento e quella di Bolzano sono considerate separatamente). Solo 10 regioni prendono in qualche modo in considerazione l’esigenza di incrementare l’efficienza energetica delle abitazioni e molte regioni pongono pochissimi vincoli all’intervento in considerazione della natura delle varie aree. Se la Puglia, la Toscana e la provincia di Bolzano escludono dagli interventi i centri storici, i parchi e le aree vincolate da limiti legislativi, le altre regioni non si dimostrano altrettanto virtuose, fino al caso limite di Friuli Venezia Giulia, Molise, Valle d’Aosta e Sicilia, che semplicemente non pongono alcun limite. Anche le percentuali di ampliamento delle cubature superano spesso il limite del 20% fissato dal decreto nazionale (si parla, addirittura, del 90% in Sicilia, in caso di demolizione e ricostruzione).

Ma il mare di cemento che s’appresta a essere versato sul sempre più ex Belpaese non risolverà il problema di chi la casa non l’ha per davvero.

«Poche settimane fa, l’Istat ha certificato che dal 1999 al 2006 sono stati costruiti oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento», rileva Paolo Berdini sul manifesto del 22 luglio. «Il 40% di questa mostruosa quantità edilizia è costituita da case: sono state dunque costruite 2 milioni e mezzo di nuove abitazioni, mentre il numero delle famiglie è cresciuto solo di poche decine di migliaia. Qualunque governo dotato di un minimo di serietà sarebbe dovuto partire da questa gigantesca contraddizione: un mare di cemento e l’emergenza abitativa per una consistente fetta di popolazione». Il problema, dunque, non è costruire di più, ma uscire dalla logica dominante, quella dell’economia liberista, che costruisce «per il mercato» e «i fondi immobiliari internazionali»; magari declinando – come suggerisce Berdini – «un nuovo ruolo dello Stato», prendendo atto del fallimento dei privati. «Se le regioni progressiste smettessero di partecipare alla gara al ribasso con la cultura berlusconiana», infatti, «e provassero a cimentarsi in questa sfida, potrebbero disegnare un futuro che affidi al recupero del paesaggio e dell’ambiente e alla riqualificazione delle città i settori su cui fondare uno sviluppo nuovo» Nella foto (di Lara Cavagnino oppure mia, non ricordo) lo Ionio visto dal litorale salentino.

Da http://mariobadino.noblogs.org/

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