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Il movimento “Occupy” più forte in California (e se ricominciasse da lì?)

occyoysanfrancisco(Duccio Basosi) Visto dalla California il movimento Occupy statunitense sembra decisamente più forte e determinato di come appare nelle città dell’interno. Parrebbe quindi che anche il nuovo movimento, pur così attento all’orizzontalità e a parole d’ordine nuove, attecchisca meglio dove esiste una tradizione consolidata di organizzazione e militanza di sinistra. Solo nell’area della baia di San Francisco, per esempio, ci sono tre nuclei piuttosto forti, uno nella stessa San Francisco e due nelle limitrofe Oakland e Berkeley, città industriale la prima, centro universitario di fama mondiale la seconda.

A sud c’è l’importante presenza di Occupy Los Angeles, mentre più a Nord gli occupanti sono attivi a Portland (nell’Oregon) e a Seattle (Washington). Si tratta in ogni caso di città con una lunga storia di conflittualità operaia, studentesca, razziale e creativa: dalle lotte dei longshoremen (i portuali) negli anni Trenta alla nascita del Partito delle Pantere Nere negli anni Settanta, dal Free speech movement degli anni Sessanta al movimento gay degli anni Ottanta, sono molti i fenomeni della cultura radicale statunitense che hanno avuto le loro radici in questa zona.
Discutendo con alcuni militanti di Occupy Berkeley, si ha la conferma di un passato militante per parecchi dei più anziani: una delle signore impegnate nel “knit-in” di sabato 10 dicembre (confezionamento di cappelli e sciarpe di maglia fatte a mano da inviare agli occupanti delle città più fredde per passare l’inverno) è una ex-trotzkista, la sua collega si dice anarchica. Il signore che distribuisce volantini è un attivista operaio, sebbene mai iscritto a alcun sindacato. Naturalmente, già il fatto che vengano distribuiti dei volantini a mano testimonia che, anche a pochi chilometri dalla Silicon Valley, la vecchia politica “tangibile” ha sempre una sua capacità di attrazione. A questa, si aggiunge, come è lecito aspettarsi, una notevole capacità di gestione dei nuovi media (o, come addirittura mi ha detto un attivista con una laurea in antropologia, di “essere i media”): le assemblee e le iniziative principali, o anche semplici interviste ai singoli manifestanti, vengono filmate e trasmesse in tempo reale su veri e propri “canali” comehttp://occupystream.com/, che permettono di seguire in diretta tutto ciò che avviene in tutti i cinquanta siti delle occupazioni negli Stati Uniti.
Nella centra Civic Center square, adesso ci sono una cinquantina di tende, centosessanta occupanti fissi e un viavai molto animando di persone che non dormono in tenda, ma partecipano alle attività diurne. Sembrerebbe a prima vista anche che qui vi sia una certa consapevolezza della globalità del movimento, maggiore che altrove: per esempio, un occupante racconta quanto sia stato importante per lui aver saputo che anche da piazza Tahrir al Cairo qualcuno ha pagato per consegnare un po’ di pizze calde agli occupanti di Berkeley quando la polizia ha cercato di impedire la realizzazione di una cucina nel campo (che adesso invece c’è).
Due sembrano i problemi che animano le discussioni a Berkeley (e, dicono, non solo qui): da un lato la necessità di trovare risposte praticabili agli sgomberi che si stanno moltiplicando ovunque. In breve: che fare dopo il campeggio? Per certi aspetti, mi fanno notare, la forza del movimento sta anche nel fatto che per molti occupanti l’accampamento non è una scelta politica, ma una vera e propria necessità esistenziale. Infatti i senza casa della zona, di tutti i colori e generi, qui hanno trovato solidarietà e rifugio. Il signore visibilmente sbronzo che, alle undici di mattina, agita senza alcuna ironia un cartello con scritto “ho urgente bisogno di erba”, forse non è un testimonial fotogenico degli obiettivi del movimento, ma è in un certo senso una rappresentazione plastica del fatto che qualcosa, per parecchia gente, non funziona tanto bene. E, in un certo senso, è un “irriducibile” dell’occupazione.
Per altri aspetti, pare invece che il movimento stia sentendo il bisogno di chiarire le proprie parole d’ordine e renderle più concrete, rispetto ai pur seducenti slogan che esso stesso ha coniato. Da un lato, i volantini spiegano l’importanza di alcune scelte pratiche come quella di disinvestire i propri risparmi dalle grandi banche d’affari, dall’altra, agli sgomberi avvenuti nei giorni scorsi a Los Angeles, San Francisco e Portland, gli occupanti rispondono raddoppiando la posta in gioco e cercando uscire dagli accampamenti. Le strade di San Francisco e Berkeley e tutti i blog del movimento hanno lanciato l’appuntamento per lunedì 12 dicembre, per una giornata che, se coronata da successo, potrebbe rivelarsi a suo modo storica: la campagna “Shut down the ports!”, durante la quale ogni movimento Occupy della costa cercherà di bloccare l’operatività del porto commerciale della propria città (sono i grandi porti commerciali del pacifico, attraverso i quali passa l’enorme interscambio con la Cina e l’Asia). Le forme dell’azione promessa sono talvolta creative, come la biciclettata organizzata a Portland (http://occupyportland.org/), talvolta assimilabili ai tradizionali picchetti, ma con tutte le finezze legalistiche che possono esserci negli Stati Uniti, relative addirittura alla velocità con la quale di ha diritto di muoversi davanti al cancello che si vuole bloccare (http://occupyseattle.org/blog/2011-12-10/west-coast-port-shutdown-your-guide-being-safe-can-be). La decisione di bloccare i porti è stata presa nei giorni scorsi dal movimento, in solidarietà con due diverse vertenze sindacali della costa pacifica (una dei camionisti e una dei portuali) e in seguito al grande successo dello sciopero generale proclamato a Oakland all’inizio di novembre. Da fenomeno esistenziale, forse, il movimento potrebbe quindi trasformarsi in un fenomeno attivo anche sui posti di lavoro. Almeno questa sembra essere l’ambizione.
D’altro canto, parecchi militanti sembrano anche sentire la necessità di ricavarsi un margine di autonomia rispetto alla vera e propria offensiva (solo retorica, per ora) del presidente Obama, che ormai da qualche settimana strizza l’occhio in ogni suo discorso ai temi “del 99%”. In breve: come porsi di fronte a un’operazione di assorbimento da parte del partito democratico che si annuncia sempre più pressante a mano a mano che si avvicinano le elezioni presidenziali del 2012? In un discorso ampiamente pubblicizzato, tenuto nel Kansas il 6 dicembre (http://www.nytimes.com/2011/12/07/us/politics/text-obamas-speech-in-kansas.html?pagewanted=all), il Presidente ha celebrato da un lato i valori anti-corporation della gente comune come sua madre e i suoi nonni materni (originari proprio del Kansas), dall’altro ha esaltato l’eredità del Presidente Teddy Roosevelt, il repubblicano che all’inizio del Ventesimo secolo abbracciò il populismo e si scontrò ripetutamente con i grandi potentati economici (oltre a celebrare l’imperialismo in politica estera). La campagna delle presidenziali, notoriamente, è senza esclusione di colpi. Non deve quindi stupire che un Presidente, eletto nel 2008 sulla scorta dei “sogni di suo padre” e delle visioni kennedyane, scopra improvvisamente l’importanza dei valori trasmessigli dalla madre e la tradizione dei repubblicani di inizio secolo. Di certo, però il movimento avrà di che riflettere nei prossimi mesi.

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