Menu 2

Il dolore è servito: buon appetito

La tragedia si trasforma in show. Succede spesso in televisione, in prima o in seconda serata. Il disastro è telegenico e fa audience, con il suo appeal sinistro e paradossale. Adeguatamente cosmetizzato e con la giusta colonna sonora, il dolore delle persone non sembra risultare roba poi tanto forte, nemmeno più all’ora di cena. Parte la sigla e poi le telecamere in collegamento indugiano, senza inutile pudore, su madri che piangono figli, su superstiti che si disperano, sulle smorfie di sofferenza dei parenti, sui volti terrorizzati dallo spavento. Gli inviati hanno la loro scaletta di quesiti intelligenti e delicati: cosa ha provato davanti al cadavere di suo figlio? Come si sta sotto le macerie? Prova odio per i responsabili? Dalle poltrone dello studio, la competente sufficienza degli esperti a gambe accavallate e i decoltè generosi delle ospiti stridono con il cordoglio diffuso e la solennità delle parole. Che si tratti di terremoti, di alluvioni, di attentati terroristici, di incidenti aerei, di militari morti in missione o di singoli omicidi, l’applomb dei presentatori è lo stesso, gli ingredienti della diretta pure. Il tutto converge, in fondo, nel grande paiolo dell’intrattenimento. Lo share val bene uno spietato cinismo, travestito da compassione.

Qualche anno fa, in Palestina, mi accadde qualcosa di spiazzante e illuminante al tempo stesso; ero a Nablus e sul bordo della strada un gatto appena investito da un’auto si contorceva in spasmi di dolore lancinante. Fui l’unico a fermarmi, nonostante la folla di universitari che usciva dalla vicina facoltà. Provai a raccogliere il povero animale, chiedendo di un veterinario ai ragazzi di passaggio. I quali non trovavano di meglio che deridermi e indicarmi agli altri per la mia compassione…fuori luogo. Realizzai in un attimo che, per quella gente quotidianamente alle prese con la crudeltà di un conflitto, la visione quotidiana della violenza sulle persone aveva cancellato ogni possibilità di partecipazione alla sofferenza di una bestia.

Qualcosa di simile avviene probabilmente a noi telespettatori quando ci affacciamo a quella finestra sul mondo che è il piccolo schermo, con la stessa abitudine con cui indossiamo le pantofole. Forse -giorno dopo giorno, talkshow dopo talkshow- lasciamo che quelle immagini, lo spettacolo sempre più diffuso dei drammi umani, addomestichino le nostre emozioni e corrompano, rendendola altissima, la nostra soglia di indignazione. Come per riflesso dello stile televisivo la nostra prospettiva sul mondo smarrisce la misura del pudore, le coordinate del rispetto, la possibilità della pietà autentica. Il senso dell’assurdo e dell’indecente, lontano anni luce dai picchi moralistici dell’Italia cattolica che fu, diventa quasi impercettibile. Il nuovo perbenismo si nutre di cronache dalla catastrofe e di ricostruzioni della scena del delitto. Finchè nulla ci sorprenderà. Finchè nessun male ci farà più male.

Giampaolo Paticchio

, , ,