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Mai più senza marxismo -sulla debacle elettorale-

Pubblico un po’ in ritardo le mie considerazioni sulla disfatta di Rifondazione alle ultime elezioni. Del resto gli ultimi post di Gennaro su Giordano, e soprattutto l’elezione di Vendola alla guida del Partito, le rendono ancora incredibilmente attuali.

Dai de profundis sulla Caporetto elettorale che girano in rete, ritengo mio personale dovere, dovere di marxista, far sentire anche questa voce impertinente per contrastare come posso l’eco del revisionismo che, vincente o perdente, ancora la sovrasta. Provare a far ascoltare la voce del marxismo a un Partito sordo ormai anche a quella dell’incoscienza, è un’impresa al limite della follia. Tale e quale alla rivoluzione, però. Non c’è, dunque, fallimento più grande, che restarne al di qua, senza averci nemmeno mai provato.

Nell’analizzare le sconfitte si fa sempre presto a dare del superficiale agli altri (vedi il link: http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=22828), soprattutto quando si dà per scontato che siano molto profonde le proprie radici.

Innanzitutto in questa tornata elettorale c’è un unico grande sconfitto: il comunismo risfondato e il movimento operaio che gli viene comunque dietro, lo segua o meno. Equiparare la “normale” sconfitta di Veltroni a quella epocale di Libertinotti e compagnia della forca rossa, significa alleggerire il nostro disastro col peso irrilevante, almeno se misurato dalla nostra specifica bilancia, della vittoria del Viceré Uzeda-Berlusconi sull’intera sinistra, la cui principale forza, per altro, è un partito di destra! E tanto più che la sconfitta di Veltroni è tutta da dimostrare. Infatti, il Partito Demagogico è nato per due motivi: senz’altro per vincere ma anche e in primo luogo per liberarsi di Risfondamento Consumista. Se il primo obbiettivo non è stato centrato, finendo anche al di sotto delle aspettative, il secondo invece è finito addirittura nell’apoteosi di un inaspettato trionfo. Il primo obbiettivo può rammaricare certamente Veltroni, ma il valore epocale del secondo compensa ampiamente il reale elettore a cui si rivolge il “nuovo” Partito Demagogico: la classe padronale dei borghesi. Per rendersene conto basterebbe andare a risentirsi i cori di giubilo dei Mieli e di tutti gli altri servi dirigenti delle principali gazzette di regime del Paese, addirittura raggianti per il bipolarismo finalmente raggiunto (doppiamente emblematico se si pensa che neanche due anni fa Mieli aveva appoggiato Prodi, ma al confronto con il tramonto dell’Arcobaleno, non ne aveva salutato in toni così entusiastici la vittoria). Un bipolarismo che a detta loro pur cambiando qua e là le cose, ne lasci intatta l’essenza. Vale a dire “bipolarismo” dove non conta niente e monopartitismo del capitale, dittatura borghese, quando è ora. Che te lo dicano apertamente, è il simbolo di una vittoria talmente roboante da spingersi addirittura alla sfacciataggine!

E saranno ancora più strafottenti finché avremo burocrati che hanno già inquadrato la sconfitta nella mancanza di uno stendardo. Ripristinare la Falce e il Martello è né più né meno che rimettere un’etichetta. Solo la buon’anima di Marx sa quanto mi faccia paura un panorama politico italiano e mondiale senza più bandiere rosse né falci né martelli. Ma niente è peggio di un’etichetta che non corrisponde al contenuto a cui si richiama. Se è solo per un’etichetta, preferisco fare a meno di una falce e di un martello che mi ricordano soltanto il tradimento degli ideali che i suoi presunti sostenitori non rappresentano punto. Non basta un’etichetta rossa perché dietro non si nasconda la contraffazione di un comunismo made in China come un altro.

Se Rifondazione si fosse presentata coi suoi simboli avremmo avuto qualcosa che non sapremo mai. Di fatto, etichetta e alleanze a parte, Rifondazione si è presentata come sempre, coi suoi proclami contro la precarietà, a favore dell’equità sociale, del suo “pacifinto” da salotto, dell’alternativa puramente dichiarata, in due parole col suo comunismo verbale, patinato e nominale. Da questo punto di vista se è vero – ed è vero – che i lavoratori non arrivano alla fine del mese, perché non avrebbero dovuto votare un partito che tutto sommato ha continuato a difenderli, dicendo le stesse cose solo da un altro pulpito? Per che cosa? Per l’abbandono di un’etichetta? Al contrario: il risultato elettorale dice ancora una volta che la classe operaia è più avanti dei suoi tristi dirigenti. Da anni, se si escludono alcune minoranze interne, Risfondamento Consumista altro non è che un’etichetta priva di contenuti. Il risultato elettorale non fa che dire a chiare lettere, e per la prima volta da quando è nata, quello che Risfondamento Consumista non sa dirsi da sola: cioè che è uno zero assoluto, un’alternativa immaginaria, presunta. E non riempiremo il vuoto ripristinando un’etichetta. Tanto meno tornando a delle origini che mai abbiamo abbandonato. Infatti dalla svolta della Bolognina ad oggi non fa che consumarsi l’ultimo atto del togliattismo, l’ultimo rimasuglio della via italiana allo stalinismo. Ma non è detto che basti per dare vita a un Partito Comunista come si deve. Un Partito Comunista si rimette in piedi non a cominciare dai suoi simboli, ma dall’applicazione rigorosa, ancorché non dogmatica, della dottrina dei suoi padri. In sé e per sé, possiamo fare a meno di tutte le falci e di tutti martelli dell’intero universo rosso, ma non possiamo prescindere da una sola virgola del marxismo-leninismo. E la prima regola di un compagno che lo segua davvero è la paga da operaio per tutti i suoi militanti: «Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria… Ed è precisamente su questo punto… il più importante forse nella questione dello Stato, che gli insegnamenti di Marx sono stati più dimenticati» (Lenin, Stato e Rivoluzione – Edizioni La Città del Sole). È vero che Lenin qui parla del periodo che segue la presa rivoluzionaria del potere da parte della classe operaia. E infatti gli opportunisti saranno pronti a prendere alla lettera, vale a dire in maniera dogmatica, ad uso e consumo dei propri interessi di casta, i suoi preziosi insegnamenti. Ma il marxista che ci ragioni con la sua testa capirà che non ha senso per un comunista tenersi una paga da borghese fino al momento della rivoluzione proletaria. Chi oggi non è in grado di agganciare la sua paga a quella di un operaio, non si farà scrupoli – per tenersi attaccato al culo un portafogli rigonfio – nell’agganciare al momento decisivo la classe operaia al treno della controrivoluzione che glielo garantirà. Purtroppo per loro, né Libertinotti né l’area di Essere Comunisti hanno fatto della paga da operaio e quindi del marxismo-leninismo un punto preciso e imprescindibile del loro programma. Di conseguenza, anche per tutto il resto, han fatto dell’opportunismo il loro unico credo, come dimostra una mia precedente lettera d’analisi critica sul loro approccio teorico (Per la critica a Essere Comunisti – volendo anche in rete all’indirizzo internet: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Lettere&op=esteso&id=2758), mai pubblicata sulla loro rivista, né tanto meno degnata di una risposta, nonostante le mie critiche fossero argomentate con millimetrica precisione. Non è stato, sia chiaro, il mio linguaggio dinamitardo e infuocato, il motivo della mancata risposta, come qualche furbo si appresterà sicuramente a dire, ma la totale impossibilità, se non con un’elusione, di provare a ribattere da un punto di vista comunista-marxista. E come la mia, continueranno a eludere tutte le critiche che altri compagni non elaboreranno sulla base rigorosa del marxismo-leninismo. Poiché quante più critiche riceveranno fuori dal marxismo, tanto più troveranno all’interno del partito alleati pronti a spalleggiare, coscienti o meno, il loro eclettismo indifferente.

Da quando ho l’età per votare, circa da quindici anni, ho sempre dovuto accontentarmi del meno peggio. Di conseguenza, ho sempre tentato di compensare il vomito che mi veniva in cabina elettorale, rifacendomi il gusto con qualche libro che almeno in parte mi risarcisse della tremenda ingiustizia che patisco ad ogni tornata elettorale per colpa di quello spudoratamente cattivo dei candidati. Credo di non averlo mai azzeccato come quest’anno: I Forchettoni rossi – di Autori Vari pubblicato da Massari Editore. Forse dovremmo ripartire da lì, dall’analisi impietosa e rigorosa dei nostri burocrati e della loro provenienza sia culturale che politica, che poi sono la stessa cosa.

Senza una critica dura, aspra e spietata, nel più classico stile dei nostri padri, contro tutta la casta dei forchettoni rossi perderemo una grande occasione per ripulire il partito. Ed è qui il mio dramma, l’idea cioè che la mia vera delusione debba ancora arrivare, tra tre o quattro mesi, quando dopo i mea-culpa di facciata, cambiate le teste di legno alla guida del Partito, tutto ricomincerà con il solito eclettismo chiamato un tempo “doppiezza togliattiana”. Oggi per la prima volta dal secondo dopoguerra abbiamo l’occasione, togliendolo dall’angolo, di rimettere il marxismo alla testa del Partito. Nelle recenti elezioni si è consumato l’ultimo atto storico dello stalinismo in Italia. Non avremo un’occasione migliore per togliercelo definitivamente dai piedi. Se non la cogliamo adesso, vuol dire che sprecheremo anche tutte quelle a venire che prima o poi si ripresenteranno.

Bisogna stare attenti, però, perché tra le altre caratteristiche dello stalinismo c’è l’eterno cavalcare il fatto compiuto. Quelli che oggi chiedono la testa di Libertinotti sono per lo più quelli che l’hanno applaudito in tempi migliori (a scanso di equivoci non mi riferisco a Stefano Franchi del quale conosco solo la lettera che rimbalza da un po’ di giorni da una mail all’altra e che per altro ho apprezzato: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o11615). La colpa sua, come dei Diliberto dei Giordano dei Vendola dei Luxuria (un cattolico. Da non credere!) degli Zipponi dei Ferrero, e di tutti gli altri comunisti imborghesiti, cioè da buttare, non è averci lasciato senza alcun rappresentante. Se così fosse, allora altre volte avrebbero avuto il merito di avercene dati parecchi. In ultima analisi la loro colpa è di non essere dei marxisti e nemmeno dei lontani parenti di Lenin e Trotsky (si leggano appunto ne I Forchettoni rossi gli esilaranti sproloqui teorici del Compagno Libertinotti. Credo che neanche Peppone se li sarebbe bevuti. Quella comare di Guareschi sì, ma Peppone no!). Tanti, pochi o nessuno, i loro eletti non ci avrebbero dato, come non ci hanno mai dato, un esemplare degno del marxismo, uno di cui Gramsci e Rosa Luxemburg avrebbero potuto essere fieri. Ed è per questo che devono farsi da parte, perché se non cogliamo l’occasione al volo, gli opportunisti di sempre al prossimo successo elettorale riprenderanno in mano le redini del Partito, e rimetteranno le masse, praticamente e soprattutto teoricamente, sotto la guida è proprio il caso di dirlo, maldestra, della loro stessa ideologia borghese.

Sarebbe veramente terribile, da incubo, liquidare questi dirigenti per metterci al posto i loro degni eredi: quelli che vogliono riunificare il Partito per salvare la democrazia dei borghesi riconsegnando nelle loro mani, sotto la dittatura del capitale, il paese dei proletari. Perché, evidentemente, la sconfitta della Resistenza non gli è bastata, e la vogliono ripetere; perché sono arrivati a una dirigenza nazionale e ancora non hanno capito che per un comunista, lotta di classe, significa dividere il paese in due, nel paese dei lavoratori e nel paese dei padroni, e analogamente, la democrazia, in democrazia borghese e democrazia proletaria. È stupefacente come dopo quasi duecento anni di marxismo ci siano ancora compagni che parlino di paese e di democrazia in termini generali, tanto più dopo delle elezioni come queste dove i borghesi tra maggioritario e altre truffe burocratiche sono riusciti a fondare un bipolarismo tra loro, con una particolare democrazia che di fatto ha escluso un’intera classe dal Parlamento, e quindi sia dal Governo che dall’Opposizione, almeno da quelli ufficiali. E non è poco, almeno stando a sentire gli urli di gioia dei borghesi che parlano sempre di democrazia e di paese in generale ma sanno benissimo di che razza di democrazia e di che paese discutano quando si riempiono la bocca di così nobili ideali. Ed è questa la grande differenza tra noi e loro. Loro purtroppo, sanno sempre cosa vogliono e come muoversi per ottenerla. Ed è anche l’unica cosa che gli invidio. Noi invece abbiamo gente che vuole essere importante per la Storia del Paese e non capisce che Rifondazione prima di tutto deve essere una forza culturale a baluardo della roccaforte del nostro principale territorio: il marxismo-leninismo. Da questo punto di vista, in effetti, Risfondamento Consumista è stata importante, ma come corrente eversiva, come ennesima pagina del revisionismo borghese in seno alla classe operaia. È stata importante più per i borghesi che per noi, perché per noi è stata un disastro, come è un disastro a gioco più o meno lungo qualsiasi infiltrazione di liberalismo nei nostri quadri dirigenziali.

L’attenzione alla formazione dei quadri dirigenti, dunque, deve partire dallo scrupolo rigoroso verso la loro conoscenza del marxismo. È il marxismo-leninismo il metro che deve stabilire la gerarchia all’interno del Partito. Non si tratta di espellere chi non ha mai letto una riga di Marx, anche se in futuro, con un Partito che si rialzi su quella base, dovrà andare da sé. Il marxismo e la lotta di classe si fanno con il materiale umano esistente, non con uno immaginario. Se i “comunisti” a disposizione sono questi, con questi dobbiamo provare a costruire il Partito. Ma che almeno siano “gerarchizzati” nelle maniera giusta. Mettere un’incosciente di marxismo alla testa del Partito è capovolgerlo, facendolo marciare di fatto coi piedi della borghesia. E su che strada vuoi che riportino il Partito dei piedi così puzzolenti? Che strada vuoi che batteranno piedi così inclini alla prostituzione ideologica…

Se vogliamo ripartire davvero, però, non dobbiamo stare attenti solo ai forchettoni rossi che sperano di cavarsela scaricando il barile d’opportunismo sul parafulmine di turno. Attenzione bisogna riporre anche sulle anime rosse in buonafede. Come spiega Trotsky in Bolscevismo e stalinismo (in Opere Scelte Vol. VI – Prospettiva Edizioni), nelle grandi debacle politiche «gli abitudinari, i centristi, ed i dilettanti spaventati dalla sconfitta fanno del loro meglio per distruggere l’autorità della tradizione rivoluzionaria e tornare indietro alla ricerca di una “nuova fede”». E se questo avveniva ieri, in un’epoca ancora fresca di bolscevismo, figuriamoci cosa può avvenire oggi tra dirigenti che una tradizione rivoluzionaria, probabilmente, non sanno nemmeno che sia esistita.

Sta per piovere sul Partito un diluvio universale di nuove interpretazioni, di bislacche teorizzazioni, di responsi mistificatori della sconfitta dai quali solo il marxismo può, non perdendo la bussola e senza sbandamenti, uscire vincitore. Ai marxisti il compito di separare i forchettoni rossi in cerca solo di un ricambio dei quadri, dai sinceri anche se magari impreparati compagni vogliosi davvero di una nuova linea. Tocca a loro pugnare da forte contro i primi, per stanarli, ed essere comprensivi e disponibili ad ogni chiarimento teorico con i secondi. I secondi sono gli unici allievi che abbiamo, e non dobbiamo assolutamente perderli, i primi invece sono i cattivi maestri che non vogliono abbandonare la cattedra e non la abbandoneranno se nostre quotidiane dosi di fiele e di totale disprezzo non gliela faranno abbandonare dalla vergogna.

Più di tutto, però, più della lotta contro i forchettoni rossi, ora sarà necessario che i marxisti facciano quadrato contro l’influenza delle gazzette di regime. Se Rifondazione ha fatto del comunismo un’etichetta, l’analfabetismo borghese fa dell’etichettatura la sua unica vuota comprensione delle cose. Dietro la loro indipendenza, ora i borghesi stanno armando la spazzatura da edicola per analizzare la nostra sconfitta. Coltivando l’ignoranza come una gramigna, non sapendo nulla approfonditamente né di noi né di loro né di niente, prenderanno la palla al balzo per liquidare “criticamente”, cioè “giornalisticamente”, il radicalismo di sinistra. In effetti Rifondazione ha davanti a sé due strade: o continuare il suo comunismo da salotto, magari sprofondandolo ancora di più nella dolcezza mielosa, oppure fare davvero i conti con il suo “estremismo” affinché sia davvero radicale. Ignorando completamente quanta posa ci sia nell’estremismo di Rifondazione, la servitù borghese, per liquidare del tutto ogni possibile alternativa, anche solo vagheggiata al suo modello, comincerà una campagna di bombardamento mediatico per ricordare a tutti, e in special modo a tutti gli operai arretrati che ne subiscono la nefasta influenza, il fallimento del radicalismo di sinistra, come se il radicalismo fosse davvero radicale e non radical chic come in effetti è. Il fallimento è tutto qui, nell’incapacità di Rifondazione di sterzare davvero a sinistra. Ma le gazzette di regime faranno di tutto perché Rifondazione prenda la prima via, stenderanno petali di rosa attorno ad ogni dirigente propenso a prendere quel sentiero che altro non è che un ulteriore sbandamento verso destra, per inchinarsi sempre di più ai loro padroni. Ed è ovvio che Rifondazione per rimettersi in carreggiata debba fare tutto il contrario.

Se quella è la via, abbiamo marxisti sufficienti per dirigerci le sezioni e i circoli? E sono in grado, lungo il tragitto, di rispondere al fuoco, sprangando porte e finestre dagli spifferi maligni del liberalismo? Per capirlo, prima di tutto dobbiamo stabilire chi siano i marxisti. A questo proposito il grande compagno Alan Woods nota che «ci sono marxisti di ogni sorta». Bisogna sapersi orientare, scegliendo, nel marasma delle interpretazioni del materialismo storico, la migliore, o quella che si ritiene tale.

A me pare che tra tutte le correnti, quella che meglio rispetta la teoria marxista, sia quella dei compagni di FalceMartello. È vero, tra loro non ci sono genietti in grado di farci fare il salto di qualità, tutti assieme i compagni che ne fanno parte formano il grande “milite impiegato” del marxismo, che è sempre un compagno d’una rivoluzione un po’ triste, qualora mai dovessero riuscire a farla, come comunque gli auguro. Però le loro pubblicazioni non mi sembrano arrampicarsi sui vetri della nostra teoria. Non è un caso che ne I forchettoni rossi la loro corrente è appena accennata. Con loro insomma, il Partito, pur senza qualità eccezionali, dovrebbe almeno avere forze sufficienti per essere salvato dall’invasione di una quantità abnorme di eterni aspiranti al revisionismo d’ogni sorta e stagione. Sia data dunque a loro la direzione del Partito; che si mettano a girare per i circoli con elmetto, corazza e fucile; che facciano fuori con infallibilità di cecchini ogni istanza liberale che si presenti dentro e fuori la porta. Guerra totale e senza quartiere al liberalismo. Se c’è ancora spazio per lui sulla terra, non deve esserci un solo angolo a sua disposizione per nascondersi nei nostri circoli, fosse pure quello suo per diritto divino della spazzatura.

Agli altri compagni resta, tra le altre cose, il compito delicato di non lasciare a quelli di FalceMartello l’esclusiva sull’informazione e sulla nostra stampa, se no siamo da capo. Attualmente FalceMartello è già inclinata in quella direzione, quindi sono un principio di censura che si annuvola sull’orizzonte. Tocca ai compagni dei circoli, compensare questa loro mancanza, pretendendo che ognuno possa prendere parte davvero alla linea del Partito, prima che un altro diluvio di burocratizzazione prenda il sopravvento. L’immediata informatizzazione dei circoli, con un sito per ognuno, più uno nazionale che raccolga i migliori interventi decisi dal basso, non dall’alto come ora, toglieranno agli aspiranti burocrati l’esclusiva sull’informazione, cioè sulla direzione forzata, e di conseguenza immancabilmente revisionista, da dare al marxismo. Il V-Day sull’informazione deve valere anche per i compagni.

Come unica regola si metta che ai congressi nazionali sia un dovere conoscere approfonditamente tutto ciò che verrà pubblicato, democraticamente dal basso, sul sito nazionale.

Infine visto che abbiamo toccato il fondo e siamo quattro gatti per non dire nessuno, dobbiamo riunire tutti i partiti comunisti sulla base delle sacrosante ragioni esposte da Lenin ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Uniti ma non mescolati, riserviamoci la più completa libertà di critica e cominciamo così una sana lotta per l’egemonia all’interno di un Partito che riunisca, sulla base del centralismo democratico, Risfondamento Consumista, Sinistra Acritica, Partito Miliardario dei Lavoratori, Comunistelli in Lotta e Crac, sì anche gli stalinisti, perché? Perché non è questione di ortodossia o meno, ma di influenza che ognuno di questi gruppi, come di tutti gli altri non citati ma implicitamente compresi, può avere sulla nostra classe. Se per qualcuno lo stalinismo è superato o incompatibile con il comunismo, non lo è ancora per molti possibili soldati della rivoluzione. Non possiamo permetterci, dopo un tonfo così grande, di lasciare per strada nessun lavoratore. E se anche uno solo di loro va dietro agli stalinisti è nostro dovere non abbandonarlo. Conquistare quel lavoratore è il nostro compito, non stabilire se i suoi dirigenti, dei Crac o di chi più ne ha più ne metta, siano comunisti degni di tal nome. Chi ne fa una semplice questione di direzione corretta, non sa ragionare perché, per dirla con Lenin, non sa comportarsi come «Partito della classe, come Partito delle masse» (Lenin, L’estremismo – M&B Publishing).

I veri marxisti si vedono, tra le altre cose, dal fatto che non temono la sfida ideologica, anzi la salutano con entusiasmo, perché sono convinti di poter vincere tranquillamente con la forze delle idee, non con la debolezza di nasconderle, tappando la bocca a chi pensano esprima solo quelle sbagliate. Se questo non sarà sufficiente per rimetterci subito in carreggiata, basterà almeno per trasformare il nostro Partito in quello più vivo sulla piazza, quello più ricco di contrasti e della cultura più promettente per l’avvenire.

E qualora l’assalto per la presa della direzione del Partito dovesse fallire, e i forchettoni rossi scambiandosi le poltrone restassero dove sono, lasciando ai margini i marxisti? Effettivamente, per il pessimismo della mia ragione, questa è la cosa più probabile. Tuttavia come direbbe Napoleone: «On s’engage et puis… on voit». Prima impegniamoci e poi si vedrà. Se anche dopo un fallimento del genere i forchettoni rossi dovessero mantenere le redini del Partito, allora con calma, bisognerà prendere in considerazione l’ipotesi di una rottura. Se l’ipotesi per ora è lontana, per una volta possiamo farla precedere dall’imprescindibile tesi: in caso di rottura, sia chiaro, un nuovo Partito Marxista, non si staccherà da Rifondazione per correre da solo come adesso Sinistra Acritica e compagnia antimarxista, ma per fare l’accordo elettorale con lei.

Questo è tutto. Ma dal quadro teorico, bisogna ancora staccarsi per vedere come si sia riflesso nella pratica, cioè fuori dalle stanze e dai suoi discorsi, nel suo rapporto con la classe operaia, il comunismo di Rifondazione.

Da circa dieci anni lavoro in fabbrica, una multinazionale giapponese del tessile, e salvo all’ultimo minuto delle tornate elettorali, non ho mai visto i comunisti “volantinare” la fabbrica. Nell’ultima campagna elettorale addirittura non sono mai venuti, nemmeno per una pubblicità fugace. Presumo che questo sia più o meno l’andazzo anche in altre fabbriche di altre città. È evidente come i dirigenti del Partito pensino che il rapporto tra loro e gli operai debba essere semplicemente mediato dai loro proclami televisivi. Dunque i dirigenti vogliono avere con gli operai un rapporto pubblicitario. E dalla pubblicità esce fuori un comunismo gonfiato che, come tutte le pubblicità, non ha mai le proprietà che sbandiera. Il trucco prima o poi si scopre e si sgonfia da solo. I nostri dirigenti pensano che il loro ruolo sia andare continuamente in televisione. È emblematico come ancora la sera stessa del cappotto, Libertinotti, abbia pensato bene di presentarsi da Vespa anziché a Mirafiori a prendere le bastonate che si meritava. Su dieci comizi o appuntamenti, i comunisti devono farne 9 coi lavoratori e uno con la restante società civile, dei media, degli industriali eccetera. Da anni il rapporto si è invertito. Di fatto dunque si è reciso. Di conseguenza lo scopo di Libertinotti e compagnia è diventato convincere i borghesi delle loro idee, ammesso che ne abbiano. Non hanno capito una cosa elementare, cioè che devono convincere gli operai! E solo un ostinato analfabeta di sinistra può a sessanta o settant’anni suonati non aver ancora capito l’abc dei nostri elementari problemi. Non si può più neanche mandarlo a scuola, perché non servirebbe a niente. L’unica sarebbe toglierli anche la pensione, perché non è convincendo i borghesi che l’abbiamo ottenuta, ma prendendogliela di forza. Forse così si sveglierebbe! E qualora restasse ugualmente addormentato almeno avremmo risparmiato il mantenimento sulle nostre spalle di un altro borghese.

Memorabile a questo proposito un confronto, in uno dei tanti salotti televisivi, tra Giordano e non so più quale sgherro di Forza Italia. Il Compagnuzzo Giordano quasi si metteva a piangere perché l’altro, a differenza sua, non voleva usare la tecnologia per migliorare la vita dei lavoratori ma per allungare il profitto, incatenando ancora di più alle macchine gli operai. Il confronto finiva con il nostro Compagno costernato perché l’altro proprio non voleva sentire le sue ragioni. Peccato che sia un bene che quelle orecchie borghesi siano sorde, perché non è da quelle che Giordano dovrebbe farsi ascoltare. Ma così come lo sgherro forzuto è sordo ai Giordano, i Giordano sono sordi agli operai. Diventa quindi imprescindibile per gli operai, per la loro emancipazione, che prima di far tacere una volta per tutte le voci dei borghesi, non siano più costretti a sentire quelle gracchianti delle checche rosse alla Giordano.

Non sapendo più uscire dal cretinismo parlamentare con i suoi derivati televisivi, Risfondamento Consumista ha finito per imprigionarsi da sola in un ruolo istituzionale stabilito più dai suoi carcerieri borghesi – non certo per promuoverla quanto per addomesticarla – che non da dio in persona disceso in terra come per amor di prebenda continuano a dare ad intendere i nostri dirigenti. Il colmo l’abbiamo avuto non nei voti “pacifinti” e “non violenti” alle missioni militari in Afghanistan, ma in una cosa mi pare poco notata e che mi piace sottolineare, e cioè nella truffa sulle pensioni con gli “scalini” Maroni al seguito, quando, il Partito che vorrebbe rappresentare i lavoratori, si è visto estromesso dalla trattativa dai sindacati di regime in nome della piena autonomia del sindacato da partiti e governi, subdolo modo per troncare in due il movimento operaio e ricondurlo nell’alveo della borghesia, lasciando a parlare col muro la sua ala più cosciente, pur nella sua incoscienza. Il tutto senza che, brontolii a parte, il Partito abbia pensato di fare qualcosa, tanto meno alzarsi dalle poltrone in cui stava appollaiato in Parlamento e partire per una campagna a tappeto, fabbrica per fabbrica, per sputtanare dirigenza sindacale e Governo nel tentativo di mobilitare i lavoratori fino a veder scaravento nella pattumiera – ovvero in quel posto della Confindustria – quell’accordo.

Non volendo pestare i piedi ai poteri forti, per non rischiare di perdere i privilegi di cui gode, Risfondamento Consumista ha ridotto la lotta di classe alla demenza dello “sviluppo sostenibile”; alla sua parente acculturata ma non meno ingenua della “decrescita”; al mercato Equo & Solidale col Medio-Evo di cui rappresenta l’Eterno Ritorno; al biologico e alla difesa dell’ambiente. Ma o il verde e tutti i suoi derivati sono dei corollari del rosso vivo della lotta di classe, o qualora il rapporto si inverta, io divento il più strenuo difensore delle armi di distruzione di massa, della bomba H, degli OGM, del disboscamento intensivo, del cemento armato, dell’asfalto, dell’inquinamento, del petrolio e della automobile – purché non sia Fiat! – anche per andare da qui a lì. Perché io non so che farmene dei fiumi puliti, di un’aria respirabile, di un ambiente vivibile e di una natura finalmente al naturale, tale e quale ad adesso, quando il suo elemento più importante e l’unico per cui valga davvero vivere, l’uomo, è ancora squassato, devastato, massacrato e inquinato dallo sfruttamento selvaggio del libero mercato.

Per andare a braccetto coi padroni, Risfondamento Consumista s’è trovata a spasso, fuori dai loro giochi, anche perché in quel gioco lì, mi par quasi inutile dirlo, i borghesi saranno per fortuna sempre più bravi di noi. Ci serva dunque di lezione, per comprendere una volta per tutte che non è quello il giochetto che dobbiamo imparare.

Ecco, completo, tutto il quadro. Non resta che togliere il chiodo perché i comunisti da strapazzo che gli fanno da cornice si fracassino al suolo con la miserabile opera che hanno costruito. Solo allora, radunate le macerie per uno splendido falò, ricominceremo a ridipingere del rosso più vivo le pareti dei nostri circoli, giustamente messe a ferro e a fuoco per la loro disinfestazione. Per ora, intanto, siamo praticamente in clandestinità, come ai tempi del fascismo. Ci restano, almeno per il prossimo lustro, la strada e le piazze. Tagliata la testa vuota, decollati, saremo costretti, dopo anni di abbandono, a lavorare perché il corpo riempia le piazze. Non tutto il male vien per nuocere, dunque. E a scanso di equivoci, lo dico per rincuorare gli affranti, il novanta per cento della nostra forza è lì, nella classe. Animo Compagni! Se riusciremo a mobilitare le piazze, otterremo nei prossimi cinque anni quello che vent’anni di parlamentarismo hanno solo allontanato. Da questo punto di vista non cambia molto. La lotta di classe va avanti come e più di prima. Tutte le recenti contro-riforme, le passate e le future, verranno spazzate via da una mobilitazione energica e tempestiva. Non ne resterà in piedi manco una di fronte all’irresistibile avanzata dell’esercito popolare in rivolta. È vero, come qualcuno dirà, che le elezioni sono il termometro della rivoluzione e che quindi, scesa a zero la colonna rossa del mercurio, sarà molto difficile riportare in piazza scene da ?’68. Ma Engels quando ne parlava, nel suo libro L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, si riferiva a un termometro tarato su misura per un Partito genuinamente rivoluzionario. Non aveva previsto, in quell’opera, il problema di un termometro falsato da un Partito revisionista. E se tanto mi dà tanto, così come i voti dati a un Partito marxista sono il termometro della rivoluzione, quelli tolti alla Sinistra Arcobaleno segnalano la fine della febbre del revisionismo. Siamo guariti! O meglio guarito o in via di guarigione è il nostro popolo. La sua presunta avanguardia invece è ancora in quarantena. Se guarirà anche lei, e lo vedremo molto presto, assieme potranno fare miracoli che smentiranno anche i più scettici. Per ora, da quello che gira in rete, la cancrena non accenna a diminuire. Marxisti di tutto il partito unitevi! Tocca in primis a voi fermarla perché dalla Sinistra Arcobaleno fuoriesca il miglior Partito Marxista sulla piazza, e non si torni semplicemente, come già troppi segnali indicano, alla vecchia Rifondazione burocratica, per abortire sull’ennesima rinascita la Rifondazione Due e Mezzo!

Lorenzo Mortara ()

Stazione dei Celti, Germinale 2008

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