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Mentre corriamo verso un governo Lagarde, e il centro-sinistra rimanda le primarie sine die, la Lega affonda con Silvio

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Se Silvio cade succede per dissanguamento da peones. Ed è una notizia. Ma quello che ci aspetta –ora o dopo il voto- è un governo Lagarde, strozzati come l’Argentina o quasi dall’FMI e con il centro-sinistra che forse può vincere ma incapace di alternative programmatiche.

Lui non è mai morto. E merita il rispetto che nei film dell’orrore (tale è stata la sua Italia per 17 anni) si prende il cattivo che fuori tempo massimo ti addenta la caviglia e regala l’ultimo brivido agli appassionati del genere. La caduta però è dietro l’angolo e la notizia è che sta avvenendo non per scissione o per rottura della coalizione da parte della Lega Nord, ma per dissanguamento da peones, spesso quelli stessi che nell’ultimo anno avevano trovato conveniente appoggiarlo e oggi come i topi scappano dalla barca che affonda. È repellente (ma capisco che politici e mainstream facciano quello di mestiere) il blandire in queste ore, analizzare, individuare un guizzo di interesse generale nei loschi calcoli di bottega che fanno, per tirare a campare un po’ di più, gli Stracquadanio, i Pittella, i Cazzola, le Bartolini. Nessun politico di primo o primissimo piano, neanche i Pisanu, gli Scajola, i Galan, esce allo scoperto nei torbidi di queste ore. Segno che torbidi sono, dove tutto ancora può succedere. Al massimo si muovono i governatori, che in parlamento non stanno, Formigoni, Polverini, lo stesso Alemanno (caso a parte Tosi), e che hanno uno scadenzario politico diverso da quello parlamentare. Lo fanno perché se lo possono permettere.

Aspettiamo, comunque, prima di brindare ad un Silvio impallinato dai franchi tiratori come un Mariano Rumor qualsiasi. Non foss’altro perché ad oggi l’alternativa per il paese resta tra l’incudine e il martello del votare con il porcellum e un governo tecnico. Questo, dopo Cannes, ovvero dopo altre settimane perse dal clown Berlusconi a negare l’evidenza (i ristoranti pieni…), non sarebbe già più quello di Napolitano che avrebbe avuto qualche pallido margine di manovra, ma quello di Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Quell’algida signora francese –nessuno si illuda-  non conosce altre tecniche per salvare il malato Italia che quelle applicate in Argentina negli anni ‘90 e Berlusconi, a Cannes, si è impegnato a prendere quella medicina. Un governo dell’FMI, per capirci, non è un governo della BCE che pur all’interno del brutto testo di Lisbona prevede contrappesi. Un governo del Fondo non avrebbe scrupolo né limite e forse non è stato ben percepito dal paese che l’impegno, il commissariamento, chiamatelo come volete, preso da Berlusconi con l’FMI a Cannes è tale da far rimpiangere perfino la lettera di Trichet dello scorso agosto. Ora siamo ben oltre. È alle classi medie e popolari, a chi lavora e prende lo stipendio per poi distribuirlo tra gas, luce, telefono, mutuo, benzina, vitto, alloggio che guarda la vampira francese.

Occhio ai bancomat, quindi, e non per scherzo visto il precedente di Buenos Aires quando di punto in bianco a insegnanti, professionisti, impiegati, operai di una grande capitale moderna fu impedito per mesi di pagare la luce o far la spesa con i propri soldi, tradendo il principio basilare di fiducia sul quale si basa il capitalismo. Se invece si vota, direte… se si vota il governo che ne uscirà potrebbe avere un piccolo margine di manovra supplementare ma a due condizioni: 1) avere la maggioranza anche al Senato, cosa per niente facile con la legge elettorale pensata per non far governare Prodi e per permettere a Berlusconi di assegnare ai suoi scherani seggi sicuri. 2) Essere frutto di un processo di accumulazione di forze che il centro sinistra è terrorizzato dal voler compiere e –quel che è peggio, ma è un dato di fatto- non è capace di fare intorno ad un programma che sia di svolta. Di svolta non di fronte al berlusconismo, ma di fronte a questo modello di sviluppo.

Nonostante le giuste critiche a Matteo Renzi, i fischi di Roma sono un pessimo segnale (anche perché con due fischi si è accaparrato la metà dei titoli). L’unica possibile via d’uscita è dare un senso all’idea di “legislatura di ricostruzione” di Pierluigi Bersani arrivando subito a primarie d’opposizione da convocare subito (entro o subito dopo Natale per capirci). Concorrano tutti, Casini, Renzi, Bersani, Di Pietro, Vendola, Ferrero, Grillo se vuole, senza scandali né veti e nella coscienza della debolezza intrinseca del quadro. Come nel 2006, peggio del 2006, ma tant’è. Si voti (magari si inventi perfino un doppio turno) e poi chi non gradisce il risultato si sfili se ne ha la forza politica. Il timore, in questa situazione, è che non sarà particolarmente importante chi vincerà ma solo il fatto –di fronte ad elezioni imminenti- di mostrare al paese e al mondo di poter uscire da questa acefalia di fatto del centro-sinistra che è solo un po’ meno preoccupante della permanenza di Berlusconi a palazzo Chigi. Non c’è niente di cui entusiasmarsi. Magari possiamo permetterci il lusso di un ticket Vendola-Lagarde (in alternativa ad un Bersani-Lagarde o un Renzi-Lagarde) al governo e forse riusciremo ad attenuare un pelino il prezzo che i più deboli devono pagare, ma sui programmi o sulla classe politica più impresentabile dell’Unione è difficile aspettarsi svolte (e il referendum è ormai una pia illusione). Resta l’astensione, o l’insurrezione popolare ma mi si permetta di essere ancora scettico sulla percorribilità di entrambe.

L’ultima considerazione è che per un Berlusconi che si avvia a farsi impallinare dai peones, Umberto Bossi scelga di affondare con lui. Mille volte avrebbe potuto sfilarsi e non lo ha fatto. Adesso pagherà il conto di questa scelta. Qualcuno tirerà fuori atti notarili che obbligano il razzista lombardo alla fedeltà al capo. Magari hanno ragione ma non sembrano dirimenti. Più interessante è che la Lega di Bossi (che nei sondaggi tuttora perde non più di un quinto dai massimi) abbia scelto di seguire Berlusconi prima al Lirico, poi a Salò e infine accompagnarlo nell’ultima fuga in Valtellina. C’è di mezzo l’oro di Dongo forse, ma quel repellente vecchio malato, capace da tempo di esprimersi solo con rutti e parolacce, ma che continua a tenere in pugno troppo potere al Nord, ha esaurito il fiuto politico che ha portato una nullità come lui, un imbianchino lombardo senza l’orrido genio del suo predecessore austriaco, a controllare per vent’anni un grande paese come l’Italia. La Lega affonda con Berlusconi e vedremo come quel che resta si riciclerà tra vagheggiamenti secessionisti e il tentativo di abbarbicarsi alla ciccia del potere di chi in questi anni con la fedeltà al capo ha fatto carriera. Non è un suicidio politico, un errore, un calcolo. È la logica conclusione di una stagione politica che muore. Che l’Italia, il primo grande paese europeo a sdoganare la xenofobia come legittima opzione politica possa essere il primo a liberarsene sarebbe una buona notizia. L’unica nell’autunno più grigio del secolo.

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