Menu 2

I comunisti e gli scioperi

In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?

I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.

I comunisti non pongono principi «settari» (secondo alcune traduzioni francesi e inglesi, NdA)

sui quali vogliano modellare il movimento proletario.

KARL MARX- FRIEDRICH ENGELS – Manifesto del Partito Comunista

E proprio una simile sciocchezza commettono i comunisti tedeschi “di sinistra”,

quando dal carattere reazionario e controrivoluzionario dei vertici dei sindacati

giungono alla conclusione che… bisogna uscire dai sindacati!

Creare nuove forme, inventate, di organizzazione operaia!

È questa una sciocchezza imperdonabile, è questo il maggior servigio

che i comunisti possono rendere alla borghesia.

LENIN – L’estremismo, malattia infantile del comunismo

Il settario è un opportunista che si teme da solo.

LEV TROTSKY – L’indipendenza dell’Ucraina e i confusi settari

La ripresa in tutto il mondo di una mobilitazione di massa, fa emergere con ancora più urgenza l’eterno dilemma che dilania la militanza dei compagni. Chi più chi meno, davanti alla crisi, tutti i sindacati sinistrorsi sono costretti a muoversi. Ma la divisione, per lo meno a sinistra, della classe operaia, grosso modo in due blocchi, impedisce la coordinazione del movimento. Eppure, in ultima analisi, il movimento scoordinato non è che il riflesso della scoordinazione dei comunisti. A cosa si deve questa scoordinazione? Al consueto divario che separa i compagni rimasti nei sindacati confederali, nella fattispecie nella Cgil, dai settari che ci sono usciti per sostenere i vari sindacalismi di base. Davanti all’irrompere della crisi, fa capolino tra i comunisti anche la prepotente irruzione del loro eterno problema: dentro o fuori la Cgil?

Gli scioperi sul finire dello scorso anno, prima dei sindacati di base, poi della Cgil, hanno fatto vacillare molti compagni da entrambe le parti. Lo sciopero dei sindacati di base, ha messo all’ordine del giorno per molti iscritti alla Cgil, il problema del rapporto tra i due tipi di organizzazione. E d’altra parte lo sciopero della Cgil, ha minato la ricerca dell’unità dei sindacati di base, quando parecchi attivisti di queste confederazioni hanno spinto per scioperare insieme con il primo sindacato italiano, incontrando opposizione nell’intransigenza di alcune loro componenti come la Rdb-Cub.

Non bisogna prendere sottogamba il problema. In periodi eccezionali come questo, quando il sistema borghese è scosso fin dalla fondamenta, il socialismo è all’ordine del giorno. Manca una direzione del proletariato, è vero, ma nessun compagno deve irridere questa considerazione. Se siamo noi comunisti i primi a non credere al socialismo, saranno sempre i borghesi a ridere per ultimi alle nostre spalle. E se il socialismo non viene messo all’ordine del giorno nemmeno davanti alla più spaventosa crisi della Storia – appena cominciata nessun compagno se lo dimentichi – allora domani, dopodomani e all’infinito saremo sempre in balia del disordine borghese.

Ma con la necessità della direzione, come la mettiamo? Mettere il socialismo all’ordine del giorno, è la prima condizione per accelerare la sua creazione. Però, quando il socialismo è all’ordine del giorno, non si può più scherzare con i compagni. Non si può essere troppo teneri con loro e le loro scelte: «Tutta la verità è stata detta in faccia agli “indipendenti”… tutta la verità bisogna dirla in faccia anche ai comunisti “di sinistra”» (Lenin, opera citata).

Come devono comportarsi i comunisti di una confederazione davanti allo sciopero di un’altra? I comunisti non so, perché essendocene di tutti i tipi, di fatto i comunisti fanno ciò che vogliono, cioè in definitiva non fanno altro che il gioco dei padroni, ma i marxisti-leninisti (d’ora in poi semplicemente marxisti) spingono con tutte le forze e il fiato in gola che hanno perché il loro sindacato appoggi tutte le mobilitazioni di protesta degli operai. E se i marxisti, che sono i comunisti veri e propri, si comportano così, anche gli altri comunisti dovrebbero fare altrettanto. Solo che a questo punto sorge il problema della diversa confederazione di appartenenza che separa i marxisti dagli altri comunisti.

Tutti i marxisti – nessuno escluso – stanno in Cgil. Non ci sono marxisti che di loro iniziativa possano militare nei sindacalismi di base. L’unica eccezione può essere rappresentata dai marxisti buttati fuori dalla Cgil. Solo in caso di esclusione dal sindacato confederale, i marxisti possono bussare alla porta dei sindacati di base chiedendo il permesso di entrare. Non è detto, però, che siano ben accetti. Di norma infatti, e specie in Italia patria del campanilismo, prevalgono interessi che non vanno più in là della propria parrocchia, per cui un comunista che fino al giorno prima si sia battuto per il rientro dei sindacalisti di base in Cgil, si vedrà sbattere la porta in faccia dai sindacati sedicenti di classe come un qualunque nemico, quasi che il problema fosse una banale scaramuccia o una ripicca personale, invece che una questione politica ben precisa. Questo già la dice lunga sulla presunta mancanza di democrazia all’interno dei confederali. Quando i sindacalisti di base rilevano la chiusura degli spazi democratici all’interno della Cgil, cioè l’impossibilità per loro di fare opposizione, dovrebbero chiedersi quanta libertà loro concederebbero a chi penetrasse tra le loro fila per opporsi alla linea ufficiale. In tutta la letteratura sulla questione sindacale presente nei vari siti radicali, non ho trovato un solo accenno al problema. E quando un problema non viene neanche posto, vuol dire che è stato risolto, semplicemente ignorandolo, dai superficiali che l’hanno affrontato. Quando un marxista, cacciato dalla Cgil, troverà chiusa e sprangata la porta dei sindacati base, avrà la prova di quello che in fondo sapeva già: cioè che anche i sindacati di base, in quanto a democrazia, non sono proprio fulgidi esempi, e se proprio non sono antidemocratici come la burocrazia della Cgil, poco ci manca. Tanto più che anche la democrazia per i marxisti non è importante in sé, ma solo per quanta libertà di circolazione permetta alla penetrazione del marxismo. La democrazia senza marxismo, infatti, è solo piatto liberalismo. E che ce ne facciamo noi marxisti della democrazia liberale? Perché, a scanso di equivoci, un comunista cacciato dalla Cgil, entra nei sindacati di base per fare né più né meno lo stesso lavoro che faceva prima. Entra cioè come oppositore intransigente alla linea ufficiale, come implacabile critico dei sinistri fuoriusciti, affinché mettano ragione e rientrino in Cgil. Ma come? I marxisti vengono cacciati dalla Cgil, e invece di trasformarsi nei suoi più acerrimi nemici, si battono con tutte le forze, da dentro i sindacati di base, per essere riammessi con tutti i tesserati e i sinistri che riusciranno a portarsi dietro? Questo, pressapoco, è il modo di non ragionare dei settari. Anche dal fatto che ne facciano sempre una questione personale, si vede l’arretratezza dei settari. Per i marxisti non è il loro personale rapporto coi burocrati della Cgil a decidere la loro collocazione, interna o esterna, al sindacato confederale. I marxisti se ne fottono altamente dei loro problemi personali. Non hanno scambiato il sindacato per un’agenzia per cuori settari, delusi dalla concertazione. È il rapporto con il resto della classe dei lavoratori che determina, senza possibilità alcuna di alternativa, la perseveranza dei marxisti all’interno della Cgil. Se il primo sindacato italiano, reazionario o meno, si porta dietro oltre 5 milioni di iscritti, i comunisti devono assolutamente lavorarci dentro per non isolarsi dalla fetta più grossa dell’intera classe operaia. Non basta, inoltre, cacciarli dalla Cgil, per coltivare la speranza che i marxisti disimparino a contare. Un compagno in meno, fa sempre oltre 5 milioni di iscritti alla Cgil, esattamente come un compagno in più iscritto alla Cub, la più importante delle sette di base, fa sempre circa 700 mila iscritti, poco più del 10% rispetto alla quota di lavoratori che la Cgil si porta dietro. Riportare una quota minoritaria della classe all’interno di una maggioritaria, è il compito dei marxisti. I settari, come al solito, vogliono fare il contrario. Niente di nuovo sotto il sole, da sempre i settari ribaltano i problemi, perché invertire il senso delle questioni è un errore che fanno proprio strutturalmente. E che nulla sia cambiato, lo riconfermano puntualmente le ultime vicende del movimento operaio.

Stando alle loro autocelebrazioni, per i sindacalisti di base, le loro iniziative sono tutte un successo. Che da tanto trionfo non sia uscito un solo diritto epocale, non basta per smuoverli di un solo centimetro dalle loro insostenibili posizioni. E se tante vittorie non portano ad alcun diritto, vuol dire che alla fine sono stati i borghesi a stappare lo champagne. Almeno i marxisti, perciò, non hanno niente da festeggiare. Perché in effetti, a osservare da più vicino le cose, di successi, per i sindacati di base, non ce n’è stato manco uno.

Lo sciopero del 17 Ottobre dello scorso anno, sarebbe stato un grande successo secondo i loro leader. Non sono un esperto di statistiche sulle manifestazioni, ma al di là della cifra fantascientifica di 500 mila partecipanti, il cui compito di riportarla sulla terra, sgonfiandola di 5 volte, cedo volentieri all’ottima analisi dell’Editore Massari1, quello che veramente lascia sbalorditi di fronte a gente che la mena dalla mattina alla sera col sindacalismo di classe, è che il successo o l’insuccesso di uno sciopero non venga mai misurato sulla base della classe e della sua adesione, ma sulla base di sé stessi, cioè della miserabile rappresentanza che ruota attorno al proprio egocentrismo. Negli scioperi generali dei sindacati a base di classe, la classe operaia non è presa nemmeno in considerazione. Per i marxisti, forse gli unici che la coscienza di classe sappiano ancora cosa sia, uno sciopero generale si misura dalla percentuale di partecipazione dell’intera classe operaia, non dalle previsioni “meteoropatiche” dei tanti sindacalisti che lo misurano sulla base dell’adesione dei tesserati alla loro setta.

Sarebbe anche ora che i sindacati di base scegliessero. Non si può essere un sindacato di classe quando è ora di scrivere piattaforme o di criticare la Cgil, e un sindacato autonomo dalla classe quando è ora di scendere in piazza. Per esserlo nel primo caso, bisogna comportarsi analogamente nel secondo. La discrepanza tra i due, indica che in entrambi, alla base dei sindacati alternativi, non c’è la classe operaia, ma solo i peggiori esponenti del suo settarismo.

Se infatti lo misuriamo dal punto di vista dell’intera classe lavoratrice, come lo dobbiamo giudicare lo sciopero generale del 17 Ottobre? Dei quasi 23 milioni di lavoratori in Italia, il più importante sindacato di base, la Cub, riesce a tesserarne poco più di 700 mila. Riuscirà ad arrivare al milione unendosi alle altre sette di base? Dalle mie ricerche non sono riuscito a trovare cifre precise sui tesseramenti. E dire che contare quattro gatti dovrebbe essere facile. La colpa sarà anche mia, non lo nego, ma tanto, per comprendere il mio discorso, non è così importante la cifra assoluta, basta e avanza quella relativa. Pur approssimando per eccesso di benevolenza, i sindacati di base rappresentano al più l’8-10% dei lavoratori tesserati. Siccome nello sciopero del 17 Ottobre, dicono di aver trascinato anche molti lavoratori dei confederali, arrotondiamo al 10%. Ebbene, si può chiamare sciopero generale, lo sciopero del 10% della classe sindacalizzata? Uno sciopero generale a cui manca l’adesione del 90% della classe, è uno sciopero generale generalmente non riuscito, ovvero uno sciopero generale in generale fallito! Naturalmente, non ci si può aspettare comprensione di un dato lapalissiano come questo, da parte di chi pensa che uno sciopero generale sia un semplice proclama. Se così fosse, chi si sentisse deluso anche dai sindacati di base, potrebbe uscire per fondare gli ennesimi Sindacati di base all’altezza dei nani, formati non più da quattro gatti, ma dalle pulci dei quattro gatti pronte anche loro a scendere sul piede di guerra e in piazza col loro striminzito sciopero generale. Peccato che il vero sciopero generale, non è loro, né dei Cobas né di nessun altro che non sia la classe operaia al completo o almeno nella sua quota maggioritaria. Da questo punto di vista, il solo che corrisponda al suo significato letterale, il 17 Ottobre 2008 non c’è stato alcuno sciopero generale. Perché solo Cgil-Cisl-Uil hanno la possibilità di farlo, di mobilitare cioè l’intera classe lavoratrice o quasi. I sindacati di base possono fare uno sciopero generale solo a patto di non comprendere la lingua italiana. Anche in quel caso iperbolico però, avremmo sì uno sciopero generale dei sindacati di classe, ma di una classe analfabeta! E se per emancipare la classe operaia, dobbiamo liberarla dal giogo dei padroni tenendola incatenata all’ignoranza, allora è meglio lasciarla tranquilla dov’è, senza farle perdere inutilmente del tempo per passare da una schiavitù all’altra.

Se si potesse spingere alle estreme conseguenze lo spirito del settarismo, facendo scindere all’infinito i sindacatini, alla fine della fiera vedremmo il vero volto dei loro scioperi, poiché di fronte agli ennesimi sindacatini formati da un unico individuo, capiremmo una volta per tutte come andrebbero chiamati: non scioperi generali ma scioperi individuali, ché tali in ultima analisi sono.

Il successo del 17 Ottobre 2008 deriva unicamente dall’analisi fallimentare dei sindacalisti di base. Non si capisce, infatti, come nel giro di un anno, la presenza impalpabile del settarismo di base, abbia potuto trasformarsi in un imponente movimento di piazza. Scomodo ancora l’Editore Massari per ricordare che il 9 Novembre 2007 si svolse «lo sciopero del sindacalismo di base che, nonostante le energie generose in esso impiegate» passò «praticamente inosservato sulla scena politica e sindacale»2. L’aumento dei manifestanti non va attribuito alla maggior presa sul movimento operaio dei sindacalisti di base, ma alla bancarotta del capitalismo. La crisi finanziaria ha incrinato a sinistra i rapporti di forza tra le classi, facendo scivolare in piazza un numero maggiore di lavoratori. Ma questo non vale solo per i sindacati di base, ma anche per la Cgil che si è subito messa in moto per andare a riprendersi le tante pecorelle che rischia di smarrire sotto la sferza degli avvenimenti. Al presunto successo dei sindacati di base, corrisponde l’analogo successo della Cgil che ne vanifica lo sforzo, mantenendo inalterati i rapporti di forza tra le due organizzazioni, e togliendo quindi ogni illusione a chi vaneggia sulla possibilità dei sindacati di base di unirsi per creare un’alternativa a Cgil-Cisl-Uil. Non esiste alternativa a Cgil-Cisl-Uil finché la classe operaia vi starà dentro pressoché in blocco, perché l’unica alternativa alla classe operaia è la classe padronale, ed è a questa, di fatto, che gli scioperi generali dei sindacalisti di base rendono servigio (come Lenin insegna, purtroppo ancora a vuoto, ma non è colpa sua).

Siccome però non tutta la classe operaia sta in Cgil, allora, per essere precisi, nemmeno i suoi possono essere definiti scioperi generali. Mancando gli altri due grandi sindacati nazionali, la Uil ma soprattutto la Cisl, lo sciopero della Cgil di per sé non può aver la pretesa di essere definito generale, perché il più grande sindacato italiano non ha sotto controllo l’intera classe dei lavoratori. È chiaro però che, specie in momenti eccezionali come questo, uno sciopero generale della Cgil, la cui presenza è radicata dalle Alpi alla Sicilia, può avere davvero la forza di trascinarsi dietro tutti i lavoratori. Anche non dovesse farcela, la quota maggioritaria basta e avanza alla Cgil per darle la consapevolezza di essere in grado di far molto male qualora decida di scendere in piazza. Se invece i quattro gatti più consapevoli della Cgil, cioè quelli della Rete 28 Aprile, stufi della concertazione, uscissero da questo sindacato per unirsi agli altri quattro gatti dei sindacati di base, il loro debole apporto numerico non consentirebbe allo sciopero generale dei sindacati di base di andare al di là della stessa semplice testimonianza di spreco di forze e di energie di prima. Il che, per qualunque condottiero si trinceri dietro le varie sigle, dovrebbe essere più che sufficiente per meritarsi la patente se non di incapace, almeno di sprovveduto. Dove s’è mai visto un generale che si rispetti che vuol dare battaglia a un nemico potente lasciando ferme e inoperose il 90% delle forze migliori, e mandando allo sbaraglio il 10% di quelle più tonte?

Anche se uno sciopero generale del sindacato più rappresentativo non stride mai più di tanto col suo significato letterale, è proprio per la mancanza di ampi settori della classe operaia all’interno della Cgil, che i marxisti, pur riconoscendole il primato, spingono perché si unisca ad ogni sciopero dei settari: per compattare il fronte ancora diviso dell’intera classe lavoratrice. E se qualcuno vuol dire che il fronte italiano è solo una parte del fronte, ha tutta la mia comprensione. Ma pur lavorando anche alla compattazione di quello mondiale, i marxisti, andando dal semplice al complesso, cominciano a compattare quello nazionale, ben consapevoli che solo relativamente ad un determinato paese si possa parlare di intero fronte della classe operaia. Se poi qualcuno sarà così bravo da metterci davanti al fatto compiuto dell’unione del fronte italico con quello per esempio greco, i marxisti di questo paese saranno i primi a complimentarsi con lui e a dargli una mano per l’ulteriore ampliamento internazionale del fronte. Però, nonostante la spinta incessante su tutti i fronti, qualora vengano stoppati dai burocrati ai vertici della Cgil con il consueto veto all’appoggio di ogni sciopero esterno alla propria confederazione, i marxisti italiani non possono rischiare di farsi cacciare dalla Cgil per unirsi a una piccola truppa indisciplinata, perché così otterrebbero solo di perdere di vista il più grande dei plotoni già messi in riga. Qualora il veto della Cgil impedisca loro di partecipare allo sciopero generale minimo, ossia alla contraddizione in termini dei sindacati di base, i marxisti a malincuore staranno a guardare la manifestazione, ricordando ai settari che la lotta di classe non si può fare fuori dalla classe, ma solo da dentro, e che perciò non è l’opportunismo dei marxisti a lasciare soli i sindacalisti di base, ma è l’estremismo dei sindacalisti di base ad abbandonare il grosso della classe lavoratrice, perché gli estremisti vogliono fare la lotta al contrario. Di più i marxisti, per ora, non possono fare, perché la loro debolezza all’interno del movimento operaio è data anzitutto, e tra le altre cose, proprio da chi li ha lasciati da soli a combattere contro i burocrati.

Gli oltre 5 milioni di lavoratori della Cgil, è vero, sono in riga sotto un comando sbagliato. Che la Cgil sia irriformabile o meno lo vedremo, tanto più che non è nemmeno un problema, perché esula totalmente dalle questioni di leninismo – da non confondere coi i guazzabugli dello stalinismo che sono tutta un’altra cosa! Riformabile o meno, infatti, il problema è non isolarsi dalla classe operaia. Punto! In attesa di un suo cambiamento, accertiamo che anche fosse irriformabile, visto il disinteresse più totale che i sindacati di base mostrano verso milioni di lavoratori iscritti agli altri sindacati, i marxisti dovrebbero entrarci per rimetterli in carreggiata né più né meno di quanto già ora non tentino di fare con la Cgil. Ed è chiaro che il gioco non valga la candela. Che senso ha, infatti, smetter di lottare nella Cgil per una sterzata decisa, ed entrare nei sindacati di base per l’inutile sforzo di raddrizzare il volante di un pullman vuoto o semi vuoto? Raddrizzare la guida di un pullman vuoto, equivale a raddrizzare sé stessi. Non c’è bisogno quindi di entrare in un’organizzazione alternativa alla Cgil, è più che sufficiente, qui sì, autorganizzarsi! Ma una volta che ci si è rimessi a posto, si può tranquillamente riprendere il cammino della propria lotta nell’organizzazione giusta: la Cgil.

Così si comportano i marxisti. E se questo è il loro comportamento, analogo seppur simmetrico e girato di segno, dovrebbe essere quello degli altri generici comunisti usciti dalla Cgil. Ma già qui, vediamo che il settarismo non ha le idee chiare. Mentre per i marxisti non c’è bisogno di chissà quale discussione per venire a capo di un problema semplicissimo, per i settari ogni sciopero che non sia il loro, basta e avanza per fargli venire immediatamente il mal di testa. Quello che per i marxisti è l’abbiccì della lotta di classe, per loro diventa un rompicapo. Di fronte agli scioperi della Cgil, il Coordinatore Nazionale dei Cub, Pierpaolo Leonardi, si domanda «cosa c’entrano il sindacalismo di base, il movimento degli studenti e il conflitto sociale con questa esigenza politica… della Cgil?»3. Che non riesca a darsi una risposta lascia addirittura esterrefatti. Per lui, come per mille altri identici settari, l’unica cosa che conti è stabilire se i burocrati della Cgil chiamino uno sciopero per opportunità o per sincero ravvedimento (ma quando mai?). Che dietro i burocrati ci siano 5 milioni di proletari, al sindacalista di classe, al duro e puro della lotta senza quartiere contro il padronato, non interessa! Così come non vede una quota consistente di classe dietro la Cgil, alla stessa maniera i paraocchi gli impediscono di distinguere, all’interno dei suoi vertici, le differenze che separano un capo dall’altro. Se solo aprisse gli occhi, capirebbe che anche i vertici della Cgil non sono così burocratizzati e opportunisti come pensa. Più precisamente, la Cgil, come ogni organizzazione di massa, è divisa ai suoi vertici grosso modo in due blocchi, uno maggioritario e marcio composto dai carrieristi più sfacciati, e uno ancora minoritario ma in crescita formato dagli onesti e battaglieri difensori della classe lavoratrice. I marxisti, per inciso, sono i più risoluti tra questi ultimi. La crisi finanziaria è piombata addosso ai burocrati rafforzando l’ala più radicale. Ala che non è ancora in grado di far sentire forte la sua voce, come dimostrano le striminzite richieste stampate dalla Cgil nei volantini che accompagnano i suoi ultimi scioperi, ma che è già abbastanza potente per costringere i burocrati a chiamare scioperi che ancora qualche mese fa non si sarebbero mai sognati di chiamare. Per i marxisti, l’unica cosa che conti è rafforzare quest’ala, perché sotto la sua protezione, 5 milioni di proletari saranno difesi molto meglio; per i settari, invece, conta solo stabilire per quale motivo i burocrati alzeranno le chiappe. Dei milioni di lavoratori che si muoveranno per i loro soliti e nobilissimi motivi, i settari non solo se ne fregano, ma sembrano non saperne addirittura niente.

Lo scontro in Cgil tra il gruppo dei carrieristi e dei sindacalisti onesti, sarà deciso come sempre dalla lotta di classe. Quanto più compatta sarà la mobilitazione dei lavoratori, tanto più l’asse della Cgil, e quindi della classe operaia, risulterà spostato ulteriormente a sinistra. Ed è proprio per questo che qualunque comunista, quindi anche quello fuoriuscito dalla Cgil, dovrebbe spingere i suoi sindacati di base ad appoggiare gli scioperi del sindacato confederale. Ma siccome il settario non c’entra con la Cgil – perché guai al sindacato di classe che si immischi nelle faccende che riguardano oltre 5 milioni di appartenenti alla classe! – ecco il personale contributo dei tanti Pierpaolo Leonardi per rafforzare i burocrati della Cgil che ancora tengono in pugno oltre un terzo di tutti i lavoratori sindacalizzati!

Per me, una persona normale che proprio decidesse di uscire dalla Cgil per andare nei sindacati di base, dovrebbe farlo per poter scendere in piazza tutte le volte che la Cgil non lo fa, più tutte le volte che per chissà quale miracolo si decida a farlo. Aspettarsi il doppio o il triplo degli scioperi da un sindacato sedicente di classe con la spada tra i denti, mi sembrerebbe il minimo. Leggendo le considerazioni dei Leonardi mi sembra che la differenza si riduca a un problema di date. Se la Cgil sciopera il 27 del tal mese, il sindacato di base sciopererà il 3! Ma perché non riunirle allora nella comune data del 15, per avere in un colpo solo forse un terzo della forza in più?

Il guaio è che stando nella parte del movimento operaio che vuole girare al contrario attorno alla classe lavoratrice, il comunista uscito dalla Cgil, corre il rischio di perdere il treno della lotta di classe. Infatti qualora, come la Cgil, il suo sindacato impedisca ai suoi iscritti di partecipare a un qualunque sciopero dei confederali, il compagno settario, dopo aver proclamato scioperi generali per sindacati di classe senza la classe, si troverebbe nella comica situazione di dover fare da spettatore di fronte a masse oceaniche di lavoratori trascinate in piazza dagli eventi insieme con tutta la Cgil. Perché non avrebbe alcun senso logico, dal punto di vista di chi ha sposato la causa del sindacalismo di base, tradirla al primo sciopero che rompe la concertazione fatto dal sindacato bollato come irrimediabilmente “concertativo” dalla granitica presunzione di chi ci è uscito.

Davvero un bello spettacolo, specie quando si pensi che la mobilitazione a sinistra della Cgil, può spostare a sinistra da un momento all’altro anche Cisl e Uil, perché anche Cisl e Uil al loro interno hanno dissidenti. Solo i settari non lo immagino. Eppure la virata di 360° che spostò a sinistra la Cisl nel ’68 dovrebbe insegnare qualcosa. Ma siccome c’è chi dalla Storia non vuol imparare mai nulla, c’è da aspettarsi nuove scene di folle oceaniche in piazza con le bandiere di Cgil-Cisl-Uil, e con i sindacalisti di classe seduti in disparte a leggere il giornale al tavolo del caffè più vicino.

Non creda, il volenteroso lettore che mi avrà seguito fin qua, che chi scrive non sia a conoscenza del fatto che la metà degli iscritti alla Cgil siano pensionati. È lo zuccherino che mi sono tenuto per ultimo, pensando a quanti avrebbero letto questo righe ridendo delle cifre sul tesseramento in Cgil. Due settari su tre, ad esser stretti, tirano fuori questa obiezione di fronte alle analisi sopraesposte. I settari sono incredibili, invece di provare a rispondere col cervello, dicono la prima cosa che gli passa per la spinta del diaframma. A pensieri articolati e complessi, rispondono sempre singhiozzando. Che due milioni e mezzo di iscritti siano pensionati non cambia di una virgola il discorso, primo perché anche così il rapporto è schiacciante a favore della Cgil, quindi semmai aggrava il problema, e secondo perché solo i settari sezionano la classe operaia come vogliono loro. La classe operaia reale è formata dai lavoratori, dai loro figli e dai loro anziani, più tutti gli intellettuali che si staccano dalla classe borghese per unirsi a lei. I borghesi vogliono togliere le pensioni ai lavoratori, i settari vogliono difendere la classe ammazzando i pensionati prima del tempo. Neanche i borghesi sono mai arrivati a tanto. In realtà i pensionati non contano solo per chi non li ha tesserati. Per chi li ha tesserati contano eccome e l’abbiamo visto recentemente in occasione della riforma delle pensioni che l’ha messa in quel posto un’altra volta ai lavoratori. È, tra le altre cose, con la strumentalizzazione dei pensionati che i burocrati sono riusciti a far passare gli scalini dei miei Maroni. Solo che i burocrati di Cgil-Cisl-Uil altro non sono che i rappresentanti padronali in seno alla classe operaia. E mentre i padroni si servono anche dei nostri anziani per mettercelo in quel posto, i nostri splendidi paladini della lotta di classe, non solo non tentano di rendere pan per focaccia ai capitalisti, portando dalla nostra parte i loro anziani, ma si lasciano anche sfilare da sotto il naso i nostri pensionati consegnandoli al nemico per una pronta utilizzazione. E sarebbero questi i rappresentanti a cui affidare le redini delle nostre sorti? Marx ce ne guardi!

Se qualcuno crede che l’importanza dei pensionati sia tutta qua, purtroppo si sbaglia. Al valore simbolico attribuito dal facile disprezzo dei settari, corrispondono per Cgil-Cisl-Uil milioni di contributi mensili che vanno a riempire le casse, con le quali, tra le altre cose, il sindacato confederale finanzierà la propaganda sistematica contro i sindacati di base. E con questo possiamo mettere fine al discorso sull’importanza di essere un pensionato. Per non attribuire valore ai pensionati, bisogna proprio fare la lotta di classe sull’orlo della bancarotta!

Dal fallimento dei sindacati di classe, si può rinascere in Cgil col sindacato nella classe. Di Stato, all’interno della Cgil, ci sono solo i carrieristi burocrati. Se si vuole definire la Cgil “Sindacato di Stato” davanti ai burocrati per sbugiardarli e svergognarli, va bene, ma a patto che non si dia valore assoluto all’espressione. Perché la Cgil non è un sindacato di regime, ma è la classe operaia a muoversi in regime di Cgil-Cisl-Uil. E fino a quando i rapporti tra le varie organizzazioni saranno questi, i comunisti staranno all’interno del loro reame. I settari, se non si ravvederanno in fretta, continueranno a incoronarsi da soli nel regno della lotta di classe che aspetta, come gli ebrei il messia, l’avvento dei lavoratori che lo rendano un po’ meno deserto.

Febbraio 2009

Lorenzo Mortara

1 Vedi http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo.htm nella sezione “Gli appunti”, articolo“tornano i conti o cornano i tonti?” – e che la ragione penda dalla parte dell’Editore, è dimostrato dal fatto che dal lato sbagliato abbiamo la proclamazione di 500 mila persone, e da quello giusto un’analisi dettagliata del perché fossero solo 100 mila.

2Si veda il buon libro Le false sinistre – Massari editore – scritto dai pochi meritevoli compagni rimasti: i compagni di Utopia Rossa.

3 Alcune considerazioni sullo sciopero generale del 12 Dicembre http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo.htm all’interno della sezione “Il lavoro”)

, , , , , , , , , , , , , , ,