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Karol Wojtyla e Helder Camara: due mondi inconciliabili

Nel giorno della beatificazione di Karol Wojtyla mi capita tra le mani un vecchio libro di José González, “Helder Camara, il grido dei poveri”. La quarta di copertina recita: “la vita, gli ideali e i gesti dell’arcivescovo rosso di Recife, coscienza umana del terzo mondo e voce di chi non ha voce”. Fin qui tutto normale, si è scritto a lungo anche in Italia dei teologi della liberazione, di Medellin e dell’opzione preferenziale per i poveri.

Quello che, visto da oggi, sorprende è l’editore di questo vecchio libro del 1973: “Edizioni Paoline”. Meno di quarant’anni fa le Edizioni Paoline pubblicavano saggi che esaltavano un “arcivescovo rosso”. In questo dato c’è tutta la distanza tra la rivoluzione conservatrice trionfata con Wojtyla, Ronald Reagan, Margareth Thatcher, Lech Walesa e quella fallita (?) di Helder Camara.

Le parole di Joseph Ratzinger di oggi sono state fin troppo chiare: “Giovanni Paolo II è colui che ha sconfitto chi vedeva nel marxismo e nel progressismo la speranza e fatto capire che l’unica speranza è nel cattolicesimo”. Le nostre generazioni sono state educate ad aver paura del prender partito, dello schierarsi. Sono state educate a considerare le gerarchie, sociali, politiche, religiose, come un dato oggettivo eterno fin dal tempo di Adamo ed Eva. Le parole di Ratzinger, che non ha alcuna paura a schierarsi e che identifica precisamente il nemico sconfitto, i Camara, gli Arrupe, i Boff, si incaricano di spiegare molto di più di quanto siamo più abituati ad accettare. Ma solo se accetteremo che nella Storia vittorie e sconfitte non sono definitive la Storia stessa potrà riprendere il suo corso.