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La Thyssen è chiusa, ma Torino brucia ancora

Ieri sera – a un anno e tre giorni dalla sciagura della ThyssenKrupp – La7 ha mandato in onda La fabbrica dei tedeschi.

Il documentario di Mimmo Calopresti delude, dal punto di vista giornalistico come da quello artistico: nessun valore aggiunto all’inchiesta, autoinquadrature dell’autore che annuisce partecipe al racconto dei parenti delle vittime, accompagnamento musicale melodrammatico, un insulso inserto di fiction nel prologo affidato a volti celebri del cinema italiano.

L’instant movie del regista calabrese mantiene però il suo valore di testimonianza. La storia, i personaggi, i volti che oggi ci appaiono familiari perché (meglio) raccontati nei tanti reportage sul tema, negli anni futuri resteranno in vita grazie a questo film.
Ci ricorderemo che in quella fabbrica in dismissione si risparmiava sulla sicurezza. Che “somigliava a un circo” in cui i carriponte dovevano schivare le gru dei cantieri per lo smontaggio dei macchinari. Che la regola suprema recitava “il rullo non si ferma mai”. Che se alla fine del turno non si riceveva il cambio si era costretti allo straordinario per un totale di 12, quando non 16 ore di lavoro filato. Che i vertici aziendali avevano già cacciato gli operai più esperti e “hanno lasciato i ragazzini” che non creano problemi.
E ci ricorderemo il dolore composto della moglie di Antonio Schiavone – il primo a perdere la vita tra le fiamme della linea 5 – raccontare come ogni giorno il marito, durante le lunghe ore chiuso in quella gabbia senza finestre, la chiamasse per sapere che tempo faceva fuori.

Certo spiccano le differenze tra gli operai di ieri – raccontati da Francesca Comencini nel ben più incisivo In fabbrica, che ne ripercorre la storia sociale in Italia dal dopoguerra allo sciopero di 35 giorni alla Fiat nel 1980 stroncato dalla marcia dei 40mila colletti bianchi – e questi ragazzi cresciuti nell’edonismo di fine millennio.
La gratitudine per l’industria in espansione del boom economico che liberava dalla fatica infinita dei campi, e successivamente la presa di coscienza dell’alienazione da catena di montaggio e la compattezza del movimento operaio nel contestarla, hanno lasciato spazio a un odio cieco per la fabbrica e ad un desiderio d’emancipazione sempre e comunque individuale.
Tra le vittime della Thyssen c’era chi “voleva fare l’attore”, chi il dj, chi aprire un locale in Spagna, chi un bar dietro casa. Sognare è lecito, ci mancherebbe.
Ma al momento di protestare per la mancanza di sicurezza ci si trova soli, perché nessuno vuol mettersi in cattiva luce coi capi. Così come non si protesta quando viene imposto lo straordinario, che serve a portare a casa qualche euro in più per tirare avanti, ma anche per comprarsi “le scarpe da 200 euro da mostrare agli amici” o accontentare il figlio che si lamenta “perché non ha la magliettina firmata come i compagni di classe”.
Un tutti contro tutti in cui lo status, e i soldi che lo determinano, contano più d’ogni altra cosa.
Allora, assieme al ricordo degli scomparsi, non dobbiamo nemmeno dimenticare i litigi tra i loro parenti per la spartizione della somma raccolta con un fondo di solidarietà dai sindacati. Gli stessi sindacati fischiati con rabbia durante le manifestazioni.

E come se la passano un anno dopo gli operai a Torino? Il tema è al centro del dibattito che segue il film.
“Attualmente in città ci sono 430 aziende con personale in cassa integrazione, il triplo dell’anno scorso”, rendiconta il sindaco Chiamparino.
“E questi sono i fortunati”, rincara la dose Gad Lerner dando la parola a un interinale che da quando è rimasto a casa non vede più un euro.
Ma l’apice dello sconforto lo procura il giovane che racconta la manifestazione dei lavoratori Pininfarina davanti a Banca Intesa. Chiedevano la revoca della richiesta di rientro del debito presentata all’azienda.
Altro che rivendicare diritti. Ormai tocca supplicare le banche perché diano i soldi al padrone. E permettano agli operai di continuare a odiare la loro fabbrica.

Pubblicato anche su www.cogitabondo.net

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