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Quel che resta di Gaza

Sabra e Chatila nel 1982, Jenin nell’aprile del 2002, adesso Gaza. Le prime due stragi con la regia di Sharon. Lungo tutti questi anni: muri, deportazioni, maltrattamenti, omicidi, umiliazioni, saccheggiamenti di villaggi profughi, distruzioni di ospedali, di scuole, di infrastrutture…Nel nome di queste città sono state perpetrate stragi d’ogni specie. La verità sul massacro di Jenin è stata impedita con ogni mezzo. La commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite non è stata fatta entrare nei territori oggetto del massacro, nel silenzio complice delle “democrazie” occidentali.
Questa non è una guerra. Non vede due eserciti schierati l’uno contro l’altro. E’ la lenta e progressiva agonia del popolo palestinese. L’asimmetria militare è lampante. Cacciabombardieri, carriarmati, incrociatori e una tecnologia da guerra tra le più forti del pianeta contro un popolo pressocchè disarmato. Un popolo a cui non resta che la propria morte quale ultima forma di rivalsa. Ciò che la stampa ufficiale vergognosamente tace è che questa violenta offensiva era stata programmata da mesi. Si attendeva dunque il pretesto per scatenare la “legittima difesa”. Occorre ribadire che si tratta di un crimine internazionale. Dopo 10 giorni di bombardamenti i morti civili sono oltre 500, oltre migliaia di feriti, alcuni in gravissime condizioni e senza la possibilità di curarli, destinati a morire, perché l’esercito israeliano impedisce il passaggio della Croce Rossa internazionale. L’assassinio del popolo palestinese non è un fatto di cronaca nera. I crimini degli israeliani negli ultimi anni hanno assunto il tono di crimini eccezionali. Sono crimini perché stanno eliminando dalla faccia della terra un popolo. E’ un crimine ontologico. Perché tocca l’essenza stessa dell’uomo. E’ l’essere stesso palestinese che viene negato ed eliminato fisicamente. E quando questo popolo non coincide con l’identità del popolo occidentale, allora si cerca di sminuire la portata del crimine.
La propaganda antipalestinese trabocca di titoli nei quotidiani e nei telegiornali. “risposta all’aggressione”, “legittima difesa”, “reazione giustificata”, ecc. il linguaggio giornalistico dà il suo onorevole contributo a confondere aggrediti e aggressori. Quando un popolo viene decivilizzato privandolo di acqua, di ospedali, di scuole e di altri servizi necessari alla vita, come chiamare questo stato di cose? Gli esempi di disumanizzazione sono infiniti. Le morti dei civili vengono chiamate sarcasticamente “effetti collaterali” ai “bombardamenti chirurgici”. In sostanza una presa in giro. Perchè in realtà si bombarda indiscriminatamente. Chi muore, muore. Dio – come disse un papa – riconoscerà i suoi! Su questa guerra chirurgica è sufficiente ricordare un episodio accaduto a Jenin. Jamal Fayid, portatore di handicap su una sedia a rotelle, viene schiacciato volontariamente da un bulldozer guidato da un soldato israeliano davanti agli occhi atterriti dei parenti costretti a guardare la scena senza poter reagire. Questa scena ricorda un episodio accaduto durante la deportazione degli ebrei a Varsavia. Una squadra di SS di sera entra in un  condominio e rastrella intere famiglie, di fronte a un uomo seduto su una sedia a rotelle lo prendono e lo buttano dal balcone.
Ma il palestinese non è l’israeliano, protetto non solo dall’estabilishment politico mondiale, ma protetto soprattutto dal senso di colpa occidentale nei confronti della Shoah. Ogni tentativo di criticare Israele viene subito ricusato come “antisemitismo”. Questa è la più grande offesa che si possa fare alla Shoah: trasformarla in una garanzia d’immunità. Occorre difendere la memoria della Shoah anche dai discendenti delle vittime come accade in Israele, se questi  strumentalizzano la Memoria dello sterminio degli ebrei al fine di giustificare l’ingiustificabile. Essere israeliani non da certificati di infallibilità nella condotta umana. La memoria dei campi va difesa ogni giorno da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. Occorre domandarsi: l’identità di Israele coincide con l’identità del popolo ebraico in generale?  Israele in effetti non è uno stato costruito sul modello di Davide e Salomone. Uno stato, cioè, che poneva al primo posto la giustizia. L’attuale stato israeliano è di fatto costituito sul modello politico-militare-economico del modello occidentale. E, alla fin fine, non è stato altro che l’avamposto degli Stati Uniti nel cuore della società islamica. Dall’anno del suo insediamento – 1948 – lo stato israeliano è stato di carattere dominatore-colonizzatore.E’ democratico, si, ma solo per gli israeliani. Per gli arabi no, perché non godono degli stessi diritti degli israeliani (soprattutto non possono avere cariche politiche e sono proibiti i matrimoni misti). Democrazia?  E’ da vedere. Un solo esempio. Dal 1995 –  dunque prima della seconda intifada – ben 90.000 persone abitanti nell’agglomerato di Betlemme, non possono più utilizzare la strada principale, per garantire la sicurezza a una decina di israeliani (dico “israeliani” non ebrei, perché vi è una profonda differenza fra l’ebraismo della diaspora e lo stato ebraico sedentario).
A partire dal 2001, l’intera popolazione palestinese è rinchiusa in microzone, senza poter comunicare da una parte all’altra. Il blocco instaurato all’inizio del “processo di pace” si è man mano trasformato in vere prigioni urbane. La vita economica è interamente smantellata, come lo sono la vita familiare – non c’è famiglia che non abbia un morto. Nel corso dell’ultimo decennio, i coloni israeliani sono diventati come gli yenkee al tempo della conquista del west. Arroganti, spadroneggiano su tutto. Impongono le loro volontà. Rubano le terre agli arabi e il loro raccolto, aprono strade e ne chiudono altre, vietano ai contadini arabi l’accesso alle loro terre, e quando questi reagiscono, organizzano spedizioni punitive.
Per gli ammalati, poi, l’ospedale è una meta a volte irraggiungibile per via degli estenuanti controlli e sbarramenti. Per non parlare dei numerosi attacchi contro il personale sanitario, di rifiuto all’assistenza a feriti, di donne incinta che hanno perduto il figlio perché non sono state fatte passare a un posto di blocco, eccetera. Come non pensare a ben altre esperienze di disumanizzazione degli esseri? Paragone impossibile? Perché no? Cosa impedisce di pensare il fatto che togliere agli uomini ciò che li caratterizza in quanto tali è ciò che è stato fatto agli ebrei dai nazisti? La differenza sarebbe in questo caso di gradualità. Se i lager, con le camere a gas, costituiscono il vertice del terrore, la punta estrema in cui la razionalità ha concepito la morte come produzione industriale, quello che da anni accade nei territori palestinesi sarebbe di una gradualità inferiore, ma concepita nell’ottica di una stessa idea: deumanizzare gli individui per poterli uccidere senza rimorsi, come si fa con le bestie. Certo, l’alibi è forte. Distruggere per salvarsi. La radicalità dell’antagonismo non lascia spazio ad altre vie. Questa radicalità fa pensare alla concezione del politico di Carl Schmitt, il quale sostiene che la percezione del nemico da distruggere costituisce l’essenza stessa del politico. La percezione dell’altro come nemico, di cui gli ebrei sono stati testimoni e vittime eccezionali, diventa una barriera simbolica invalicabile. Ma in tal modo si perpetua la propria differenza come identità nella misura in cui si percepisce l’altro come pericolo alla propria identità. E’ la stesa percezione del nemico che i cattolici hanno quando invocano il diavolo, rispetto al quale si costruisce l’identità del buono. Il problema reale e che il dubbio è estraneo a questa visione paranoica, così come l’autocritica. Il ragionamento che tende a giustificare l’alibi della guerra preventiva, apparentemente razionale, è in realtà di natura emozionale e affettiva e non rappresenta altro che la giustificazione delle sue tendenze regressive.
E’ necessario evitare confusioni. L’eccezionalità della Shoah non è l’eccezionalità di un popolo. Perché in tal caso cadremmo nella trappola della razza. Piuttosto è l’eccezionalità del pregiudizio e dell’odio. Ma se è così, allora i nazisti hanno ottenuto una vittoria postuma. Perché disumanizzare l’uomo, ovunque egli si trovi e a qualunque cultura esso appartenga, è un prolungamento della Shoah. I Tutsi del Ruanda ne hanno fatto le spese: massacrati e disumanizzati dai cristianissimi Hutu. Un genocidio ancora tutto da spiegare. Per non parlare dei milioni di africani che per secoli sono stati deportati nelle americhe in nome della civilizzazione.
Non è la Shoah che è in dubbio. Ma la sua memoria, quella si, se si continuano a perpetrare forme di disumanizzazione degli esseri per via di coloro che avrebbero dovuto mantenerne intatto il monito.

In tutto ciò vi è una profonda volontà di disumanizzare i palestinesi, ridurli a bestie, sradicare quanto di umano ancora resiste nelle loro vite. Aggredire e ridurre al silenzio tutto ciò che mostra segni di realtà umana. D’altra parte cosa sappiamo della società Israeliana? E, soprattutto, cosa sappiamo dei palestinesi? Tutti i telegiornali ogni volta che si parla dei palestinesi mostrano uomini incappucciati con armi in mano che fanno danze rituali. Niente di più oscurantista. Nessun servizio giornalistico è dedicato alla vita reale dei palestinesi. In tal modo si contribuisce a formare una rappresentazione immaginaria di un popolo di cui non conosciamo nulla. Identificando palestinesi e terrorismo, e giustificando la politica aggressiva della colonizzazione dei territori palestinesi, l’informazione da il suo contributo al massacro di un popolo.
Violenza dell’informazione che si aggiunge alla violenza dei bulldozer che cancellano la vita reale dei palestinesi. Al telespettatore non si sottopongono strumenti di analisi per comprendere la posta in gioco della violenza nei territori palestinesi. La nostra informazione è in preda alla paranoia. E’ paranoica ogni rappresentazione dell’altro come nemico. E’ il trionfo della “banalità del male”, come si espresse tempo fa Hannah Arendt. Cosa intendesse la Arendt per banalità del male lo scrisse nella rivista “Social reserch” nel 1971 alcuni anni dopo il suo celebre saggio: “Per banalità del male intendo non una teoria o una dottrina, ma qualcosa di completamente fattuale, un crimine di enorme portata a che non può assolutamente essere ricondotto a una malvagità particolare, a qualche patologia o convinzione ideologica dell’autore, che si distingueva forse unicamente per una straordinaria superficialità”.
In tutto questo teatro della crudeltà ciò  che viene occultato è il rapporto di causa/effetto. Cosa c’entra l’antisemitismo di fronte a uno stato che dal dopoguerra ad oggi ha rubato con la forza e la violenza (”occupazione liberale”) gran parte dei territori palestinesi riducendo una popolazione allo stremo?
In oltre quarant’anni di colonizzazione violenta hanno creato le condizioni fisiche per decivilizzare un popolo. Privarlo dei diritti più elementari, costringendolo a reagire con l’unica arma a loro diposizione : la loro vita. Se vivere significa vivere come dei morti, tanto vale morire in mezzo a coloro che ti hanno rubato la vita. Conosciamo il “terrorismo” palestinese. Ma non conosciamo quello israeliano. Da quasi un decennio lo stato israeliano vede come guida una miscela esplosiva e suicida: bruti in uniforme come i generali Shaul Mafaz e Moshe Yaalon, nazionalisti estremisti come Avigdor Lieberman e Uzi landau, irresponsabili avventurieri come Benyamin Netanyahu ed esaltatori del messianesimo come il rabbino Beni Eilon e il generale Efi Eitam. Il nazionalismo messianico e il messianismo militarista costringono a considerare il peggio – lo sterminio dei palestinesi – come una scelta reale e l’apocalisse come un progetto politico.

Occorre ribadire che il concetto di guerra ha cambiato volto. Dopo il crollo delle torri gemelle e la conseguente politica della “guerra preventiva”, anche l’amministrazione israeliana si è prontamente adeguata. La seconda intifada (settembre 2002) è scoppiata dopo che gli israeliani avevano ucciso decine di giovani palestinesi sospettati di terrorismo. Mentre gli attentati in Israele cominceranno solo tre mesi più tardi. Tutti ciò non è stato mai evidenziato dalla stampa internazionale. L’espressione “guerra al terrorismo” è diventata uno slogan politico insindacabile a livello della politica internazionale per giustificare azioni militari e ingerenze politico-economiche presso popolazioni considerate “stati canaglia”.

Marcello Faletra

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