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Il paradiso al di là del Mediterraneo

Quando stavo giù in Benin ho sentito tanti ragazzi parlare di un paese senza razzismo, con la prospettiva di un lavoro e di trovare gente amichevole disposta ad aiutarli ad uscire dalla situazione di indigenza nella quale versavano nel proprio paese. Parlavano dell’Italia.

Il mio stupore era grande ogni volta che sentivo amici africani parlare del mio paese in questi termini e per un mio personalissimo senso di responsabilità e amore per la verità mi affrettavo a spiegare loro che sì, l’Italia è bellissima, non soffre di particolari penalizzazioni climatiche e, rispetto all’Africa, si sta bene, ma oltre ai pregi ha dei macroscopici aspetti negativi che loro ignorano e del cui contrario hanno anzi fatto un mito.

L’Italia è razzista e lo sta diventando sempre di più. In Italia non c’è lavoro né per italiani né per stranieri. In Italia non è facile avere i documenti e i permessi, tutt’altro: si fanno code di ore e decine di metri, fuori dalle questure.

E quand’anche si riuscisse ad avere il benedetto permesso di soggiorno, poi si viene abbandonati completamente nella ricerca di un alloggio dignitoso e di un lavoro onesto.

E’ un vero colpo al cuore, dopo aver visto tanti ragazzi africani in Benin illuminarsi nel parlarmi del mio paese come di un’isola felice, ritrovarne altri, in genere tra i venti e i trent’anni d’età, che in teoria ce l’hanno fatta a svoltare, sono sbarcati sulle nostre coste, pronti a cominciare una nuova vita, ma che purtroppo scoprono una realtà ben diversa.

Una realtà fatta di filo spinato, domande identiche ripetute milioni di volte, ordini impartiti da forze di polizia, mesi di un limbo vissuto in condizioni semi-carcerarie, nell’attesa di sapere se si è tra i “fortunati” che potranno restare oppure se il viaggio si concluderà al punto di partenza.

I più fortunati hanno la possibilità di avere un mediatore culturale, magari preparato, che spiega loro cosa e come si deve procedere per chiedere lo status di rifugiato o la protezione umanitaria. La maggior parte incontrano un muro fatto di una lingua sconosciuta ripetuta a voce sempre più alta da persone in divisa, spazientite da quella diversità e dal doversi occupare di loro. Spesso agli immigrati non viene spiegato un bel niente sui loro diritti e sulle possibilità di restare in Italia. E quand’ anche gli viene spiegato che possono inoltrare delle richieste di asilo, quasi mai gli viene spiegato che, in caso di risposta negativa, hanno diritto di appellarsi contro la decisione.

Vivono nei CPT, nei CPA o nei CARA, poi un bel giorno la Commissione decide che la Somalia o l’Eritrea o l’Algeria sono posti abbastanza pericolosi per loro da evitare che vi facciano ritorno.

Ed ecco che arriva lo status di rifugiato o la protezione umanitaria. Vittoria!

E invece no, è solo l’inizio. Nessuno di loro è autorizzato a lavorare finchè non ha il permesso di soggiorno, dunque quando ricevono i tanto sospirati documenti che li regolarizzano, vengono semplicemente mandati via dai centri di accoglienza senza un soldo in tasca e senza sapere a chi rivolgersi. Alcuni si rivolgono alla Caritas che fornisce loro cibo e vestiti, ma spesso non ha strutture dove ospitarli e così questi ragazzi, si arrangiano dormendo in depositi abbandonati, vecchie fabbriche, sotto i ponti o in qualunque altro posto offra loro riparo. A volte se ne occupano associazioni di volontari o qualche sacerdote di strada, di quelli che se ne fregano della burocrazia e credono nella propria missione.

Ma la situazione è drammatica e comincio a chiedermi se davvero non sia il caso di porre un tetto all’immigrazione. No, non sono improvvisamente diventato leghista o missino, ma mi chiedo che senso abbia alimentare questo flusso migratorio quando non siamo in grado di assicurare ai migranti condizioni dignitose. Come si fa a chiedere ad uno che non ha nulla e a cui non viene consentito di lavorare finchè non ha documenti, di pagare 40 euro per un marca da bollo che andrà applicata sui documenti appunto?

Come si fa a cacciare sulla strada di punto in bianco gli immigrati regolarizzati o i rifugiati senza prima dargli il tempo di trovare una sistemazione alternativa? E invece è così che funziona qui, nel paradiso al di là del Mediterraneo…

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