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Piazza della Loggia: la verità del medico dell’"Anello"

brescia

La struttura clandestina dei servizi segreti "Anello", su cui sta indagando la Procura di Brescia nell’ambito della strage di Piazza della Loggia, sarebbe stata riconosciuta dal ministero dell’Interno e Giulio Andreotti ne avrebbe avuta in mano la direzione politica.
La conferma è arrivata, per la prima volta, dall’interno. L’ha data Giovanni Maria Pedroni, illustre chirurgo, in un’intervista all’agenzia di stampa Ansa. Il medico, proprio per conto dell’Anello, aveva visitato il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, Herbert Kappler, mentre fuggiva verso la Germania. E oggi ha deciso di raccontare, aiutando a fare luce su una delle pagine più buie della storia d’Italia.

L’ANELLO, UN APPARATO SEGRETO
La struttura segreta è finita al centro delle attenzioni dei Pm che sostengono l’accusa nel processo per la Strage del 28 maggio a Brescia, Roberto Piantoni e Francesco De Martino. Al momento dell’inizio delle udienze, lo scorso novembre (vedi qua), avevano esplicitamente detto che durante il dibattimento avrebbero voluto approfondire anche il ruolo dell’Anello proprio nella strage.
Secondo l’accusa, il deposito segreto delle armi dell’organizzazione era in una caserma dei carabinieri, in via della Moscova a Milano. Un imputato per la strage, l’allora capitano Francesco Delfino e il fascista Giancarlo Esposti, sarebbero stati in collegamento con l’Anello. Questo apparato dei servizi avrebbe avuto un ruolo durante i rapimenti Moro, Cirillo, Dozier. Il medico Pedroni ha confermato la partecipazione della struttura alla fuga di Herbert Kappler dal Celio, e di essere stato lui a prestargli cure mediche personalmente.

MOLTI SAPEVANO, NON SOLO NELLA DC
Il sospetto che almeno alcune delle più alte personalità della politica italiana conoscessero dell’esistenza dell’Anello sta diventando sempre più una certezza.
Secondo Pedroni, addirittura sarebbe stato Andreotti a manovrarla politicamente. Secondo informative e veline degli anni ’70, Andreotti sarebbe stato una sorta di "fomentatore della destra eversiva": a lui sarebbero arrivate le armi e gli esplosivi, provenienti da ufficiali dei carabinieri e guastatori che si trovavano in Sardegna.
Secondo la procura di Brescia, nell’Anello c’erano anche neofascisti che hanno attraversato l’eversione, fino ad avere le loro azioni intrecciate con quelle che hanno portato alle stragi di Piazza della Loggia e Piazza Fontana.
Una fetta dell’allora Democrazia cristiana e anche altri politici (un nome su tutti, Bettino Craxi) ne erano probabilmente a conoscenza.
Ex Repubblichini, imprenditori, religiosi, giornalisti e investigatori, uomini che facevano da raccordo tra il mondo della politica e quello degli affari: questi sarebbero stati i componenti dell’Anello.
Il capo operativo doveva essere, per quanto si sa finora, Adalberto Titta, che aveva fatto parte dell’aviazione durante la repubblica di Salò. Dopo la sua morte nel 1981, la struttura non sarebbe più stata attiva. Il fondatore sarebbe stato un generale, Mario Roatta, nel 1945: prima era il capo del servizio segreto sotto il regime fascista.
Altri nomi compaiono più volte: come quello di Otimsky, che sarebbe stato il successore di Roatta. O quello di Padre Zucca, colui che nascose il corpo di Benito Mussolini a Milano, dopo che alcuni nostalgici fascisti se ne erano appropriati.

PER ORDINE SUPERIORE LASCIARONO MORIRE MORO
Secondo Pedroni, lo scopo dell’Anello era gestire operazioni clandestine per "ottenere certi risultati senza che nessuno si sporcasse le mani".
Sono tante le vicende della storia della Repubblica in cui l’Anello sarebbe coinvolto. Craxi aveva fatto riferimento all’intervento di una "manina o manona" nella questione del secondo ritrovamento del materiale legato al rapimento del leader Dc Aldo Moro nel covo delle brigate rosse di via Monte Nevoso: oggi pare proprio che la manina fosse di questa struttura.
Di più: sempre secondo l’intervista a Pedroni, l’Anello individuò la prigione di Moro, ma lo stop alla liberazione arrivò dai politici. Le sue parole al riguardo sono eloquenti: "Potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinché non intervenissimo. C’era un ordine ‘superiore’ di non intervenire, e potevamo farlo. Un dato è certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all’estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le Br? Mah… Non lo so".
Per anni si è parlato dell’Anello con il nome di "noto servizio", lo aveva fatto anche Mino Pecorelli, il giornalista vicino ai servizi segreti assassinato. Una conferma dell’esistenza era arrivata da Aldo Giannuli, professore consulente della commissione Stragi, che aveva svelato il deposito di carte degli Affari riservati sulla via Appia, a Roma.
Per lo più, l’Anello reclutava uomini della malavita per missioni particolari: costruire dossier, campagne di diffamazione e disinformazione. Oppure interveniva nei momenti clou della storia d’Italia.

PEDRONI, IL MEDICO CHE RICORDA TUTTO
L’importanza delle rivelazioni di Pedroni si capisce bene se si considera il suo ruolo. Oltre che curare Kappler, aveva prestato le sue competenze anche a Titta e a Padre Zucca. Era stato, secondo il suo racconto, proprio Titta a definirlo "il medico dell’Anello".
Oggi parla per confermare le rivelazioni contenute nel libro di Stefania Limiti, un’inchiesta intitolata proprio "L’Anello della Repubblica" (che, tra parentesi, verrà presentato lunedì 25 maggio alle 18 presso la libreria Rinascita di Brescia). E dice: "È tutto vero". Punta il dito contro i politici: "L’Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto". Padre Zucca avrebbe utilizzato il telefono della sua clinica per chiamare "ministri e sottosegretari. E come scattavano… Ah, se scattavano".

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