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Quello che sta accadendo a Gaza

perchè, anche se il momento è grave, non c’è solo l’Italia….

Settecentomila, una marea. Si sono riversati sul confine, sulle macerie della breccia in quel muro odioso, così severo, così assurdo. Una moltitudine scomposta, che compostamente è andata all’assalto di negozi e pompe di benzina. Ed è qui l’assurdità: non per saccheggiare. Hanno semplicemente reclamato il proprio diritto a pagare. Comprare. Consumatori, contante in mano, a cui è stato negato il diritto sacrosanto a provvedere a sè e alle proprie famiglie. Presi per fame. Minamento psicologico a partire da quelle piccole necessità quotidiane che noi diamo così tanto per scontate, come girare l’angolo e fare il pieno di benzina, comprare il pane prima del pranzo, trovare un po’ di frutta per la cena. Lo facevano in Germania non molti anni fa, obbligando la gente ad andare in bicicletta, a non entrare nei parchi pubblici, a non usare i tram. E’ incredibile come in Palestina non sia contemplata nei programmi scolastici la Shoah. è inconcepibile che nello Stato di Israele, nato soprattutto (ma non solo) per una così grande tragedia, non si sia imparato niente dalla propria storia. Così dove non c’è memoria non c’è spazio neanche per la misericordia.

Settecentomila. In embargo da giorni. Puniti per quei razzi Qassam lanciati contro Israele, i razzi che portano il nome del predicatore-guerrigliero che urlò la rabbia palestinese per la terra che veniva loro sottratta. Nel 1933, durante la Grande Rivolta.
Civili puniti per le azioni dei miliziani. Miliziani che difendono i civili, aprendo e riaprendo incessantemente brecce su quel muro che è muro della vergogna, perchè è muro che nega il diritto. Il diritto sacrosanto di andarsene dove mi pare, di muovermi con libertà in questa terra globalizzata, dove la mobilità è la conquista umana più recente e più grande, che chiunque difende a caro prezzo, anche al prezzo di morire su un barcone sulle acque territoriali di una nazione-miraggio.

Un muro che è venuto giù. Per l’insofferenza di gente stremata, che non ce la fa, che non ce la può più fare a reggere quest’assedio, che reclama solo un po’ di pace per se stessa.
Una fiumana. Egiziani chiamati a tutelare l’ordine. Egiziani che non hanno potuto che lasciarli fare. Inermi. Come puoi negare il diritto a sopravvivere?
E così a Rafah la gente li ha accolti come ad una festa di paese. con chioschi, bancarelle di venditori ambulanti. di dolci, di profumi, di felafel caldi. E quando i “tutori dell’ordine” sono dovuti intervenire la folla li ha travolti, ha di nuovo travolto la barriera. Più in là, qualche metro più avanti. ed è di nuovo speranza. di nuovo corsa alla sopravvivenza.

E intanto noi stiamo a guardare. e il consiglio di sicurezza dell’Onu non riesce ad approvare una risoluzione che costringa israele a riaprire i varchi. Siamo troppo invischiati da interessi personali, clientelari, affaristici con un governo israeliano che abbiamo sempre protetto. Perchè ci faceva comodo. Perchè baluardo dell’occidente in terra selvaggia, araba, musulmana. Schifo è l’unico sentimento che riusciamo a suscitare in questa cosa.

Non portano armi questi profughi pendolari. Nelle bisacce, nei carretti, nelle sacche dei vestiti, sulle spalle, non hanno che pane, latte, benzina, medicine. Perchè non sono ribelli, non sono patrioti, non sono guerrafondai. Hanno semplicemente fame. fame di pace. di acqua corrente, di energia elettrica. di ospedali, di scuole, di attività commerciali.

E poi. e poi. l’assurdo. …Tornano indietro. Tornano indietro, questi pazzi stremati. non fuggono, non scappano, non cercano una nuova patria. Tenacemente attaccati alla terra, testardamente fedeli, a costo di rischiare altri giorni di embargo, di nuovo la fame, di nuovo la sofferenza.

E’ il grido della terra. Il grido delle tradizioni, degli affetti familiari. è quel misterioso legame che nei campi profughi palestinesi e giordani fa tramandare di padre in figlio, di generazione in generazione, oggetti metallici arruginiti di ormai quasi mezzo secolo fa. Sono le chiavi delle case abbandonate in Israele, durante la grande fuga. Quando c’era la guerra del 48, del 56, del 67, del 73. Quelle rimangono le chiavi di casa, della vera casa. e quando si parla di Stato indipendente palestinese, c’è chi non si rassegna: “la mia casa non è qui”. finchè questa gente non avrà diritto al rimpatrio, non potrà esserci pace in Israele.

(www.giocarsiilcieloadadi.splinder.com)

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