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Una nuova Resistenza

Il cuore della Costituzione repubblicana batte soprattutto nei dodici articoli posti sotto la titolazione di “Principi Fondamentali“. Definendoli, l’Assemblea Costituente escluse ogni altra definizione, scartò  l’ipotesi di un “Preambolo“, per evitare l’idea di una graduatoria di valori e fissò un corpo di regole di carattere “generalissimo” – la parola fu scelta non a caso dal Presidente, on. Ruini – composto di articoli che non trovavano degna collocazione in nessuna delle parti della Carta, ma tutti assieme, senza ordine gerarchico, senza priorità o livello d’importanza, delineavano il “volto della Repubblica”. Benché siano ben noti, non sarà tempo perso riportare per intero il testo di alcuni di quegli articoli: risulterà evidente che, alla fine di un processo partito da lontano, siamo ormai di fronte a un Governo che mira apertamente a costruire un regime.

“L’Italia – afferma l’articolo 1 – è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Come ognuno sa bene, la sovranità del popolo si esplica in maniera diretta, mediante il voto, soprattutto nell’elezione dei deputati. Ne deriva che, da quando una legge elettorale ha soppresso il diritto di “delegare”, l’intero sistema politico si è posto fuori della legalità repubblicana. Il Parlamento, infatti, di per se stesso non è sovrano. Ogni suo componente acquisisce i poteri costituzionali esclusivamente per delega espressa dagli elettori. In assenza di questo requisito, da anni, in Parlamento i sedicenti “deputati” sono solo dei clandestini.

L’articolo due afferma che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Per “qualificare” i diritti, la Costituente ebbe a disposizione un’ampia gamma di aggettivi e la parola “naturali” sarebbe stata forse particolarmente adatta. L’Assemblea, tuttavia, tenne soprattutto ad attribuire all’affermazione dei diritti un carattere che superasse il “giusnaturalismo”. Il concetto, pertanto, si levò a livelli più alti, si collocò tra storia e filosofia, acquisendo connotati “finalistici” e trasformando il riconoscimento del diritto di lavorare in diritto a costruire, con un minimo di certezza del futuro, un progetto di vita. Per converso, la disoccupazione e la precarietà assunsero così il valore implicito di “vulnus” e ne nacque in pratica un principio: quando il diritto riconosciuto non trova realizzazione concreta, l’armonia del tessuto sociale è compromessa. In questa luce, un Esecutivo che giunge a teorizzare, come ha fatto di recente il Governo Berlusconi, la necessità della disoccupazione come soluzione ai problemi delle aziende in nome della sottomissione alle leggi del mercato, non solo trasforma il diritto alla certezza in dovere di subire la precarietà ma si connota in senso profondamente classista e, come tale, si mette fuori dalla legge nel metodo e nel merito. Già illegittimo, perché vive della fiducia da un Parlamento privo di delega popolare, schierandosi coi datori di lavoro contro i lavoratori, il Governo Berlusconi giunge a violare i fondamenti del patto sociale in una democrazia di natura borghese.

“Tutti i cittadini – afferma l’articolo 3 – hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Usciti dall’ambito dei diritti per così dire universali, siamo nel campo concreto della “cittadinanza”, sicché l’eguaglianza di fronte alla legge non si pone solo come principio etico, ma riguarda la concretezza della vita quotidiana. Su questo terreno, un Governo che sancisca una qualsivoglia differenza tra due cittadini di fronte alla società e alla legge, ricorre a provvedimenti evidentemente illegali. Nessuno, primo fa tutti il Presidente del Consiglio, infatti, può essere autorizzato ope legis a sottrarsi al suo giudice naturale per una presunzione di reato che non riguardi l’esercizio delle sue funzioni politiche. Il provvedimento sarebbe illegittimo anche se, paradossalmente, riconoscesse a tutti i cittadini il medesimo diritto. Ognuno di noi, nessuno escluso, è chiamato a rispondere del proprio operato di fronte alla Giustizia, che, vale la pena di ricordarlo, è amministrata in nome del popolo (art. 101). Sottraendosi alla legge, come di recente ha fatto, il Presidente del Consiglio si è sottratto di fatto a quella sovranità popolare che di continuo invoca a giustifica di un potere esercitato in un Parlamento privo di delega popolare.

In una visione autocratica della dinamica parlamentare, da tempo, si finge ormai d’ignorare la preminenza delle leggi costituzionali su quelle ordinarie. Di recente, spinti dalle pratiche “viziose” del potere centrale, Amministrazioni periferiche di ogni tipo, sono giunte a prescrivere comportamenti in netto contrasto con i diritti garantiti. Benché l’articolo 21 della Carta costituzionale assicuri a tutti i cittadini la piena libertà di parola e pensiero, c’è chi pretende di leggere negli articoli 97 e 98 della Costituzione, che riguardano la Pubblica Amministrazione, inesistenti limiti posti alla libera espressione del pensiero dal fatto che “<i>i pubblici l’impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione</i>”. E’ una lettura autoritaria e del tutto infondata, che risponde ad una logica puramente repressiva, incompatibile con la natura di cittadino di pieno diritto che è propria di ogni impiegato pubblico. Si finge di ignorare ciò che risulta evidente dal dibattito dell’Assemblea Costituente: le parole del legislatore si riferiscono, infatti, all’indipendenza da organizzazioni politiche, hanno carattere cautelativo, riguardano soprattutto i magistrati,  e, ciò che più conta, partono dal presupposto che il Governo si uniformi all’interesse superiore dello Stato e al dettato costituzionale. Una guerra di aggressione, dichiarata in palese contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, che “<i>ripudia la guerra come strumento di offesa agli altri popoli</i>, non solo contrappone il dovere dell’ubbidienza e della disciplina al vincolo infrangibile della legalità costituzionale e al diritto all’obiezione di coscienza e alla disubbidienza civile, ma pone automaticamente il governo fuori dalla legge. Non diversamente accade per quel Governo che preveda la privatizzazione del sistema formativo statale, espressamente proibita dagli articoli 33 e 34 della Carta Costituzionale.
Nessuna legge parlamentare, nessun decreto regionale, nessuna circolare o disposizione di Ministeri o Enti Locali possono avere carattere vincolante, quando siano in palese conflitto con lo spirito e la lettera della Costituzione. E non ci sono dubbi: il Governo deve alla Costituzione il medesimo rispetto richiesto all’ultimo dei dipendenti pubblici ai quali non può negare il diritto al dissenso. Sempre e ovunque.
Quando la tracotanza del legislatore si spinge al punto di ignorare sistematicamente la legalità repubblicana – sono ormai molti anni che accade, sia con questa destra che con la sedicente “sinistra – non fa meraviglia che si giunga alla censura. In occasione delle agitazioni in atto di studenti e docenti che contrastano il progetto di smantellamento della scuola e dell’università italiana, riesumando un aberrante Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, firmato nell’ormai lontano novembre del 2000 da quel nobiluomo di Giuliano Amato, in palese contrasto con la legalità repubblicana, giorni fa un Direttore Generale Regionale del Miur ha ricordato ai Dirigenti delle Istituzioni scolastiche statali [sic] di ogni ordine e grado del Veneto che “il dipendente tiene informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa”[1].

Per la conclusione dell’articolo, uscito su “Fuoriregistro”, cliccare sul seguente link:

http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=12312

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