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In memoria di HOWARD ZINN

dal blog:  La trama, l’ordito e gli interstizi

Howard Zinn se n’è andato pochi giorni fa. Forse in Italia il suo nome ai più non dirà molto. Ma per chi ha avuto la fortuna di poter leggere almeno uno dei suoi lavori, Zinn è colui che ha aperto la possibilità di guardare dentro la storia e la società degli Stati Uniti d’America dalla prospettiva degli ultimi, degli esclusi dalla storia ufficiale, di quella storia divulgata non solo nei manuali, ma anche, direi soprattutto, nella cultura di massa, quella che ha plasmato l’immaginario collettivo, dove i neri, schiavi o emarginati che fossero, i nativi americani, le donne, i lavoratori, gli immigrati che plasmarono la grande nazione americana, erano e sono delle semplici comparse, quando non le vittime predestinate delle “magnifiche sorti e progressive” della modernità occidentale.

Zinn chiariva subito da che parte stava. Indimenticabile e degno di un’ampia citazione è, in questo senso, il primo capitolo del suo A People’s History of the United States (trad. it. Storia del Popolo Americano, ultima edizione Il saggiatore, 2007): “Non dobbiamo accettare come nostra la memoria degli stati”, scrive Zinn perché: “La storia di qualunque paese, presentata come fosse la storia di una famiglia, nasconde la realtà di feroci conflitti di interesse tra vincitori e vinti, padroni e schiavi, capitalisti e lavoratori, tra gli oppressori razziali e sessuali e gli oppressi. E in questo mondo conflittuale, un mondo di vittime e carnefici, le teste pensanti – come sosteneva Camus – hanno il dovere di non stare dalla parte dei carnefici. Perciò, data la necessità, implicita nel lavoro storiografico, di prendere posizione attraverso la selezione e il risalto concesso ai fatti, preferisco raccontare la scoperta dell’America dal punto di vista degli arawak, la Costituzione da quello degli schiavi, Andrew Jackson con lo sguardo dei cherokee, la Guerra civile come potevano vederla gli irlandesi di New York, la guerra con il Messico secondo i disertori dell’esercito di Scott, l’avvento dell’industrialismo dalla prospettiva delle giovani operaie tessili di Lowell, la guerra ispano-americana vista da Cuba, la conquista delle Filippine con lo sguardo dei soldati neri a Luzon, l’età dorata della Ricostruzione vista dagli agricoltori del Sud. Preferisco parlare della prima guerra mondiale come la videro i socialisti, della seconda con gli occhi dei pacifisti, del New Deal con quello dei neri di Harlem, dell’impero americano del dopoguerra dal punto di vista dei peones dell’America Latina, sempre nella misura limitata in cui un individuo, per quanto si sforzi, può “vedere” la storia dal punto di vista di altri”.

Così, dopo aver escluso una prospettiva meramente apologetica nel suo sguardo verso gli “ultimi” ed aver rimarcato il suo scetticismo “nei confronti dei governi e dei loro tentativi di invischiare, attraverso la politica e la cultura, la gente comune nella ragnatela gigantesca dell’appartenenza nazionale, con il pretesto dell’esistenza di un interesse comune”, il grande storico statunitense citava, a sua volta, una frase che gli stava molto a cuore: “Il grido dei poveri non è sempre giusto, ma se non lo ascolti non saprai mai che cosa è la giustizia”.

Per Zinn, insomma, il lavoro di storico implicava, innanzitutto, chiarezza metodologica ed onestà intellettuale. Non si poteva e non si può prescindere dalla considerazione che per chi lavora sui fatti, sulla storia vissuta e plasmata dagli esseri umani, non può esistere un’unica verità e, conseguentemente, dalla onesta presa d’atto che è illusorio cercare un’unica verità negli eventi storici. Si tratta, in altri termini, di ribadire la chiave ideologica, sempre indefettibilmente sottesa alla prospettiva, allo sguardo di chi tenta di sbrogliare quotidianamente l’inestricabile matassa delle vicende umane.

Ho scoperto Zinn casualmente, sbirciando tra gli scaffali di una libreria romana pochi anni or sono e sono rimasto colpito subito dal titolo dell’opera sopra citata. Da qui a divorare il libro in poco tempo il passo è stato brevissimo, considerata anche la scorrevolezza, pur nella densità della narrazione, della prosa del testo.

Ho così avuto modo di scoprire molti personaggi – quali Joe Hill, Albert Parsons, Emma Goldman, Henry Gorge, Eugene Debs, Mother Jones, Joseph Ettor, solo per citarne alcuni – in Italia pressoché sconosciuti ed anche negli U.S.A. relegati, in gran parte, in qualche polveroso cassetto delle memoria collettiva, che hanno scritto pagine dolorose ma feconde di speranza in nome di “quel” popolo americano.

Si può sostenere che Zinn fosse nient’altro che un sognatore, credente fino all’ultimo nell’agognata utopia di un “socialismo dal volto umano”.

Diceva, infatti, a proposito del socialismo: “Socialism basically said, hey, let’s have a kinder, gentler society. Let’s share things. Let’s have an economic system that produces things not because they’re profitable for some corporation, but produces things that people need. People should not be retreating from the word socialism because you have to go beyond capitalism.”

Ad ogni modo, non so dargli torto quando sosteneva: “Parto dal presupposto, o forse soltanto dalla speranza, che il nostro futuro si possa trovare negli effimeri momenti di compassione del passato, piuttosto che nei secoli di guerra”.

Buon riposo Howard, e lunga vita alla speranza!