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Tutta colpa di Beccaria

Poco abituato alla tenerezza ed alle coccole, specialmente da parte di componenti delle forze di polizia, il rumeno Alexandru Isztoika Loyos ha letteralmente perso la bussola.

Di fronte alla gentilezza, al calore umano che le voci degli interroganti gli facevano sentire mentre gli chiedevano con interesse partecipato cosa sapesse degli avvenimenti della Caffarella, il povero Alexandru non ha saputo resistere ed ha raccontato, a quei nuovi simpatici amici che non sapeva di avere, quello che loro avevano necessità di sentirsi dire.

Addirittura è arrivato a calunniare e ad autocalunniarsi. E non del furto, sia pure sacrilego, di qualche spicciolo dalle cassette delle elemosine di una chiesa, ma di stupro, sequestro di persona, rapina e non sappiamo quanti altri reati ancora.

Insomma roba pesante, pesantissima, anche per un delinquente più tosto di lui.

Ma quando gli esami della scientifica, quello incontrovertibile del DNA in primis, hanno deluso le gioiose aspettative (magari anche di carriera) degli inquirenti apriti cielo e spalancati terra. “Brutto mascalzone di un rumeno, è così che hai ricambiato la cortesia con cui ti abbiamo trattato ??? Facendoci fare questa figura di merda ??”

Quali attenuanti invocare per il povero Alexandru ??

Poche, pochissime….l’aver voluto contraccambiare con una cortesia (la firma su una confessione che magari verrà fuori neppure scritta da lui) la gentilezza e l’umanità con cui gli inquirenti lo avevano trattato durante gli interrogatorii??

Ed invece di attenuanti i segugi (dal fiuto un po’ rovinato) va detto ne hanno parecchie.

Ossessionati dal vecchio Beccaria, i cui ritratti, come tutti ben sappiamo campeggiano nelle stanze degli interrogatori della Repubblica nata dalla Resistenza, i nostri Poirot hanno voluto strafare.

E’ vero che “ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti….Allora l’innocente sensibile si chiamerà reo, quando egli creda con ciò di far cessare il tormento.”

E conveniamo pure sul fatto che

“la tortura è data ad un accusato per discuoprire i complici del suo delitto; ma se è dimostrato che ella non è un mezzo opportuno per iscuoprire la verità, come potrà ella servire a svelare i complici, che è una delle verità da scuoprirsi? Quasi che l’uomo che accusa se stesso non accusi piú facilmente gli altri. “

Però Beccaria, che -diciamolo come attenuante- viveva in tempi più brutali dei nostri,  non ha pensato all ‘eccesso opposto. Alla necessità di raccomandare  cioè che negli interrogatori non si usassero maniere così gentili, così coccolone, così seducenti da indurre nell’indagato una voglia di contraccambiare così forte, ma così forte, un impulso letteralmente irresistibile di essere anche egli gentile, al massimo grado possibile, con i propri interroganti, da raccontare loro tutto quello che, secondo lui, avrebbero voluto sentirsi dire.

Se invece di Beccaria nelle scuole di polizia si insegnasse più a fondo il Maroni-Pensiero, “con gli immigrati bisogna essere cattivi” allora sì che si eviterebbe che qualcuno di loro  si macchiasse dell’orribile reato di calunnia e di autocalunnia, si eviterebbe di intasare i tribunali già intasati e di perdere tempo seguendo piste di dubbia consistenza.

Certo non si può pretendere che dei poliziotti si siano letti gli articoli di Romano Canosa e di Amedeo Santosuosso sui limiti dell’ attendibilità dei testimoni oculari su un mensile (Scienza Esperienza) che tanti anni fa ebbe vita breve e problematica. Articoli a cui le vicende odierne mi hanno fatto pensare nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata parecchia.

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