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Anche le donne s’iscrivono alle ronde?

di Rosa Ana de Santis

da altrenotizie.org

ronde

La notizia arriva dalla Capitale. Non saranno solo i padri e i mariti a improvvisarsi guardiani e giustizieri. Le donne non vogliono rimanere indietro, ci tengono a fare come gli uomini. L’iniziativa è nata dal quartiere Appio, dove si è consumata l’ultima violenza carnale. Si comincia oggi dall’Eur con spray al peperoncino e cappelletti di riconoscimento. Non è ancora chiaro se l’assimilazione agli uomini sarà sulla linea di una violenza spregiudicata e fuori controllo o su quella dell’inutilità permanente che non avrà legittimità di fare alcunché per difendere le potenziali vittime. Non è chiaro semplicemente perché confuso e carente è l’impegno e l’attesa politica di un provvedimento – di cui è in arrivo la direttiva di attuazione – voluto dal governo per dispensare se stesso da un impegno serio e istituzionale sulla sicurezza.La natura di questa trovata stradaiola del governo Berlusconi è inizio e fine di un fallimento che non sarà affatto innocuo. Sembra distratto anche il Vaticano nella denuncia di questa deriva poliziesca. Non è chiaro cosa vogliano fare le donne organizzandosi in ronde di quartiere. Se sia un impeto di emancipazione o un tracollo di stile e identità. E non è chiaro nemmeno se le ronde andranno dove dovrebbero andare, cioè nelle mura domestiche che assegnano agli italiani vestiti da mariti, padri, fidanzati, fratelli, zii, cugini o conoscenti la quota straordinariamente maggioritaria in termini di violenze, abusi e soprusi.

L’Italia “gode” del maggiore numero di addetti delle forze dell’ordine in Europa: circa 260.000. Ultimamente, il governo Berlusconi ha ridotto le spese proprio per queste, che non hanno ormai nemmeno i soldi per mettere la benzina nelle volanti, per tacere dei fondi per lo straordinario. Ovvio che, in questa situazione, il pattugliamento delle strade patisce carenze enormi, non certo risolvibili dai pensionati poliziotti o da fascistelli assetati di law and order e voti a buon mercato.

Ma se il numero dei poliziotti è il più alto d’Europa, l’Italia subisce, di riflesso, del maggior numero di violenze ai danni delle donne a fronte della presenza del minor numero d’immigrati. Allora? Invece d’interrogarsi sul serio, é partita ormai la rincorsa ad alleggerire lo spot con cui Maroni ha inaugurato la nascita delle ronde. Tutti si concentrano a definirle semplici gruppi di cittadini disarmati in supervisione. Ma fa ridere questo coro di benedizione per le pattuglie di strada cui fa da controaltare il rilancio della loro natura non militare e non armata. La contraddizione tradisce un imbarazzo e un voluto non-detto.

E’ una storia antica quella che racconta di come ricercare tutele e provvedimenti specifici serva spesso solo a rincarare il prezzo amaro della discriminazione. Quella silente e insidiosa, quella eclatante e sfacciata. Ma in questo caso non arriviamo nemmeno a parlare di questo. Nelle ronde anti-stupro le donne, purtroppo, sono soltanto un comodo pretesto propagandistico per scatenare violenza ai danni degli immigrati. Clandestini o no, poco importa. Per mascherare il fallimento della politica italiana sull’immigrazione. Per far sfogare la frustrazione dei cittadini e dei gruppi di destra, tifosi per vocazione storica della persecuzione xenofoba. Basta osservare le gambe di donna insanguinate sui loro manifesti, incollati su strade e piazze di Roma, per raccogliere la provocazione alle spedizioni punitive. Altro che ronde. Altro che donne.

Immaginare questi squadroni in giro per le nostre città significherà nel tempo assecondare – nella consapevolezza generale – la normalità di un controllo paternalistico e ad hoc sulle donne. Una vigilanza permanente di cui vale la pena sottolineare, solo per comicità da contraddizione, non intende farsi carico lo Stato. Lo stesso che in veste di padre decide di entrare nelle zone più intime del privato, come ha dimostrato l’ultimo atto di tirannide sul testamente biologico e che, nello stesso momento, delega al privato dei padri e dei fratelli la sicurezza delle loro donne. Una bizzarra intermittenza di ragioni di stato.

Sappiamo per certo che le ronde non serviranno, se non a contaminare la vita collettiva di violenza generalizzata e a mettere, nel tempo, sotto vigilanza le donne. Un medioevo così grande e improvviso da non poter essere taciuto. Sappiamo che le ronde delle donne oltre ad essere piuttosto inutili come quelle blu dei maschietti, saranno nella consapevolezza generale solo meno temute. Un espediente scenografico e propagandistico che non porterà un momento serio di pensiero sulla violenza alle donne, di cui lo stupro è il fatto in assoluto più brutale, il più irrimediabile e primitivo insieme.

Quello che non avviene solo per mano dei delinquenti stranieri nelle periferie urbane, nelle stazioni scure degli autobus o in un parco metropolitano. Lo stupro come gioco sessuale sta diventando un fatto sempre più diffuso proprio tra i giovanissimi. Una categoria quasi normalizzata del sesso, ritenuta solo un po’ estrema, con cui pensare di viversi il piacere sessuale nella dinamica del gruppo alla ricerca di divertimento facile, condito di violenza e occultato spesso nella banalizzazione ludica di uno sballo serale. La giovane ragazza di 17 anni violentata a Senigallia da un coetaneo é solo l’ultima notizia di cronaca.

Ma quando il capo di un governo dice di concepire le donne solo sdraiate, quando non sa trattenersi dalla battuta nera dei soldati per le belle donne, tradendo un’ignoranza personale imperdonabile sul significato della violenza delle donne, non possiamo aspettarci altro che l’effetto – ronda.

Tutto il pensiero delle donne si è consumato nella riflessione sullo stupro. Impossibile leggerlo come violenza neutra e trasparante. Disperante riconoscerlo come un elemento non superabile del potere sessuale del corpo maschile su quello femminile. Un potere fondato sulla forza cui la donna può rispondere solo riappropriandosi di quello procreativo.

Ma non è questo il tema, nemmeno da lontano. E non è nemmeno la tutela delle donne. Nemmeno quando è fatta dalle donne. E’ un rimedio ingannevole, la cui inutilità delle forme si risolverà molto probabilmente in un’efficace violenza di contenuto. Uno Stato papà che ricorre al privato per risolvere un tema pubblico come quello della sicurezza dei cittadini e prova a codificare in una legge il divieto per ciascuno di decidere della propria vita. Uno scambio ridicolo e preoccupante che vedremo girare minaccioso per le strade delle nostre città.

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