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La fortuna di vivere in videocrazia

Un attore torna sempre, per così dire, sulla scena del delitto: sarà forse il primo spettatore del film di cui è il protagonista. Così mi sarei aspettato di vedere stracolme le sale dei cinema italiani per Videocracy, magari con lunghe file ai botteghini. Infatti le star del film, il cui trailer è stato censurato sui canali RAI, erano appunto gli italiani.

Eric Gandini, il regista nato a Bergamo nel ’67 e trasferitosi in Svezia a 19 anni, torna in patria con la sua macchina da presa e utilizza, quasi per contrappasso, i corpi e le parole di Silvio Berlusconi, di Fabrizio Corona, di Lele Mora; ma non è di loro che vuole raccontare. E’ l’italiano medio il suo soggetto. E’ il telespettatore che, seduto da qualche decennio sulla poltrona del suo salotto, a Roma, a Milano, a Napoli, a Montesilvano o a Roccella Jonica, è la cavia permanente di un esperimento televisivo tragicamente riuscito. L’esperimento che ha prodotto, in trent’anni di televisione commerciale modello Cinisello Balsamo,  una nuova forma di potere, la quale ha reso anacronistica la tassonomia  classica della teoria politica e ha di fatto sostituito la democrazia, con un’altra cosa. La Videocrazia.

In videocrazia comanda chi possiede le immagini e ne gestisce la diffusione di massa; e le immagini più efficaci passano attraverso, o meglio sul, corpo delle donne. Seni gonfi, cosce perfette e culetti irriverenti, magari spiati attraverso il buco della serratura di un reality e dosati giornalmente in quantità industriali, lavorano sull’inconscio collettivo degli italiani con ineguagliabile efficienza, passando come una mietitrebbia sul loro immaginario, radendo al pelo e fino all’ultimo ciuffo qualsiasi valore condiviso e qualunque capacità critica personale. Secondo Videocracy tutto inizia nel 1976, quando Telelombardia, primo approdo televisivo dell’editore Silvio, trasmette un quiz dove per ogni risposta azzeccata data da casa, in studio una casalinga mascherata si toglie un indumento, fino al nudo. Le immagini di repertorio in bianco e nero, nella loro carica pruriginosa, sono vagamente disgustose e intriganti al tempo stesso. La voce del regista ci informa che il giorno dopo le aziende locali protestarono, perchè molti operai avevano fatto tardi al lavoro, causa la notte piccola davanti al piccolo schermo.

Lo spettatore, tele-educato in tanti anni al nulla e preso per la gola e per l’ormone, diventa così – alla fine dell’esperimento – il cittadino inesistente, l’elettore radiocomandato, il genitore disorientato, il guardone viscido e innocuo che serve ai videocrati per prosperare e sovvertire lentamente le regole, scritte e non, sostituendole con le proprie. E non tanto nel corpo legislativo quanto dall’interno. Ovvero nel cuore e nella testa degli italiani. Gramsci la chiamava Egemonia Culturale: una pervasiva, sottile e onnipresente forma di persuasione che si installa nel centro del “sistema operativo” intellettuale delle persone e ne sostituisce una per una le “applicazioni”. Come nel caso di Ricky, un giovane operaio, emblematico personaggio le cui avventure fanno da leit-motiv a tutto il documentario e che riassume l’italiano/a tipo davanti al fascino osmotico della tv. Il ragazzone, che ha investito tutte le sue aspettative e le sue energie nel sogno di diventare famoso, le prova proprio tutte pur di apparire in prima serata. Ha l’ingenuità delle anime belle e fa pena. Ancor di più per il fatto di sembrare completamente all’oscuro della compassione che suscita. La sua espressione imbronciata davanti a ogni provino fallito è la cosa più buffa di tutto il film. Ma c’è poco da ridere. Somiglia a moltissimi di noi.

Giampaolo Paticchio

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