Menu 2

Donne migranti

S. è amica di C. La prima ha il permesso di soggiorno e la seconda no. Le incontro spesso assieme ad altre donne migranti. Avevamo in progetto un corso di autodifesa per il quale compagni e compagne si erano resi disponibili al centro sociale. Poi però le mie amiche si sono scontrate con la difficoltà del vivere quotidiano: famiglia, bambini piccoli, tempi di lavoro senza pause in orari civili. Perciò per la prima volta abbiamo deciso di vederci in casa di quella che aveva più difficoltà e così abbiamo continuato. Lei prepara la cena per tutte, le altre portano altre pietanze e ciascuna con i propri carichi e i propri figli arriva a consumare una serata di libertà.

Quando i bimbi e le bimbe stanno a letto a noi è permesso simulare le 4 mosse che conosco e puntualmente si finisce per ridere e gettarsi a terra su un grande tappeto che in tanti mesi è stato culla di tanti racconti. Cose di donne, per lo più, perché anche le persone senza “diritti” sanno scherzare, si innamorano, hanno storie, sono corteggiate, amano curarsi, pettinarsi nel modo che più gradiscono. Racconti che parlano di una quotidianità che vorrebbero vivere senza pretese e senza paura.

Ultimamente le loro narrazioni si sono arricchite di particolari differenti. Dettagli che parlano di una “insicurezza” che non può essere raccontata alla luce del sole.

C’e’ L. che ha paura per suo figlio. L’ha raggiunta dopo tante tribolazioni, con parenti che hanno venduto fino all’ultimo bene per pagargli la fuga da un luogo che lo avrebbe reso soldato prima che diventasse uomo, e ora ha perso il posto di lavoro. Senza permesso di soggiorno rischia di essere arrestato e espulso. Mi dice che c’e’ chi vende le carte a prezzi indecenti e lei non ha soldi.

K. ha paura di vedere uscire di casa il suo uomo senza che possa più tornare. Mi ha raccontato di una sua conoscente che non è neppure riuscita a sapere dove avessero portato il suo compagno.

Y. lavora in strada, per pagarsi un farmaco con obbligo di prescrizione si rivolge ad un "cliente" italiano che ne approfitta per fare partecipare al banchetto anche qualche amico, e ha sentito le colleghe dire che se le prendono c’e’ l’espulsione. Se il lavoro di sex workers fosse regolare non avrebbero così tanti problemi e potrebbero avere un permesso di soggiorno.

R. ha sempre tanti problemi con il marito ma ha paura di denunciarlo perché è in attesa del rinnovo delle carte e le donne straniere non hanno nessuna tutela neppure in caso di violenza.

L. vive con padre, madre e fratello. Vorrebbe andare via di casa per non subire più nessun maltrattamento ma non può. Non ha soldi ne’ un posto diverso in cui poter vivere. Se abbandona la casa paterna rinuncia anche al diritto di stare in italia.

M. racconta di una sua conoscente che è stata violentata ma non può dirlo a nessuno perché la sua comunità chiede alle donne di soprassedere. Ogni denuncia costa una espulsione e non sempre per chi ha commesso violenza. Gli stupri e le violenze passano in secondo piano.

B. racconta di molestie sul lavoro: il figlio della signora cui fa da badante la ricatta, le telefona anche nel cuore della notte, la perseguita. Lei non può fare a meno del lavoro e nasconde tutto al suo compagno. Se intuisse quanto accade potrebbe essere tentato di difendere la sua donna e sarebbe grave. Gli italiani agli occhi della legge hanno sempre ragione.

T. invece viene pagata sempre con mesi di ritardo. Una mensilità per volta. Il datore di lavoro si occupa di cooperazione e diritti umani. Se T. si rivolge al sindacato non otterrà il rinnovo del contratto (a progetto, per ricattare meglio la dipendente) e neppure quello del permesso di soggiorno.

Potrei raccontarvi molte altre storie che digerisco senza masticare. Bocconi interi, amari. Vite negate che io vorrei restituire una per una senza tuttavia avere altra possibilità se non quella di dare qualche suggerimento, qualche strumento di comprensione, tradurre il burocratese in italiano, accompagnare per uffici se serve, indicare riferimenti utili e dare sostegno morale.

Perciò il corso/amichevole di autodifesa contro la violenza maschile si è trasformato in un confronto/corso di autodifesa contro la violenza razzista e istituzionale che si rende complice di tante violenze e rende le donne, soprattutto quelle straniere, private del diritto alla cura e all’accesso ai servizi e ricattabili fino al punto di rinunciare persino alla possibilità di difendersi. Prova di una politica razzista e del fallimento dei provvedimenti concentrati sullo stupratore "straniero" ed estraneo alla famiglia della inconcludente e inconsistente carfagna. Provvedimenti annunciati, che non hanno impedito un solo femminicidio e una sola violenza come la triste cronaca di Zeroviolenzadonne.it tutti i giorni descrive, accompagnati dalla pubblicizzazione di arresti che – come per molti casi di stalking – finiscono in processi farsa con sentenze di assoluzione motivate dalle opinioni personali dei giudici.

Ogni incontro, dicevo, mi lascia senza fiato, impotente, arrabbiata. Ci salutiamo che è quasi l’alba e loro si raccomandano che io faccia attenzione. Si preoccupano per me.

Perché?” – chiedo.
Perché se sanno che tu ci frequenti potresti avere dei problemi…” – rispondono mentre mi abbracciano.

E io mi vergogno. Mi vergogno da morire. Penso all’Ong – una delle tante – che campa di finanziamenti pubblici per occuparsi di integrazione e che ho mandato a quel paese mentre mi chiedeva di fare la Kapo’ di un esercito di stranieri e straniere (quale forza lavoro) intrappolati e ricattati da una burocrazia ignobile.

Penso ai metodi che vengono usati per far restare in schiavitù gli stranieri che lavorano per la cooperazione o per onlus con progetti specifici rivolti a loro: lusinghe, trattamenti personalizzati a seconda del livello di fedeltà, divisione in buoni e cattivi, estromissione di soggetti "fastidiosi" (che rivendicano diritti) e di donne che accidentaccio si permettono di sposarsi e fare un figlio proprio quando c’era da lavorare, separazioni per etnie con giudizi che rasentano la follia (tipo: i cinesi parlano di sciopero e sindacati mentre gli arabi e gli albanesi sono così accomodanti e *responsabili*), promozione a vice kapo’ (kapo’ principale è generalmente un coordinatore o una coordinatrice italiana) dello straniero o della straniera più mansueta per far fare a lei il lavoro sporco, il cuscinetto, il paratutto che incassa lamentele e impedisce, senza mai dare risposte reali, che arrivino ai piani alti. Proprio come accadeva nei campi di concentramento. Nulla di diverso. Perchè il "male" non sta da una parte sola, purtroppo.

Salgo in macchina, provando a posizionare la mia precarietà tra le precarietà del mondo, metto in moto e percorro le strade deserte. Non posso fare a meno di piangere.

da femminismo a sud

, , , , , , ,