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Scuola e università: i luoghi della nostra resistenza

Se continueremo a ridurre l’intervento governativo sulla scuola a scelte economiche legate a problemi di bilancio, molto probabilmente non riusciremo a cogliere la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su una fumosa volontà di “cambiare” la scuola, copre abilmente l’obiettivo più ambizioso e pericoloso di trasformare profondamente il Paese. La scuola, così come la disegna il tandem Tremonti-Gelmini, è parte essenziale – forse è l’asse portante – del regime autoritario che ha in mente Berlusconi. L’ha intuito Epifani, colto in mezzo al guado dal disastro dell’Alitalia e con la Cgil isolata e accerchiata, ma gli manca l’animo per dar battaglia: le politiche per la formazione adottate da questo sciagurato Governo non interessano i partiti politici – vittime di una mutazione genetica che li priva di una filosofia della storia e li riduce a bande di mercenari al servizio del miglior offerente in cambio di potere e impunità -. e non possono riguardare semplicemente pezzi di società – i docenti, i genitori, gli studenti – o associazioni di categoria sempre più ostili tra loro e non di rado complici del disegno governativo.
Per capirlo, per rendersi conto del momento cruciale che vive il Paese, occorre far ricorso ai vecchi strumenti di analisi, frettolosamente rinnegati, senza averne altri su cui fare conto.
E’ ormai evidente: la crisi del capitalismo impone scelte radicali, ripropone la contrapposizione tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che se ne appropriano e pone i governi borghesi di fronte alla necessità, storicamente ricorrente, di costringere gli sfruttati a pagare con la miseria, la salute, la rinunzia ai sogni di emancipazione e il sacrificio del futuro dei propri figli, gli effetti devastanti delle contraddizioni del sistema.
Se questo è il quadro in cui si inseriscono le scelte del ministro Gelmini – e appare onestamente difficile negarlo – l’analisi degli obiettivi reali che esse si propongono andrebbe evidentemente affinata, anche, e soprattutto, perché la convinzione che si parta da un vuoto pedagogico non solo è probabilmente errata – qui si chiude un cerchio che altri hanno aperto, pedagogisti inclusi – ma, alla lunga, potrebbe risultare fuorviante e pericolosa.
In questo senso, non sarebbe tempo perso ricordarsi che quello dei docenti è un lavoro intellettuale e che, in certa misura, “intellettuali” sono essi stessi, per chiedersi quale sia, nella crisi che attraversiamo – che è anche crisi di trasformazione delle strutture di comando capitalistico – il valore reale del nostro lavoro. Toni Negri può essere antipatico, può provocare fastidio e persino insospettire, quando si pone domande alle quali hanno cercato di dare risposte uomini come Gramsci o Foucault, tuttavia non è né banale né stupido. Stimolante e, per certi versi rivelatrice è, non a caso, la sua riflessione sull’attuale natura del lavoro intellettuale, nella quale, a ragionarci su, potremmo forse cogliere la ragione profonda dell’attacco alla formazione portato più o meno ovunque dalle destre – tutte le destre, anche quelle travestite da sinistre – sempre più decise, nonostante la crisi, o forse proprio a causa della crisi economica, a costruire una società di automi, incapaci di autonomia personale e impossibilitati a vivere fuori da una “moltitudine produttiva”, priva di senso critico e ipnotizzata dal “pensiero unico”.
“Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale – osserva Negri – tanto più esso diviene bios” o, se si vuole, “produzione della vita”. Vengono in mente, forse non a caso, Marx e Marcuse che troppo frettolosamente abbiamo pensionato e una domanda richiede urgentemente una risposta: il nostro lavoro, inteso come produzione di “vita”, come lavoro che nasce dal basso e dal basso produce concetti, dal basso si sforza di offrire chiavi di lettura della complessità e della molteplicità degli eventi, è compatibile con la società che si intende costruire?
E il “docente-intellettuale”, quando il docente è un intellettuale – e il caso non è raro – il docente che non può e non sa proporsi come il gramsciano “intellettuale organico” – ammesso che oggi ve ne sia bisogno – e neppure come l’intellettuale “impegnato” che si identificava con la sua stessa lotta, ma perdeva il contatto con la gente, con i lavoratori che gli si rivoltavano contro, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, quel docente che, piaccia o no, di quella cesura rimane per molti versi figlio, è compatibile con un sistema politico che tende ad una trasformazione gerarchica della società? La risposta è chiara e rivelatrice: questo docente, che non agisce seguendo principi oggettivi ma si ostina e vivere di dubbi e a seminarne tra gli studenti è, di fatto, “rivoluzionario” nella teoria ed eversivo nella prassi. Questo docente, quindi, e la scuola che egli fa, va cancellato.
In questo quadro, non fa meraviglia che, al di là di prese di posizione retoriche e strumentali, i docenti e la scuola statale non trovino alleati tra le forze che – illegalmente, giova ricordarlo – occupano le Camere e di volta in volta, a seconda dei ruoli recitati, sostengono o fingono di contrastare l’azione di un Esecutivo che, più si sente forte, più si fa tracotante e più chiaramente punta a svuotare di contenuto la democrazia borghese che fino a ieri tutti dichiaravano di voler difendere a spada tratta e che ora sono in tanti a sentire come un ostacolo all’instaurazione d una moderna e micidiale dittatura.
Se questa è la situazione in cui ci troviamo, occorre riconoscerlo: il cinque in condotta e la bocciatura per motivi disciplinari non mancano di una loro valenza pedagogica. Negativa finché si voglia, ma anche capace di intercettare bisogni e aspettative della gente stanca e, perché no?, di parte del corpo docente.
Una soluzione che risponde ad una richiesta di “ordine e gerarchia”, che nasce da una società confusa e disorientata da campagne medianiche che hanno battuto in breccia la scuola, alla quale sono stati abilmente imputati gli effetti devastanti della teoria e della pratica di un neoliberismo che ci conduce all’attuale Caporetto economica e sociale.
Per anni una valanga mediatica, fondata su fatti reali ricostruiti, tuttavia, sulla base di un capovolgimento del rapporto tra la causa e l’effetto, ha affondato nel fango la scuola e le sue ragioni, cancellate dalla proposizione ossessionante di episodi di bullismo, dalla documentazione del trionfo della violenza, da un diluvio di dati, rapporti, statistiche e diagnosi di sedicenti analisti, tesi a dimostrare che la scuola produce disamore per la cultura e analfabetismo di valori; per anni il personale docente è stato presentato come imbelle, impreparato, assenteista e protagonista negativo di uno sfascio che, con feroce e studiata deformazione dei fatti, si è voluto figlio della scuola, mentre alla scuola, di contro, è approdato, figlio di una società malata di consumismo, privata di punti di riferimento, precarizzata, scientemente disumanizzata, criminalmente istiigata a regolare i propri comportamenti individuali e collettivi in base alla filosofia del mercato senza regole, alla logica della sopraffazione, alla rappresentazione della ricchezza e del successo come irrinunciabili valori di riferimento. Oggi, che il giocattolo s’è rotto, il cinque in condotta e il “maestro unico”, sono la “normalizzazione pedagogica” dell’individualismo borghese diventato ingovernabile, l’inquadramento psicologico, prima ancora che politico, di “masse consumatrici” private della connotazione di classe, ipnotizzate dal sogno americano e dal quel suo sottoprodotto che è il berlusconismo. Una iniezione d’ordine, una cura da cavallo della futura “disciplina” e – perché no? – una pistola puntata alla tempia di ogni organizzazione politica del dissenso studentesco. E poiché è provato che un regime si affida volentieri al simbolismo, valore pedagogico assume, in questo senso, anche la normativa sui grembiulini, che, associata alla retorica dell’inno nazionale, delle “affermazioni” dell’Italia sportiva, delle mirabolanti imprese dei “bravi ragazzi” in armi, sparpagliati per le “aree calde” del pianeta, sostituisce e modernizza quel pilastro della pedagogia fascista che fu abilmente sintetizzato nello slogan “libro e moschetto, fascista perfetto”.

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