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La morte di Antonio Gava di Marco d’Eramo su Il Manifesto

DEMOCRAZIA CRISTIANA: Antonio Gava, «boss figlio di boss»
Marco d’Eramo – Il Manifesto

Per chi, persino a sinistra, rimpiange i bei tempi andati della Democrazia cristiana di una volta, la figura di Antonio Gava, spentosi ieri a 78 anni, ci ricorda che non si stava affatto meglio quando si stava peggio. Come tanti altri big vicini alla criminalità meridionale, «il viceré di Napoli», proveniva dal Nord: suo padre, e mentore, Silvio Gava, era nato nel 1900 a Vittorio Veneto e solo poi era calato in Campania per diventare senatore per il collegio di Castellamare di Stabia ed essere 13 volte ministro, tanto che l’ex presidente Francesco Cossiga definì Antonio: «boss figlio di boss».

Insieme alle entrature nella Dc, Antonio ereditò dal padre (morto quasi centenario nel 1999) la sua rete di relazioni locali con il Banco di Napoli, la Cassa del Mezzogiorno, l’Ente Porto, rete che estese a dismisura e che l’aiutò nella fulminea carriera politica, grazie anche al suo fiuto che nel 1972 gli fece lasciare il Vesuvio per entrare in parlamento a Roma, poco prima che scoppiasse lo scandalo del colera nelle cozze e nei frutti di mare a Napoli e che la gente cominciasse a chiamarlo «Antonio Fetenzìa».
Lo stesso tempismo lo fece ritornare a Napoli dopo il terremoto in Irpinia del 1980 e la successiva spartizione per gli aiuti alla ricostruzione. Negli anni ’80 Gava assurse ai massimi fasti e fu sette volte ministro: una volta per i rapporti col parlamento, tre volte delle poste, una volta delle finanze e due volte ministro degli interni. Non solo, ma il suo potere fu tale che Bettino Craxi dovette chiedergli la benedizione per governare: beneplacito che Gava concesse tradendo l’irpino Ciriaco De Mita e aderendo al Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), nonostante Giulio Andreotti proteggesse il suo rivale nel clientelismo napoletano, Cirino Pomicino.
Benché, dopo tredici anni di processo, sia stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa per cui fu arrestato nel 1993, Gava non ha mai negato i suoi rapporti con esponenti della camorra che d’altronde apparvero chiari quando, nel 1981, le Brigate Rosse di Giovanni Senzani rapirono l’assessore regionale all’urbanistica, il protetto di Antonio Gava, Ciro Cirillo.
Allora, nella sua leggendaria vestaglia di seta rossa, col grosso sigaro in mano e l’ancor più grosso anello al dito (anello spesso baciato dai cortigiani), Antonio Gava riunì i più importanti imprenditori napoletani per mettere insieme i soldi del riscatto. Le riunioni avvenivano nel suo lussuoso appartamento di Posillipo, anzi nel cubo di cemento, un vero e proprio bunker, che si ergeva al centro del salone e che lo isolava da tutte le intercettazioni (con una preveggenza di cui non avrebbero fatto sfoggio i nostri leader di questi anni). Chiamato familiarmente «il Cubo», questo bunker sarebbe diventato il mitico ricettacolo di tutte le dietrologie italiane. Ma per il caso Cirillo i dietrologi avevano ben poco lavoro da svolgere. Era noto a tutti che, grazie ad Antonio Gava, il capo della camorra Raffaele Cutolo, recluso nel carcere di Ascoli Piceno, accettò dietro commissione di agire da intermediario per far pagare (su un autobus romano) a Senzani un riscatto di 1,4 miliardi di lire di allora e ottenere la liberazione di Cirillo: per Aldo Moro lo stato non aveva trattato, ma per l’assessore regionale all’urbanistica campana, sì.
D’altronde molti dei sindaci eletti nella cintura vesuviana grazie alla sponsorizzazione dei Gava finirono poi nelle maglie della giustizia. Come quel tal Mario De Sena, ex vicecomandante dei carabinieri, eletto sindaco di Nola, arrestato nel 1993 con l’accusa di speculazione edilizia: ma a quell’epoca in Campania erano stati sciolti ben 32 consigli comunali perché «inquinati dalla mafia» (contro i solo 19 della Sicilia). A Napoli erano stati arrestati per corruzione o associazione mafiosa un ex sindaco, 16 consiglieri comunali, un ex presidente della Provincia, un ex presidente della regione, cinque consiglieri regionali e sei assessori. L’episodio che più mi ha colpito riguarda solo indirettamente Antonio Gava che allora, nell’estate del 1989, regnava incontrastato al Viminale. In una ricerca d’archivio capitai su un numero del Messaggero che risaliva a cento anni prima. Ricordo come fosse oggi il titolone d’apertura di quel 1889: «Il capo della camorra, Giovanni Nicotera, eletto ministro degli interni». Cento anni dopo a capo dello stesso dicastero c’era il «viceré di Napoli». Pare che l’Italia riviva sempre la stessa trama, come in quello straordinario racconto che si chiama L’invenzione di Morel.
PS. Vale la pena sottolineare che Antonio Gava tenne per anni sul Mattino di Napoli una rubrica intitolata «Etica e Politica», che il giornale pubblicò a puntate una biografia del padre Silvio, e che un suo portaborse scrivesse sullo stesso giornale un’altra rubrica dalla testata «Nuova cultura contro l’egoismo».

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