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Pietro Ingrao su Fidel Castro

Ieri ho scovato un articolo su “La Stampa” che titolava “Il mea culpa di Fidel”. Castro, ovvio. Di per sé, si tratta di un appendice sul rapporto tra politica, rivoluzione e passioni giovanili. Quello che ha catalizzato la mia attenzione è stato il bilancio di due personaggi del mondo politico “attempato” dell’Italia di ieri, ma anche di oggi. Si tratta di Pietro Ingrao (classe di ferro 1915) e Giulio Andreotti (del 1919). Non proprio due giovanotti e che, quindi, avrebbero poco da dire sulla “gelosia” del potere del Comandante Castro. Infatti, entrambi hanno alle spalle un buon numero di legislature che testimoniano o una grande passione per il proprio mestiere o grossi interessi in ballo: Andreotti si è praticamente “mangiato” tutte le legislature dalla prima alla quindicesima ed oggi siede come Senatore a vita. Un bel pezzo di storia, proprio come il castrismo.

Tuttavia, il giudizio che più trovo fuori luogo sull’esperienza castrista è quello di Ingrao. “A Cuba mancano i diritti fondamentali degli esseri umani e la vicenda non è restringibile a singoli eccessi giovanili: c’è stato un moto di liberazione reale, ma poi è rimasto solo un regime totalitario. Non riesco a legare la gioventù e la vita di Castro ad un ideale e ad una pratica comunista. Spero i giovani si ispirino ad altri esempi per prendere il potere: Gramsci è molto meglio di Fidel. E mi dispiace che nel mio campo ci siano stati tanti errori di valutazione nei confronti di quest’ultimo, anche da parte dell’Unione Sovietica.” Questo è il virgolettato che Ingrao ha rilasciato all’autore dell’articolo, F. Rigatelli. Passo oltre gli “esempi per prendere il potere”, che suona squallido e antiquato, visto che – a mio avviso – il potere non si prende, ma si guadagna. Passo anche oltre sul fatto che Ingrao avesse partecipato ai Littoriali della cultura e dell’arte, gare multidisciplinari dedicate a chi volesse far carriera nel PNF, ottenendo il terzo posto. La poesia era intitolata Coro per la nascita di una città (Littoria). Per poi redimersi come partigiano. Anche per lui, però, il fervore artistico giovanile l’avrebbe condotto altrove; anch’io “Non riesco a legare la gioventù e la vita di Ingrao ad un ideale e ad una pratica comunista”. Eppure, la sua figura la fece. Eccome. Pure il comandante partigiano Ulisse (al secolo Davide Lajolo), che maritò una ragazza del mio paese, aveva servito Mussolini in Abissinia e Albania. Eppure, fu per anni una voce significativa del giornalismo del PCI e un testimone (nonché artefice) della resistenza, con opere quali “A conquistare la rossa primavera” (che già dice tutto!).

Purtroppo, al mondo è difficile essere “santi” (forse e soprattutto a livello politico): ogni grande uomo politico ha le sue “macchie”, i suoi vizi e difetti in senso lato. Pure Ingrao. Di fatto, il suo revisionismo non rende giustizia e condanna storicamente un periodo della storia cubana che ha consentito alcuni balzi in avanti, che non erano stati possibili nel corso del periodo della “occupazione” (più de facto che de jure) statunitense. I dati socio-economici lo dimostrano. Vero è che il castrismo non è stata la panacea a tutti i mali del popolo e della società cubana. Tuttavia, il catastrofismo della sinistra europea ha “specchi di legno”. I “fallimenti” di Castro sono infinitesimali rispetto a quelli del PCI, che non ha saputo\potuto fare di più o meglio, non ha saputo durare oltre il crollo del muro, né adattarsi alle fasi storiche nuove ed inedite. Riguardo gli errori di valutazione, purtroppo se ne fanno molti…Anche l’URSS degli Anni ’50 pensava di accelerare e di lasciarsi dietro il capitalismo occidentale a partire dal 1970. Purtroppo, i conti si rivelarono sbagliati, poiché non avevano previsto il boom economico dell’Europa negli anni ’60…che peccato! La conclusione dell’intervento di Ingrao praticamente liquida il periodo castrista come la rovina e la caduta nel totalitarismo, cosa di cui (purtroppo) l’URSS non se ne accorse. Stento a credere che un tal revisionismo “salvi” l’URSS dei gulag e “condanni” la Cuba dell’istruzione gratuita e del piano di alfabetizzazione. Fortunatamente, Andreotti si dimostrano (non me lo aspettavo?!) un po’ più realista, vedendo la situazione futura cubana come “una sintesi tra la situazione precedente a Fidel e ciò che lui ha fatto di positivo”. Almeno lui si sente di “assolvere” il Castro Comandante e gli anni della Rivoluzione.

A mio avviso, la vicenda cubana va letta in modo “realista”, come un po’ tutta la realtà internazionale, contestualizzando fatti, personaggi ed eventi, in un mondo (già all’epoca della Rivoluzione) globalizzato. Eccome! L’interdipendenza strategica tra le due super-potenze (che avanzavano in un Risiko poco virtuale in tutti i cinque continenti) determinò la decisione di schierarsi con il campo sovietico, dal quale presto si staccò l’idealista Ernesto Guevara, lasciandovi il più pragmatico Fidel. Questa, tra le più controverse fra quelle operate da Castro, fu una scelta condizionata dal quello che potremmo definire il “primato della politica estera”. A conti fatti, le alternative non erano infinite e soprattutto occorreva tenere in conto le mosse di tutti gli sfidanti. Fu come giocare una partita di scacchi multipla, contro più giocatori contemporaneamente. Certo, all’epoca prendere decisioni in quel di Cuba non era cosa da poco, non era come cambiarsi d’abito o come un accordo con la DC. All’epoca si rischiava o l’invasione o la guerra atomica. In questa situazione di incertezza, di limitazione delle possibilità di azione, Castro ha fatto il possibile per a) perpetuare la rivoluzione b) sviluppare il paese. Tanto più si è messo di mezzo anche l’embargo, classico provvedimento unilaterale americano a cui ormai siamo abituati.

Condivido l’opinione di coloro i quali sostengono che Fidel avrebbe lasciato indietro qualcosa. Certo, qualcosa è stato trascurato, qualcosa manca, qualcosa si è perso…Forse l’ha capito pure Fidel, che viene dato come uscente dalla contesa politica. Però il liquidare l’esperienza rivoluzionaria come una “pagliacciata” o – peggio – come un “gulag” (come fece recentemente G.W. Bush) è antistorico, oltre che artatamente fazioso, specie se il giudizio proviene dalla sinistra europea. Andreotti, più pragmatico, mestierante ma leggermente più onesto nel giudizio su Castro, si lascia andare: “Io avevo di fronte il comunismo europeo, lui si trovava il regime di Batista: non gli fu facile prendere il potere. Certo, l’età deve aver influito nelle sue scelte, ma ciò che conta è come nasce la passione politica. Per questo ho sempre avuto un occhio benevolo per lui e, quando ci conoscemmo, mi diede molte ragioni perché avevo studiato alla scuola pubblica, mentre lui dai Gesuiti”. A mio avviso, la grandezza (asetticamente parlando) della Revolución (con Castro a capo) fu quella di aver operato nel migliore dei modi con gli strumenti a disposizione. In valore assoluto sembrerà cosa di poco conto, in valore relativo i progressi di Cuba sono visibili e tangibili, in ogni ambito sociale ed economico, con performances migliori di alcuni paesi che si sono aperti al “comercio libre” verso gli Usa.

Come spesso sottolinea l’amica cubana Gaviota Zalas, il popolo cubano adesso ha bisogno di libertà intrinseche significative, della ripresa di relazioni stabili con altri paesi, del ripristino di una alternativa ed alternanza. Che Castro se ne sia accorto?

 

di Alessandro Badella

LATAM

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