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Quando l’ambientalista si finge milionario: verso nuove forme di disobbedienza civile?

Tim De Cristopher è un ragazzo di Pittsburgh di 27 anni, laureando in Economia all’Università dello Utah e convinto ambientalista.

Durante lo scorso mese di dicembre, quando Obama aveva già posto fine, nelle elezioni di novembre, all’era Bush, e mentre lo stesso governo repubblicano assestava i suoi ultimi colpi di coda, sotto forma di generosi doni natalizi alle grandi imprese petrolifere, era in programma l’ennesima asta pubblica per concedere vaste zone dello stato dei mormoni alle grandi compagnie del gas e del petrolio (i c.d. permessi esplorativi); si trattava, peraltro, di zone confinanti con importanti parchi e monumenti naturali di notevole rilevanza. Diverse associazioni e gruppi ambientalisti si mossero mediante azioni legali contro l’ennesima concessione dell’amministrazione Bush alle potenti lobbies, nonché generosi finanziatori delle campagne elettorali dello stesso ex presidente.

La prassi del governo repubblicano era, infatti, quella di procedere alle suddette concessioni senza tenere in debito conto il pregio o la particolare valenza ambientale delle zone interessate, come in seguito ha sottolineato l’amministrazione Obama, chiarendo come, prima di disporre una nuova asta, fosse necessario disporre un adeguato studio di compatibilità ambientale.

Ma torniamo a Tim, alle sue preoccupazioni per il futuro di quei bellissimi territori e soprattutto alla sua volontà di impegnarsi per fermare i cambiamenti climatici.

Tim voleva fare qualcosa ma non sapeva precisamente cosa: così decise di andare a quell’asta e vedere cosa sarebbe accaduto. Giunto sul posto, alla domanda se fosse lì per fare offerte, se fosse, insomma, interessato alla concessione di quei terreni per esplorazioni petrolifere, rispose di si, che era lì proprio per quello. Inizia da qui il suo “show militante”, dove Tim, fingendosi uno speculatore milionario, innalzando vertiginosamente la cifra offerta, riesce, nei fatti, a far saltare l’asta.

Il prezzo d’asta, infatti, raggiunge un livello tale da non interessare più neanche grossi investitori (tra i quali la “nostra” Eni) e tanto meno Tim che dichiara di non avere il denaro corrispondente alla sua offerta. Gli altri offerenti possono così ritirarsi dall’incanto e l’asta venne quindi annullata e rinviata sine die.

Con il cambio di amministrazione e l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, veniva posto un freno, come detto, alla prassi seguita dal precedente governo e, pertanto, quei territori dello Utah sono stati sottratti, per ora, alla lunga mano della speculazione.

Tim, dal canto suo, si trova ora nel pieno di un processo penale, ove è imputato di falso e turbativa d’asta. Al di là degli interessanti profili giuridico-processuali, relativi alla linea difensiva scelta da De Christopher e dai suoi legali, incentrata sul concetto di “necessity defense”, sostenendo come la sua azione fosse l’unica via obbligata per raggiungere il proprio obiettivo, questa vicenda stimola diverse riflessioni in merito al movimento ambientalista (e non solo), alle sue strategie e soprattutto alle sue modalità di azione.

Interessanti spunti si possono trarre dalle stesse parole di Tim De Christopher, nell’intervista rilasciata pochi giorni or sono alla rivista on-line Mother Jones, brillante magazine statunitense di informazione e dibattito su ambiente, diritti civili e politica in generale.

Dalle parole di Tim, infatti, emerge più volte il senso di frustrazione di fronte a tante battaglie e tanti sforzi resi vani dallo strapotere delle lobbies e dai governi legati a filo doppio agli interessi delle grandi Corporations, ma emerge anche la volontà di rompere la catena dell’impotenza, mediante un recupero ed una reinvenzione della disobbedienza civile, dell’azione diretta nonviolenta operata in prima persona, mescolando sapientemente l’effetto mediatico delle azioni alla Greenpeace con l’efficacia, diretta ed immediata, tipica delle azioni dei geniali Yes Men.

Perciò, se da un lato, sul piano giuridico, azioni dirette quali quella del nostro Tim potrebbero perfino creare giurisprudenza, mediante una creativa ed innovativa interpretazione dello “stato di necessità”, sul piano più strettamente politico e dell’attivismo sociale, la vicenda riporta prepotentemente in primo piano il ruolo fondamentale dell’immaginazione, della creatività nell’azione politica, sempre più in deficit nel mondo contemporaneo, ma rappresenta anche, in maniera cristallina ed esemplare, la concreta evidenza del ruolo che ognuno può avere, anche individualmente, nel produrre cambiamento.

D’altronde, come dice De Christopher nell’intervista, parafrasando e riprendendo quanto detto da pensatori ed attivisti ben più noti di lui: “The problem is not that 35 percent of population still doesn’t get it; the problem is that 65 percent do get it and aren’t fighting”; come dire che il problema non sono quanti non credono, ad esempio, alla minaccia dei cambiamenti climatici, ma tutti coloro che pur temendo tale minaccia “aren’t fighting”, non stanno lottando.

dal blog: www.tramaordito.splinder.com

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