Menu 2

Argentina: intervista a Gabriel Martín

L’Argentina e il bisogno di stabilità che fa dimenticare le ingiustiziein un paese svenduto ai capitali stranieri

di Paolo Maccioni

Kirchnerismo è il movimento eterogeneo e senza un apparato politico propriamente detto che prende il nome da Néstor Kirchner, presidente uscente, artefice della ripresa argentina (2003-2007). Una linea politica premiata dalla vittoria, alle elezioni dello scorso 28 ottobre, della moglie Cristina, che il 10 dicembre prenderà ufficialmente lo scettro della presidenza argentina [1]. «Né Hillary né Evita. Solo Cristina» ha detto la presidenta, come ama farsi chiamare, all’indomani della vittoria elettorale.

Della coppia presidenziale e dell’Argentina d’oggi parliamo con il giornalista argentino Gabriel Martin, dell’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh.

Com’è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?

«Negli ultimi quattro anni in Argentina c’è stata una grande crescita economica, una crescita del pil di poco inferiore al 9%, un indice simile a quello della Cina, ma sono cresciute anche le diseguaglianze. Il 30% della popolazione più ricco si appropria del 62,5% di questa ricchezza generata dalla crescita economica, mentre il 70% della popolazione si deve spartire il restante 37,5%. Rispetto agli anni ’90 l’Argentina è migliorata moltissimo, tuttavia non mancano i problemi. La corruzione, pur se diminuita, c’è ancora. Diminuiscono ma non si azzerano i tassi di povertà e di indigenza. Cresce il divario fra i più ricchi e i più poveri».

È dunque legata alla crescita economica la fortuna elettorale del kirchnerismo, confermato dalla elezione della senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente uscente?

«Il sistema vigente in Argentina è una democrazia di tipo presidenziale. Pertanto il progetto, o l’immaginario popolare del progetto politico di un paese, per gli elettori dipende esclusivamente dal presidente. Le elezioni, o le rielezioni, avvengono con meccanismi affini a quelli del sistema statunitense, benché si debbano fare parecchie distinzioni. La principale è che negli Stati Uniti è un po’ più chiaro che il progetto di governo è vincolato agli effettivi gruppi di potere. Nella coscienza collettiva argentina invece non è radicata con chiarezza la nozione che i progetti sono gestiti e manipolati dalle corporazioni, specialmente straniere, perché l’idea di indipendenza politica è molto legata alla forza del presidente. Ecco che quando il progetto nazionale, come ad esempio nel 1946, è incarnato da un presidente come fu Perón, il risultato è un governo autonomo e di ampia sovranità. E le oligarchie, insieme ai capitali transnazionali, hanno sempre cercato di ridimensionare questa capacità di azione con presidenti deboli».

«Perciò si comprende il trionfo di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali. Il paese è cresciuto in questi anni a un ritmo inaudito nella storia argentina. E la vittoria di Cristina Kirchner va intesa come una rielezione del modello di Néstor Kirchner. Il fattore fondamentale è che gli argentini che hanno votato per Cristina Kirchner, ma anche coloro che hanno votato contro, sanno che si può sperare nei prossimi 4 anni. Questo comporta una certa stabilità.

Quali erano le proposte dei candidati opposti a Cristina Kirchner?

«Ricordiamo che l’Argentina attraversa un rischio d’inflazione: mentre il governo manipola gli indici dei prezzi al consumo, affermando che l’inflazione annuale non supera il 10%, inchieste dello stesso apparato dello Stato hanno dimostrato che tra luglio e novembre i prezzi sono aumentati di quasi un 30%. La soluzione proposta dall’opposizione in larga parte era quella di raffreddare l’economia e ridurre la crescita a un 5% annuale invece del tasso dell’8 o 9%. Consideri che l’Argentina per più di sette anni ebbe crescita nulla, durante il governo di Carlos Menem nello scorso decennio».

«L’inflazione è un problema molto grave, ma il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente grazie alla crescita degli ultimi quattro anni. Per gli elettori, l’inflazione, i casi di corruzione che hanno coinvolto funzionari del governo vicini alla coppia presidenziale, l’assenza di strategie nazionali a lungo raggio e molti altri problemi, come ad esempio le condizioni del lavoro precario che è stato quello che più ha influito nella diminuzione della disoccupazione, restano quindi in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia e alla crescita dell’occupazione».

«Votare per un altro candidato avrebbe significato il rischio di perdere tutto ciò. L’Argentina viene da un’incertezza molto grande seguita alla crisi del 2001. Un’incertezza che non si ebbe neppure con nessuna dittatura militare, perché almeno uno sa che cosa succederà in un modello dittatoriale, specialmente in campo economico (liberalismo, indiscriminata apertura del mercato, in un contesto di repressione politica). Il 2001 è stato un incendio assoluto, è stato la caduta del sistema monetario di parità col dollaro, e nessuno aveva idea di cosa sarebbe venuto dopo, né di come si sarebbe risolto».

Insomma, dopo lo shock del 2001 gli argentini hanno terrore di affrontare l’instabilità.

«Oggi lo shock è alle spalle ma continua a pesare molto nella coscienza dell’elettore. Pesa più l’eterna opzione che offrono i governanti: “o io o il caos”, tratto messianico classico della dirigenza argentina, piuttosto che la crescente concentrazione della ricchezza, l’aumento della forbice fra i più ricchi e i più poveri, l’accentuarsi della gestione straniera dell’economia, la corruzione e gli indici d’inflazione, per gravi che siano».

L’Argentina ha riavviato il processo di industrializzazione che un tempo la caratterizzava?

«Non c’è alcuna produzione nazionale oggi, eccetto l’agroalimentare, conseguenza della spoliazione concepita da Martínez de Hoz (José Alfredo Martínez de Hoz, detto Joe, ministro dell’economia durante la dittatura, ndr) e continuata in seguito. L’Argentina è tornata al modello di esportazione agraria anteriore al 1945, mentre il mondo va verso la rivoluzione biotecnologica. Non c’è una “retroalimentazione” del pil, ad esempio nel 1999 si vendette la compagnia statale partecipata YPF (Yacimentos Petrolíficos Fiscales) alla Repsol, compagnia petrolifera spagnola, raro caso in cui una compagnia più piccola ne acquista una più grande. La compagnia Barrick Gold (multinazionale di cui George Bush padre fu chief lobbyst, importante azionista e consulente onorario [2]) sfrutta i filoni di Veladero e Pascua Lama nella provincia di San Juan. Altre miniere importanti vengono sfruttate da imprese straniere. Il vero motore economico dell’America latina è il Brasile: non c’è confronto con l’Argentina, dove a crescere sono le imprese straniere e non quelle locali. E manca pure un dibattito popolare su ciò. L’Argentina cresce, sì, ma su che fronte cresce?».

Quali sono i tratti distintivi del kirchnerismo in politica estera?

«Un’analisi a freddo può mostrare che sebbene questo governo mantenga forti vincoli con le corporazioni europee e statunitensi, allo stesso tempo dimostra politiche di avvicinamento indipendente con Venezuela e Brasile, mentre l’opposizione voleva fondamentalmente allontanarsi da Hugo Chávez e avvicinarsi di più agli Usa, anche se non lo dicevano espressamente. Durante il decennio di Carlos Menem, e in seguito con Fernando De la Rúa, l’Argentina tenne una assurda politica di allineamento automatico con Washington, secondo il migliore stile del vostro Silvio Berlusconi. L’Argentina ha una forte dipendenza energetica che il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, aiuta a risolvere. Quindi inimicarsi il governo di Chávez comporterebbe una crisi energetica: questo timore di Néstor Kirchner sembra rivelare la complicità del suo governo nel depauperamento petrolifero argentino».

Cristina Kirchner è stata una delle principali sostenitrici del progetto di Menem di privatizzare il petrolio e il gas. Quest’anno il governo di Kirchner ha esteso per altri due decenni la concessione del Golfo de San Jorge alla Pan American Energy. Il contratto fu firmato quando il prezzo del barile era a 20 dollari, e poco importa che ora sia a quasi 100 dollari».

«Al vertice latinoamericano di Santiago dello scorso novembre è emersa chiaramente l’ambiguità di Néstor e Cristina Kirchner in politica estera, giacché nonostante questa presunta alleanza indissolvibile con il Venezuela, quando il re Juan Carlos di Spagna ha ingiunto a Chávez di stare zitto, il governo argentino non ha fatto nessuna obiezione al monarca spagnolo che ha ripreso un presidente eletto. Se lo avesse fatto Zapatero, sarebbe rimasto nell’ambito di una discussione fra mandatari, invece a farlo è stato un monarca di una casa reale europea dalla quale tutta l’America Latina si è resa indipendente nel secolo XIX. Anziché esprimere biasimo, la coppia Kirchner ha invitato il re di Spagna alla residenza presidenziale. Il re Juan Carlos è proprietario di parte della Repsol e possiede pure azioni in tutte le principali compagnie spagnole che operano in Argentina. Ma queste ambiguità e contraddizioni vengono sempre lasciate da parte quando si può evitare l’incertezza, soprattutto quando in ambito macroeconomico gli indici sono positivi».

Quali sono le altre eredità significative del kirchnerismo?

«Néstor Kirchner ha migliorato molto la situazione del paese dopo la crisi del 2001, ma soprattutto durante la sua presidenza sono state cancellate le leggi infami che mettevano al di sopra della giustizia i membri della giunta militare colpevoli di genocidio [3].


Chi è

Gabriel Martin, storico, giornalista e fotografo, è nato a Buenos Aires nell’aprile del 1974. Figlio di una famiglia di militanti montoneros, nel 1977 sopravvisse al commando di patotas [4] che irruppe in casa sua e dopo averlo colpito in faccia con il calcio della mitragliatrice lo abbandonò, credendolo morto, prima di sequestrare i suoi genitori. Coi genitori il piccolo Gabriel si ricongiunse dopo una rocambolesca serie di passaggi fra vicine di casa e militanti montoneros che lo presero in cura.

Nel 1999 fondò la Agencia de Noticias Cadena Latinoamericana (ANCLA), attiva fino al 2005, che mise insieme giornalisti indipendenti di 13 paesi nelle Americhe, in Francia, Italia, Spagna, Germania, Olanda e Gran Bretagna. Dal 2002 è corrispondente da Buenos Aires per diversi organi di informazione in Svezia e nello stesso anno lancia l’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh (intitolata al grande scrittore militante vittima della dittatura militare) che un anno più tardi darà luogo al portale www.rodolfowalsh.org, e che pubblica materiale su diversi media argentini e su quotidiani e riviste in Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Cile, Bolivia e Uruguay, oltre ad articoli tradotti in inglese in Canada e Stati Uniti, e riprodotti in Francia, Svezia e Germania.

È tra i fondatori di “Prólogo”, rivista di recupero della memoria politica e culturale del pensiero rivoluzionario delle figure della militanza argentina ed è autore dei primi due numeri su John William Cooke e Rodolfo Walsh.


Note

  1. Vedi: Diego Schurman, “Gúia práctica para entender la nebulosa del kirchnerismo” sul quotidiano Página/12 del 12 febbraio 2006.
  2. cfr: Anton Chaitkin “Inside story: the Bush gang and Barrick Gold Corporation”; Gail G. Billington: “Bush’s letter abets Barrick’s golddigging”; Mark Sonnenblick: “George Bush’s $10 billion giveaway to Barrick Gold”, originariamente pubblicati su Executive Intelligence Review nel gennaio 1997.
  3. Le leggi del “Punto Final” e della “Obediencia debida” furono promulgate dal presidente Raúl Alfonsín nel 1986 e nel 1987. La prima, promulgata il 23 dicembre 1986, fissava un termine di 30 giorni per depositare le accuse contro i militari per violazioni dei diritti umani. Prima che scadessero i termini fissati dalla legge del Punto Final, la Giustizia federale aveva rinviato a giudizio circa 500 militari. Crebbe così il malcontento fra i militari che sfociò nella rivolta “carapintada” durante la Settimana Santa del 1987. A seguito delle pressioni esercitate dai militari e della minaccia di un nuovo golpe, il governo di Raúl Alfonsín il 4 giugno 1987 promulgò la legge della “Obediencia debida” che sollevava i ranghi militari intermedi e inferiori, scagionando così la maggioranza di ufficiali e sottufficiali coinvolti nella repressione in quanto subordinati all’autorità superiore. Le due leggi furono finalmente dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel giugno del 2005.
  4. Le “patotas” erano i gruppi operativi, costituiti da membri dei vari corpi dell’esercito, che durante la dittatura militare erano addetti al sequestro. Mascherati ed armati, irrompevano nelle case urlando, sparando e malmenando i familiari.

(pubblicato su www.altravoce.net)

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,