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Anche Atlanta, la città di Martin Luther King (e della Coca-Cola) si indigna (testimonianza di Duccio Basosi)

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Le immagini di Zuccotti park, riempito dagli attivisti del movimento Occupy Wall street, sono state tra le più esaltanti della seconda parte di questo 2011. Sicuramente questa mobilitazione è riuscita a far passare, anche sui grandi organi di stampa, parole d’ordine di rottura con l’ordine neoliberista. La realtà della mobilitazione sul campo, però, è un po’ più dura di come i media sembrano rappresentarla.

La città di Atlanta, dove mi trovo per lavoro, è sede della CNN e della Coca Cola, nonché delle olimpiadi del 1996, ed è stata spesso indicata in queste settimane come uno degli centri della protesta che si è diffusa a partire da New York. Qui c’è una cultura storica di lotta, per cui non è sorprendente scoprire richiami al movimento altermondialista (o come lo vogliamo chiamare): anche lasciando stare Jimmy Carter, probabilmente il Presidente più onesto degli ultimi 60 anni, Atlanta è stata la città di Martin Luther King. Proprio qui, nel 2007, ci fu la riunione del US Social Forum, che portò almeno 5.000 militanti a incontrarsi, in rappresentanza di altrettante organizzazioni di base. Fu una cosa molto bella, fortemente laburista e piena di giovani di tutti i colori.
Ora, non c’è dubbio che ci sia un gruppo di attivisti che prova a darsi da fare. Il problema è che a seguire il blog di Occupyatlanta (http://occupyatlanta.org/), sembra che ci sia un movimento di massa, con decine di iniziative, comitati organizzativi e un’assemblea plenaria tutte le sere (“assemblee popolari, cioè assembramenti regolari dove le persone esercitano il loro diritto di incontrarsi e impegnarsi nella democrazia partecipativa – la vera democrazia – per migliorare la città, lo stato, la nazione e il mondo”).
Per esempio, in questi giorni è pubblicizzato un appello a passare da “Troy Davis” Park a lasciare le coperte per aiutare i militanti a passare l’inverno. Lo stesso nome del parco, Troy Davis Park, è il ribattezzamento, dedicato a un condannato afro-americano messo a morte alcune settimane fa, di Woodruff Park, la piazza centrale dedicata a uno dei CEO più importanti della Coca Cola. A me ha fatto venire in mente Piazza Alimonda.
Il problema è che se poi uno a Troy Davis Park ci va davvero… non c’è quasi niente! Domenica 20 novembre, all’ora della plenaria c’erano tre tendine e quindici persone (tutte bianche in una città in cui gli afro-americani sono il 54%). Quattro di loro, sessantenni, cantavano Woody Guthrie con chitarra e banjo, ma dell’assemblea nemmeno l’ombra. Pare che giovedì 17 (io non ero ancora arrivato), per la giornata mondiale di protesta, occupyatlanta abbia fatto un’iniziativa all’Università di Georgia State, con cartelli e altro, e che ci siano stati diversi arresti. Resta il fatto che anche gli arresti dei militanti evidentemente non fanno scattare la solidarietà di cerchie più ampie di popolazione.
Mentre guardavo la non-assemblea, altre due aggregazioni erano in piazza: un gruppo di quaranta giovani vestiti da contadini/e con le barbe e i capelli lunghi (tutti bianchi pure loro) e centinaia di homeless (tutti neri/e) che passavano al banchino di una organizzazione caritatevole per ritirare un pasto caldo preconfezionato. I contadini/e erano delusi pure loro: erano venuti a posta dal Tennessee per incontrarsi con il movimento e non l’hanno trovato. Loro sono la Comunità delle dodici tribù, vivono come gli apostoli, condividono tutti i loro beni, sono contro la corruzione e per la giustizia, secondo il disegno di Dio. Ho annuito e ho preso il depliant informativo. Gli homeless invece passavano a decine, ritiravano il loro pranzo e se ne andavano, senza nemmeno fermarsi a curiosare chi fossero quelli al centro della piazza.
Il giorno dopo non c’erano più tende. Domenica 28 ne avevano rimesse tre e c’era un piccolo assembramento di una quindicina persone, sempre tutte bianche. La chiamano la linea del colore. Non so a Oakland e New York, ma qui se non la superano non c’è movimento che tenga.

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