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Sogno o son desto?

Qualche settimana fa il capo mi chiama, e senza tanti giri di parole mi chiede “Che stipendio vorresti se potessi scegliere?“. Sono un po’ perplesso, chiaramente scherza, ma voglio stare al gioco. Così rispondo “Tremila euro“. Come se avessi detto la cosa più ovvia del mondo, lui tranquillo mi dice “Bene, da questo mese prenderai tremila euro“.

Non capisco, il capo non è uno che scherza su queste cose. Più tardi vengo a sapere che il mio collega ha avuto un colloquio analogo ottenendo, come da richiesta, la promessa di ricevere 5.000 euro. Poi viene fuori che la ragazza dell’ufficio commerciale ha richiesto, ed ottenuto, ben 10.000 euro; sempre esagerate le donne!.

Ma lo scherzo è bello finché dura poco, così affrontiamo il capo tutti insieme e chiediamo spiegazioni. E lui serafico ci conferma tutto, con la massima serietà. “Ho deciso che da oggi sarete voi a decidere il vostro stipendio“. Cavolo, non sta scherzando, fa sul serio. Passato lo stordimento iniziale facciamo festa, come chiunque al nostro posto; io a dire il vero mi sento un po’ fesso per aver chiesto “solo” 3.000 euro, ma mi sembrava già un obiettivo pazzesco.

Visto che il momento è propizio, e che non mi manca la faccia tosta, faccio presente la disparità al capo, che serafico mi fa “Vorrà dire che il mese prossimo ti sceglierai uno stipendio più adeguato“. A momenti cado per terra.

Nell’euforia generale, arriva il giorno della paga, ci presentiamo tutti insieme all’ufficio contabilità, e tutti i timori svaniscono quando la ragioniera ci consegna, fino all’ultimo centesimo, esattamente le cifre che avevamo richiesto.

Si ride ancora increduli, si fa qualche battuta, io guardo la diversa consistenza dei gruzzoli dei colleghi, pensando a quello del mese prossimo; d’un tratto le banconote mi si polverizzano tra le mani, cerco di prenderle ma mi sfuggono tra le dita, urlo, mi agito…
… e improvvisamente mi sveglio. Tutto sudato.

Cavolo, era solo un sogno. Del resto dove si è mai visto qualcuno che può decidere autonomamente il suo stipendio? Solo nei sogni.

Beh, a dire il vero non è proprio così. A pensarci bene c’è una categoria di persone che il suo stipendio se lo decide più o meno come vuole: i politici. Dopo ogni elezione non c’è forse la corsa dei vari sindaci, presidenti, assessori e consiglieri vari a fissare gli stipendi? Ovviamente aumentandoli rispetto al passato. E non parliamo dei parlamentari, da sempre al centro delle polemiche proprio a causa della loro busta paga. Quello che per me era solo un sogno, per altri è realtà.

A questo punto vengono spontanee due domande: se lo stipendio che questi signori si attribuiscono sia adeguato al lavoro svolto, e chi paga. Alla seconda domanda è semplice rispondere: sono amministrazioni pubbliche, quindi paghiamo noi, tutti i cittadini.

L’altra questione è un po’ più complessa; certo fare il sindaco di una grande città non è la stessa cosa che essere consigliere provinciale. E alla fin fine, anche per non essere un facile demagogo, io non mi preoccupo più di tanto di quanto prendono, ma di cosa fanno per quella cifra. Quello che però non riesco a mandare giù è il fatto che decidano i propri stipendi da soli.

Si parla tanto di conflitto di interessi, e poi si permettono cose simili?

E ci risiamo: la notizia di questi giorni è che il preannunciato, e sbandierato, blocco degli aumenti per gli stipendi dei parlamentari, rischia di saltare. Con buona pace di tutte le buone intenzioni e dei proclami di austerità.

Giusto un breve riepilogo per capirci qualcosa. La finanziaria 2006, l’ultima di Tremonti, tagliava gli stipendi dei parlamentari del 10%; un mese dopo, come ho spiegato in questo articolo del 14/01/2006, il Parlamento rendeva tutto inutile con l’ennesimo aumento; nel 2007 la Camera ha deciso di bloccare gli aumenti automatici che scattano periodicamente; il Senato invece cavillando su una legge del 1965 non ha concluso nulla in merito; forte della decisione della Camera, il governo, con la finanziaria 2008, ha esteso il blocco degli aumenti automatici a tutta la legislatura.

A gennaio 2008 dovrebbe esserci l’incremento automatico delle retribuzioni dei parlamentari, e questo metterebbe le due camere in posizione diversa, con i senatori che avrebbero l’aumento e i deputati fermi al palo.

Ma poiché una disparità di trattamento tra le due camere del Parlamento è giuridicamente insostenibile, lo stato si espone ad una serie di ricorsi destinati ad essere vinti. Che è una cosa assolutamente ridicola, perché sarebbero i deputati che, dopo aver approvato il blocco dei loro stipendi, ricorrerebbero contro il Parlamento per questa decisione: sarebbe un ricorso contro sé stessi!!!

Come se a noi, navigati cittadini italioti, potesse farci effetto un parlamentare che ricorre contro sé stesso! Non siamo forse abituati da sempre ad essere lo zimbello del mondo?

Non c’è scampo. Finché ci preoccuperemo degli stipendi dei politici solo per dire che sono eccessivi (cosa peraltro vera) non risolveremo niente, perché il loro ammontare è solo un problema secondario. Il problema fondamentale è chi decide questo ammontare e con quali meccanismi; questo compito deve essere affidato ad un soggetto terzo, il più possibile indipendente dal potere politico. La corte dei conti, il consiglio di stato, un’assemblea di cittadini estratti a sorte; va bene tutto purché non siano loro a decidere per sé stessi.

Oppure…

Oppure si stabilisce, in ottemperanza (bella questa parola, eh?) al principio per cui le due camere non possono essere trattate diversamente, che neanche i cittadini possono essere trattati diversamente gli uni dagli altri; e poiché i parlamentari sono, dopo tutto, cittadini, anche noi abbiamo il diritto di stabilire da soli il nostro stipendio. E se il datore di lavoro si oppone facciamo ricorso. E il sogno diventa realtà…

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