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Prendiamo Guantanamo

Allargo lo sguardo oltre il mio giardino di casa, oltre la sagoma della mia città, oltre la terraferma, oltre il Mediterraneo e il canale di Sicilia con le sue motovedette italiane di ritorno dalle coste libiche, dove è appena stato scaricato al mittente, per il macero, l’ultimo carico di rifiuti umani, clandestini o potenziali rifugiati che fossero, per accorgermi che lo skyline non cambia nemmeno oltre il mio orizzonte più immediato. Lo scenario del diritto umano resta desolante anche nel mondo nuovo di Obama, il cui avvento messianico -si favoleggiava- avrebbe ripulito e ricostruito tutte le macerie di quell’ecatombe dell’umanità e della democrazia che è stata l’era Bush. No, il mondo non è cambiato e non cambierà nell’immediato, anche e soprattutto perchè, al di là dei soprusi del potere, tanto reiterati e inflazionati da non risultarci più mostruosi, anche e soprattutto perchè ciò che prima scandalizzava e prostrava la nostra coscienza di esseri umani, oggi non la scandalizza e non la scalfisce quasi più.

Prendiamo Guantanamo. Questo nome evoca ormai, nella coscienza collettiva, lo scientifico rovesciamento del garantismo, cardine degli ordinamenti giudiziari delle democrazie; da Guantanamo in poi non vale più il principio che si è innocenti fino a prova contraria, piuttosto che si è colpevoli fino a prova contraria.

Da quando il nuovo leader americano, dall’alto del suo carisma morale e della sua simbolica posizione di riscatto delle minoranze, ne ha annunciato la chiusura, già prima di essere effettivamente eletto, sono passati molti mesi; a tutt’oggi, secondo l’ufficioso elenco del New York Times, nel carcere simbolo dell’illiberalità della più liberale democrazia del mondo, sono rinchiusi ancora circa 250 prigionieri, 250 esseri umani prelevati violentemente dalle loro case e famiglie sparse per il pianeta qualche anno fa, senza nessun diritto e giustificazione, e privati da lungo tempo di ogni possibilità di vivere la propria vita. Privati della normalità. Sulla maggior parte di essi e degli altri circa 500 detenuti già liberati o trasferiti, come l’amministrazione americana ha sempre ammesso senza la necessaria vergogna, non pende nessun capo d’imputazione. Su di essi pende, come la ghigliottina di un boia che non sopporta consigli nè obiezioni, solo il sospetto di potenziale nocività per gli interessi degli americani, specie umana privilegiata contro la cui superiorità della razza è passibile di pena persino il cattivo pensiero. La gente reclusa a Guantanamo odia gli USA. Per questo è pericolosa a priori. Se questo principio fosse applicato universalmente ci sarebbe bisogno di una Guantanamo con milioni, forse qualche miliardo di celle. Un megapenitenziario grande quanto un continente, per tutti gli invidiosi dell’America che si annidano insidiosi in ogni dove. Come se il risentimento degli abitanti di mezzo mondo nei confronti degli Stati Uniti fosse solo l’effetto di una malsana e irrazionale e malcelata invidia per il popolo eletto e non la risultante di più di mezzo secolo di politiche estere invasive, cruente e imperiali, di presidenti, di amministrazioni e di lobbies con la manìa del dominio e del controllo globale, con la missione della riduzione del mondo a colonia del proprio impero, con le buone o con le cattive. E ora arriva Obama, questo nero con la faccia da bravo ragazzo, questo uomo di buona volontà con un linguaggio da messianica guida spirituale, a svegliarci dall’incubo, a ripristinare il diritto universale, a portarci la lieta novella della chiusura di Guantanamo, ad annunciare la definitiva cancellazione della cancellazione della democrazia e della legalità. Ma; c’è un ma. Chiudere Guantanamo si, ma con calma, comunque non prima di avere sbrigato delle faccende. Non prima di aver deciso (il governo americano, non le vittime) dove andranno a finire gli ex (illeggittimamente) detenuti. Non prima di aver preso accordi con i paesi di provenienza. Non prima di aver dato fiato ai tromboni della propaganda. Non prima di aver oliato a dovere gli arrugginiti ingranaggi della diplomazia internazionale. Non prima di essersi assicurati che la riapertura delle gabbie non si ritorca contro gli stessi americani. Obama il buono sembra dire: ieri abbiamo sbagliato, da oggi in poi non lo faremo più. E invece ci sta dicendo: ieri abbiamo violato la legge e i diritti umani, domani non lo faremo più, ma per oggi continuiamo a violarli. Come se riconoscere il valore dei diritti umani non ne implicasse l’immediato ripristino. Come se denunciata l’ingiustizia e la mostruosità di un atto non ne dovessero essere disinnescate e annientate, all’istante, tutte le conseguenze. E invece sembra proprio di no: la legalità può attendere, i diritti umani pure. Gli interessi americani vengono prima di tutto, Dio compreso. L’unica prerogativa concessa al Padreterno è quella della benedizione, comunque vada. God bless America, in ogni caso. Mi metto nei panni di Dio e provo un insostenibile imbarazzo al solo pensiero di essere invocato per benedire, dire bene, di Guantanamo e di molto altro.

Ma il peggio devo ancora scriverlo.

Perchè il peggio è che Guantanamo ha fatto scuola nella nostra coscienza di persone, ormai assuefatta al sopruso su noi stessi e sugli altri e quasi definitivamente immune da qualsiasi senso dell’inaccettabile. Quella prigione maledetta, simbolicamente al centro del nostro mondo occidentale civilizzato e terrorizzato, non solo ha scavato una breccia profonda nell’intero corpus del diritto internazionale, non solo ha aperto una ferita putrescente nella civiltà dei diritti della persona, ma ha provocato una deflagrazione inaudita nel nostro corpo e nella nostra anima di umani del XXI secolo, di specie in evoluzione. Mi è capitato qualche giorno fa, come studente di un corso di Diritto Internazionale, di sentirmi dire che ci vuole tempo per ripristinare il diritto, che gli aspetti problematici aperti da questa vicenda non sono facilmente e velocemente risolvibili. Che la diplomazia necessita dei suoi tempi. Che ci vorrà ancora un poco prima di poter liberare definitivamente i detenuti senza capi d’imputazione a carico. Ho chiesto alla mia insegnante se la penserebbe allo stesso modo nel caso a Guantanamo ci fosse stata rinchiusa lei. Le ho chiesto se fosse stato mai possibile accettare, da vittima riconosciuta, poter sopportare la detenzione e il sopruso un giorno di più, un minuto di più, un istante di più. Ma ne lei e ne io siamo mai stati prigionieri a Guantanamo e dunque potevamo prenderci il lusso di quisquiliare sul mese di più o sul mese di meno di prigionia. Visto, dunque, che questo lusso ci è in qualche modo concesso, serva almeno per riconoscere che il posto che nella nostra coscienza era sacralmente riservato allo sdegno sacrosanto per l’inumano, per l’ingiusto, per il bestiale, oggi è -nemmeno tanto abusivamente- occupato da una razionalizzata e subliminale accettazione dello stato delle cose, anche quando esse confliggono con il senso profondo del nostro esistere. C’è ancora qualcosa che ci indigna? C’è ancora qualcosa che ci offende? C’è ancora qualcosa che ci scuota e ci mobiliti?

Abbiamo dunque preso ad esempio il famigerato penitenziario che padossalmente sorge sull’isola di Cuba, nemica per antonomasia dell’impero statunitense, per dimostrare che il lupo americano perde il pelo e magari ulula più dolcemente, ma il vizio del dominio assoluto non lo ha perso mai. E per riconoscere amaramente che quel vizio anche per noi è ormai parte dell’orizzonte accettabile della vita, del dato di fatto inoppugnabile e interiorizzato. Ma avremmo avuto a disposizione molti altri esempi.

Vogliamo prendere Balabolok?

Giampaolo Paticchio (www.giampatic.net)

Postum scriptum: Balabolok è il nome del villaggio afghano dove pochi giorni fa, in piena era Obama e a guerra ufficialmente conclusa, si è consumata ad opera di un raid aereo statunitense l’ennesima strage con circa 120 civili morti(uomini, donne, bambini), una delle più cruente dall’inizio dell’intervento militare di Bush del 2001.

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