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Sulle orme di San Grato: un vallone da salvare


Domenica (4 ottobre), prenderà il via la terza marcia «Sulle orme di San Grato» (ritrovo alle ore 9 nel piazzale della chiesa di Issime, nella valle di Gressoney, Aosta). Si tratta di una passeggiata facile (2 ore a salire, frequenti le tappe; un’ora e mezza a scendere), per protestare contro il progetto di «urbanizzazione» dell’omonimo vallone, una zona importantissima per le ricchezze naturali, ma anche per il suo valore storico e culturale: quassù vivevano, un tempo, quelle popolazioni Walser, di origine germanica, che in epoche antiche si sono stabilite in Valle d’Aosta, portando la propria cultura e la propria lingua, il töitschu, ancora oggi vivo in varie località.

Un progetto del comune di Issime, attualmente in corso di valutazione d’impatto ambientale, prevede una serie di lavori volti a ridefinire la «viabilità rurale» (una strada poderale), il «riassetto idrogeologico» (acquedotto e sistemi d’irrigazione), la «produzione e distribuzione di energia elettrica» del vallone, per un costo previsto pari a 10.796.013 euro. Quasi 11 milioni di euro, insomma, per servire i 5 alpeggi presenti nel vallone (3 dei quali in affitto), modificando così per sempre le caratteristiche di un luogo ricco di storia e bellezza.
Si tratta, si converrà, della solita solfa: utilizzare il denaro pubblico per opere vantaggiose per pochi (chi utilizza i 5 alpeggi), in base a un concetto di sviluppo che vuole portare le strade e i lampioni in cima alle montagne, nella convinzione che non esistano altri strumenti per valorizzare un luogo dal punto di vista economico.
Gli Amici dei Valloni (oltre a San Grato, quelli di Comboé e dell’Alleigne) e le sedi regionali di WWF e Legambiente si oppongono a questo progetto e propongono di coniugare le esigenze degli allevatori e quelle della comunità, in base al principio per cui la natura e la storia di un luogo sono ricchezze che vanno consegnate il più possibile intatte alle generazioni future. Per far questo, il comitato contro la poderale propone di aiutare gli allevatori nella gestione dei loro alpeggi attraverso l’introduzione di una monorotaia, come già avvenuto in altre località della Valle d’Aosta. A differenza che nel caso della strada, si allestirebbe una struttura poco o per nulla impattante, meno costosa, facile da smontare in caso di bisogno. Si otterrebbe così, nel giro di un anno o due, uno strumento rispettoso delle ricchezze paesaggistiche, storiche, culturali del vallone di San Grato (per la strada sono previsti 7 anni di lavoro).

Pubblico qui sotto la mia cronaca della scorsa edizione della marcia nel vallone di San Grato (tenutasi nel settembre del 2008). Il testo, tuttavia, non restituisce neanche lontanamente la bellezza dell’originale.

Il sentiero sale. Non troppo ripido, ma deciso.

Una volta qui c’erano i campi di segale, ora la vegetazione è quella consueta del bosco. Da Tschuckini a Benecoadi, con le sue abitazioni tipiche, gli stoadla, poi su, oltre il gradino glaciale, fino alla chiesetta di San Grato. Da qui si può ammirare il panorama. Ci fermiamo ad ascoltare Michele, che ci ricorda di quando la Valle dei Walser era abitata tutto l’anno, fino ai primi dell’Ottocento, poi fino a Natale. Oggi, durante la bella stagione, sopravvivono 5 alpeggi. Si vedono, in lontananza, gli stoadla di Bühl, salendo un poco c’è Ruassi. Antichi nomi töitschu, la parlata germanica di Issime. A Ruassi ci fermiamo davanti a un grande stoadal alla base del quale c’è una pozza d’acqua, dove un tempo veniva fatta macerare la canapa coltivata nei prati qui attorno. Del resto, ci troviamo a un passo dal Canavese, che a questa coltivazione deve il nome.

Fino a San Grato, oltre al sentiero, c’è la strada poderale. Il progetto del comune di Issime, per protestare contro il quale ci troviamo quassù, prevede di prolungare la strada fino in cima al vallone. In origine era previsto un percorso ad anello, ridotto poi a tre tornanti da realizzare in una zona geologicamente instabile ed esposta a valanghe. Ma s’era parlato di un’ipotesi più ambiziosa, che avrebbe stravolto completamente il vallone, attraverso opere di “urbanizzazione” quali l’elettrificazione, per illuminare le baite, e l’acquedotto, per rifornirle e per l’irrigazione artificiale dei pascoli [a un anno di distanza posso dire che si parla nuovamente di opere idriche ed elettrificazione]. Siamo una sessantina di persone; Michele ci racconta queste cose con precisione e passione: è triste pensare di voler sacrificare l’incanto di questi luoghi al solito modello di sviluppo, famelico di pubblici appalti. Per salvare il vallone si sta battendo, come avviene anche altrove, un comitato di cittadini, che vedono per la loro terra un futuro diverso, che sappia coniugare tradizione e turismo intelligente, benessere e rispetto dell’ambiente, della storia e delle tradizioni di una valle. Del resto, le esigenze logistiche ed economiche degli allevatori che nel vallone conservano gli alpeggi potrebbero essere garantite in altro modo, ad esempio attraverso una monorotaia, leggera e poco impattante, che non richiede lavori di scavo e, un domani, potrebbe essere smontata lasciando il paesaggio inalterato. Dire monorotaia sembra parlare di fantascienza, eppure in altre vallate c’è e funziona.

Dopo San Grato, Bühl e Ruassi saliamo a Toeifi e all’alpe di Gradunérp, incontrando prima pascoli, poi bosco. Il mio pensiero corre alle illustrazioni dei libri di quand’ero piccolo, a scuola, quelle che corredavano le letture. Ecco Stubbi, ecco Kekkeretschjatz (in töitschu «prato d’alpeggio»). Per me sono nomi esotici, non per la gente del posto, che alterna italiano e dialetto. Una bambina comincia a fare la lagna ed è chiamata «tschvalts», piagnucolona. Si sale alla zona della Mongiovetta, con muri d’epoca medievale ancora lì, a separare le proprietà terriere. È qui che i sostenitori del progetto di “urbanizzazione” vorrebbero prendere l’acqua. E da qui parte l’ultima salita, la più ripida, verso Mühni, dove sorge la cappella della Madonna delle Nevi. Dove dovrebbe arrivare la strada, con uno slargo adibito a parcheggio.

Chissà se pensano anche di far pagare la sosta.

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