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Kalooki Nights. Recensire un romanzo scomodo

PROLEGOMENI ALLA RECENSIONE

Recensire uno scrittore ebreo inglese può essere difficile oggigiorno. Chissà se ieri per Bellow o oggi con Roth qualcuno ha incontrato analoghi problemi. Il nodo è che prima di parlare liberamente di uno scrittore che tratta temi ebraici bisogna chiarire il proprio punto di vista. Bisogna dichiarare e chiare lettere di non essere antisemiti, di non essere dei biechi nazisti travestiti da innocui lettori o peggio ancora acerrimi negazionisti. Pesare le parole per non passare per potenziali distruttori dello stato d’Israele. La libera speculazione può portare rapidamente all’accusa di antisionismo. Solo dopo aver chiarito queste indispensabili premesse si potrà (forse) affrontare il tema senza provocare levate di scudi o censure preventive. Specie se si prova a ragionare senza preconcetti su qualche romanzo ebraico -ma non israeliano- contemporaneo, che propone un certo qual esistenzialismo ebraico, che si interroga…

Perché scrivo questo?

Qualche mese nel proporre la recensione che segue al libro di Jacobson mi sono trovato a lottare con una serie notevole di difficoltà. Tanti avevano da questionare e nessuno che mi dicesse l’unica cosa sensata che avrebbe potuto farmi rinsavire: tu non sei un critico letterario, lascia perdere perché del romanzo non hai capito nulla e la tua recensione è cartaccia.

Nascevano invece problemi politici, terminologici, filologici, di interpretazione storica…tutto tranne che un qualsiasi argomento letterario. Il problema credo si annidi nelle primissime righe della recensione. L’ho scritta nei giorni dei bombardamenti natalizi su Gaza e ovviamente traspare chiara una posizione e una giusta indignazione peraltro condivisa da intellettuali ebrei di molti paesi del mondo. Forse che la letteratura non può occuparsi dell’attualità? Deve ignorare le vittime delle guerre e dei bombardamenti? Forse la letteratura va bene quando svolge il compito di foglia di fico, un po’ meno quando soffia per farla volare via, quella foglia? Quindi Israele al Salone del libro nel 2008 sì, guai a boicottare, per mostrare tanti bravi scrittori, molti anche pacifisti o di sinistra, ma comunque ugualmente impegnati (o impigliati loro malgrado) nella normalizzazione legittimante di un governo che meno di sei mesi dopo si sarebbe macchiato di molte e molte vittime di civili e bambini. Ma se la letteratura non produce nessun tipo di umanesimo ha senso sdoganarla dalle questioni contingenti solo quando c’è un tornaconto politically correct?

Domande impegnative, che poco hanno a che vedere con il romanzo e forse anche con la questione ebraica e forse anche con quella israeliana. Sicuramente hanno a che vedere con l’ipocrita disumanità dell’uomo.

Comunque il romanzo è bello. Non essendo un critico letterario posso bovinamente permettermi di aggettivare con l’orrido binomio bello/brutto!

Kalooki Nights, di Howard Jacobson. Edizioni Cargo, 568 pagine.

Se solo gli eredi di Abramo preferissero sempre la forza vivificante della letteratura a quella delle armi… Riflessione provocatoria ma attuale, visto il ritorno in cronaca della questione mediorientale. Cosa significa essere ebreo, oggi? E non israeliano, ma uno dei tanti della diaspora, sparsi per il mondo, come lo scrittore inglese Howard Jacobson? Spesso non vi è stata identità di vedute tra i cittadini dello stato con la stella di David e gli altri. Angosciati dalle bombe a Gaza, diversi ebrei della comunità internazionale con capofila Noam Chomsky, hanno pubblicato -a ridosso dei fatti di sangue del natale 2008- una Open Letter to Israeli Soldiers nella quale si invita a disertare. Questa iniziativa ricalca quella celebre comparsa vent’anni or sono sul New York Times, seguita in calce dalle firme di 600 intellettuali e artisti ebrei americani che auspicava la fine dell’ occupazione nei territori occupati. Allora aderirono anche Arthur Miller, Woody Allen, Norman Mailer e Philip Roth.

Proprio come il Roth del brillante romanzo sulla diaspora Operazione Shylock, Jacobson propone una sorta di diario esistenziale per i conti aperti col passato e con una eredità etnica difficile, spesso ambivalente.

Quale rapporto tenere con i goyim, i gentili? E se si sposa una "loro" donna, una shikseh?

Tante domande angustiano il protagonista Max Glickman, preda di lunghi monologhi intessuti della tipica, corrosiva ironia ebraica. La storia è un pretesto, il succo sono le questioni filosofiche sul tappeto. Del giallo si conosce fin da subito l’assassino ma manca un movente; il delitto in questione -compiuto da un ebreo ultra religioso, ossessionato della Shoah – è il surreale omicidio di entrambi i genitori, perpetrato aprendo il rubinetto del gas (e non è una metafora).

Franco Bergoglio

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