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Riparte l’Unione Europea à la carte

Il Trattato di Lisbona Firmato dai capi di stato e di governo dei 27 paesi Ue. Trasparente e illeggibile

Una Carta oscura per addetti ai lavori che riduce i simboli a optional e non dà all’Ue competenze specifiche
Anna Maria Merlo

da Il Manifesto

Si chiama «trattato di Lisbona». Lo hanno firmato ieri i capi di stato e di governo dei 27 paesi membri dell’Unione europea, sbarcati per appena qualche ora nella capitale del paese che ha in questo momento la presidenza del consiglio della Ue. Una cerimonia giudicata assurda, almeno dal punto di vista ecologico: premier e delegazioni, più i gornalisti, significa numerosi voli aerei, con relativa emissione di Co2, che si sarebbero potuti risparmiare se la firma, voluta a tutti i costi a Lisbona dai portoghesi, avesse avuto luogo alla conclusione del vertice Ue-Africa, qualche giorno fa, quando tutti erano già sul posto.
Lo spreco ambientale non è il solo paradosso del nuovo trattato. Definito «mini-trattato» o «semplificato», ufficialmente è «modificativo» rispetto al Trattato costituzionale respinto dai francesi e dagli olandesi nel 2005.
«Semplificato» è un eufemismo : mentre la Costituzione, benchè complessa, era leggibile da chiunque, il testo del mini-trattato è lettteralmente incomprensibile, perché non pretende più di sostituire tutti i trattati precedenti ma solo di apportarvi delle «modifiche». Rimanda quindi continuamente ad altri testi.
Uno degli obiettivi della Costituzione era di rendere oltre che «più democratica» e «più efficace» anche «più trasparente» l’Unione. Il meno che si possa dire è che la trasparenza lascia a desiderare, perché il testo è fatto solo per gli addetti ai lavori, completamente oscuro peri cittadini.
La tappa di ieri non è conclusiva. La Ue spera che tutti i 27 paesi avranno ratificato il «trattato modificato» entro la primavera 2009, per le prossime elezioni europee. Gli intoppi – cioè il ricorso ai referendum popolari – sono stati limitati al minimo. Un refendum ci sarà solo in Irlanda, perché lo impone la Costituzione. In altri paesi ci sono richieste di refendum, come in Francia o in Polonia, ma i governi hanno tagliato corto e scelto la via parlamentare. Ma in alcuni paesi, come la Danimarca, la maggioranza richiesta per far passare il nuovo trattato in parlamento potrebbe riservare cattive sorprese.
A cosa serve il nuovo trattato ?
Dall’inizio degli anni ’90, la Ue è di fronte a una nuova sfida: ha accolto nuovi membri (10 nel 2004, 2 nel 2007) e per questo deve rafforzare l’efficacia delle modalità della presa di decisioni. Il Trattato costituzionale, che conteneva anche dei passi avanti per l’approfondimento del funzionamento sul piano democratico, è stato bocciato in Francia e in Olanda. Così, i capi di stato e di governo sono arrivati a un compromesso, il 19 ottobre 2007, a Lisbona. La Carta approvata ieri è solo una modifica dei trattati esistenti. Elimina quindi alcune novità della Costituzione bocciata: prima di tutto i simboli costituzionali (il termine stesso di costituzione, il «ministro degli esteri» ecc.) e soprattutto i simboli materiali: la bandiera con 12 stelle in campo blu, l’Inno alla gioia di Beethoven, il motto «uniti nella diversità» resteranno allo stato di optional, utilizzati se si vuole, ma senza statuto. L’Unione non acquista nuove competenze esclusive, ma temi come l’energia entrano nel dominio delle «competenze condivise» tra Ue e stati membri.
Che c’è e come funzionerà l’Unione?
Lo scopo è rendere più efficiente il funzionamento, bloccato dai meccanismi barocchi del trattato di Nizza.
Dalla parte I della Costituzione, il trattato di Lisbona conserva alcuni punti: la «personalità giuridica dell’Unione (cioè la capacità per la Ue di essere parte di una convenzione internazionale o membro di un’organizzazione internazionale); la Carta dei diritti fondamentali viene conservata ma non in extenso, un articolo vi fa riferimento, prevede che sarà vincolante giuridicamente, salvo per gli opt out, Gran Bretagna e Polonia. Inoltre è estesa la regola della doppia maggioranza a un numero crescente di campi (come la politica dell’immigrazione) ma resta l’unanimità (cioè il diritto di veto) per le procedure di revisione future, anche se corrette da un sistema di « passerelle » e di « flessibilità». Poi la Commissione sarà a ranghi ridotti: dal 2014, il numero dei commissari (oggi uno per paese) sarà ridotto ai due terzi degli stati membri (cioè 18 in una Ue a 27). Ci sarà un sistema di rotazione tra stati.
Il Consiglio – che definisce i grandi orientamenti della Ue – avrà una presidenza stabile, eletta a maggioranza qualificata con un mandato di due anni e mezzo rinnovabili (al posto della rotazione ogni sei mesi). Il presidente sarà a tempo pieno e non potrà esercitare un mandato nazionale. Cambiano le regole del voto al Consiglio: sarà pubblico (per la «trasparenza»), e ci sarà la « doppia maggioranza » (una legge sarà adottata se avrà l’accordo di almeno il 55% degli stati, rappresentanti almeno il 65% della popolazione). La minoranza di blocco richiederà la partecipazione di almeno 4 stati membri.
Infine sarà eletto un Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, fondendo le competenze dell’Alto commissario (oggi: Javier Solana) e della commissaria alle relazioni estere (Benita Ferrero-Waldner). E’ introdotta «la clausola di mutua difesa» tra i paesi membri. E saranno rafforzati i poteri del parlamento: eleggerà il presidente della Commissione, il che significa politicizzazione della carica. La procedura della codecisione viene estesa (consiglio-parlamento) a una cinquantina di nuovi campi (ad esempio mercato interno e governance economica)
Per l’iniziativa dei cittadini
Viene creato il diritto all’iniziativa legislativa dei cittadini (almeno un milione di firme raccolte in un numero significativo di paesi). Il ruolo dei parlamenti nazionali viene accresciuto (« meccanismo di allerta precoce » e se un terzo (o un quarto per la giustizia) dei parlamenti è contrario a unalegge la Commissione dovrà modificarla. E i servizi pubblici, chiamati « servizi di interesse economico generale», avranno un fondamento giuridico.

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