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Mezzanotte e cinque, 25 anni fa

Ricordo la notizia piombatami addosso tra un boccone e l’altro durante un tranquillo pranzo in famiglia. Ricordo la terribile sensazione, nei pochi istanti in cui riuscii ad immedesimarmi con le vittime di quel terribile disastro. Ricordo di essermi immedesimato anche con i parassiti o gli insetti, quelli che normalmente sono le vittime predestinate di quei veleni, e con quegli esseri umani che in quei momenti mi apparivano come insetti, pidocchi, morti o feriti a morte, uccisi da qualcosa di troppo forte, di anonimo, racchiuso in un freddo nome di società per azioni UNION CARBIDE. Ricordo l’orrore prodotto in me dal semplice ascolto di quelle due parole UNION CARBIDE che ancora oggi suscitano in me più di un brivido.

Ricordo quell’evento, pur così lontano da noi, almeno fisicamente, come il mio primo incontro mentale e soprattutto emozionale con l’orrore di massa. Non erano più una data e dei nomi scritti sui libri di scuola, era qualcosa che colpiva migliaia di essere umani nello stesso momento in cui io mi godevo il sonno pesante di undicenne nel mio caldo letto.
Ricordo anche come quei ricordi riemersero in tutta la loro forza quando, quasi 20 anni dopo, leggendo il bel romanzo verità di Dominique Lapierre e Javier Moro (Mezzanotte e cinque a Bhopal), ripresi il filo della memoria e cominciai, da adulto, a capire e a razionalizzare ciò che quel disastro aveva significato per la gente che viveva e che vive lì e quello che quello stesso evento significava e continuava a significare sul piano simbolico.

Era la notte tra il 2 ed il 3 dicembre del 1984, qualche minuto prima della mezzanotte, a Bhopal, India, stato del Madhya Pradesh, quando decine di tonnellate di isocianato di metile, un agente chimico utilizzato nella produzione di pesticidi, e oltre 12.000 chili di reagenti chimici fuoriuscirono dallo stabilimento di pesticidi della UNION CARBIDE.
Si stima che nel giro di pochi giorni ci furono tra le 7000 e le 10.000 vittime e altre 15.000 persone morirono nei 20 anni successivi. La maggior parte viveva in condizioni di povertà negli insediamenti abitativi precari che circondavano la fabbrica. Le vittime erano spesso l’unica o la principale fonte di reddito delle rispettive famiglie e molti persero anche il bestiame, altra fonte di reddito fondamentale. A causa dei problemi di salute, in migliaia persero il lavoro o la capacità di guadagnare denaro. In pratica, tutti quelli che sono sopravvissuti al disastro, ma hanno subito gli effetti dei gas, sono stati trascinati nella povertà più estrema.
A distanza di quasi 25 anni, l’area di Bhopal non è ancora stata bonificata, né sono state condotte inchieste adeguate sull’incidente e sulle sue conseguenze. Centinaia di migliaia di persone continuano a soffrire di malattie associate al disastro, come disturbi respiratori, cancro, ansia e depressione, malformazioni genetiche e i sopravvissuti sono tuttora in attesa di ottenere una riparazione equa e adeguata per le sofferenze che il disastro ha provocato.
Insomma, il disastro industriale più grande della storia è anche uno dei più esemplari e terribili esempi di irresponsabilità sociale ed ambientale delle imprese e, soprattutto, un terribile esempio di disumanizzazione che porta un impresa ad evitare, in ogni modo, il riconoscimento di una responsabilità e l’assunzione di un minimo impegno umano per sanare, seppure in piccolissima parte, le ferite di quella notte di 25 anni fa.
In questi giorni, con l’avvicinarsi del 25° anniversario della strage, si sta svolgendo in Europa una bella iniziativa con un Bhopal bus che farà diverse tappe nel vecchio continente sino a giungere a Londra il 2 dicembre. In questi giorni il bus è in Italia, su iniziativa di Greenpeace ed Amnesty International.
Giovedì 5, in particolare il bus è a Roma (per il programma http://www.amnesty.it/Bhopal-bus-tour.html) dove, tra l’altro, in piazza della Repubblica dalle 14 alle 18, sarà possibile incontrare alcuni sopravvissuti alla strage ed attivisti che si battono per la memoria e per i diritti della gente di Bhopal.
Un’occasione per non spegnere la tenace ma flebile fiammella della memoria, un’occasione per ribadire che i diritti alla vita, alla salute ad un ambiente sano non debbono essere subordinati a nessun potere inviolabile, a nessun tentativo di seppellire la sofferenza passata, presente e futura nell’oblio dell’indifferenza.

Silvio Favari
www.tramaordito.splinder.com

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