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Una road map di letture per la pace

ImmagineParafrasando un recente post di Paola Caridi, non sono esente dalla malattia del voler affermare la mia verità sul conflitto israelo-palestinese: prendo spunto dalla notizia dell’autorizzazione concessa da Netanyahu a favore dei coloni israeliani per circa 500 nuovi insediamenti abitativi in Cisgiordania, nonostante le riserve espresse sia dagli USA che dall’Europa.

Credo che chiunque sia onestamente intenzionato al raggiungimento della pace in Palestina dovrebbe considerare come principale ostacolo a questo traguardo l’ininterrotto processo di occupazione dei Territori palestinesi da parte dei coloni israeliani. Non è che consideri trascurabili le responsabilità palestinesi: nella definizione della road map, venivano loro richiesti l’abbandono della violenza terroristica e l’avvio di riforme in senso democratico. (Al proposito segnalo un paio di articoli di Foreign Affairs che analizzano i progressi, ma anche le difficoltà, di Hamas nel farsi partito capace di governare con sempre maggiore efficienza, oltre che con maggiore senso democratico e meno condizionamenti ideologici. Per quanto mi riguarda, devo ancora affrontare la necessaria lettura di “Hamas”, di Paola Caridi.)

Rimango tuttavia convinto che il problema centrale sia l’ininterrotto insediamento degli avamposti israeliani (tutti illegali secondo il diritto internazionale) per due motivi di ordine “pratico” (volendo tralasciare due aspetti “etici” come il diritto al ritorno per i palestinesi, sancito dall’ONU, e la loro catastrofica situazione umanitaria):

-  È Israele che detiene le chiavi economiche e amministrative della regione, e possiede quindi una maggiore capacità di contribuire alla risoluzione del conflitto. Mi pare che si possa considerare un riflesso di questa asimmetria la dinamica dell’ultima invasione israeliana a Gaza (‘Piombo fuso’) insieme alla successiva assoluta incapacità di Hamas di modificare lo stato tuttora soffocante dell’assedio.

– L’ininterrotta colonizzazione è l’ostacolo che ha assunto la maggiore valenza “strutturale”, ovvero è il meno reversibile: la lacerazione della Cisgiordania, divenuta una matassa ingarbugliata di brandelli palestinesi sempre più piccoli sotto il totale controllo logistico di Israele rende il sogno dello Stato palestinese autonomo sempre più un’utopia. (Limes scriveva nel 2007 di “Palestina impossibile”).

 Con lo scenario regionale ancora in fase di stallo, i coloni avanzano e il territorio della Cisgiordania diventa un labirinto via via più inestricabile. Volendo avventurarmi in una rassegna di problematiche relativamente allo scenario esterno, penso almeno a 1) gli esiti ancora del tutto incerti del lavorio diplomatico innescato dall’amministrazione Obama nei confronti dei canali sciiti che portano attraverso il Libano e la Siria fino all’Iran; 2) la contesa tra Israele e Siria sulle alture del Golan ancora ben lontana dal suo scioglimento; 3) la persistente tensione tra gli sciiti di Hezbollah e Hamas e Israele, anche per gli strascichi dell’ultimo guerra in Libano (penso a Gilad Shalit); 4) dato tutto questo, il perdurare del conflitto interno ai palestinesi, in primis tra Hamas e Fatah, ma anche per l’emergere delle nuove forze islamiste (es. salafisti)  sulle debolezze di Hamas.

Tutto questo mentre in un’Israele dominata dall’ossessione per la sicurezza e per il programma nucleare iraniano, qualunque governo salga in carica deve pagare un dazio sempre più elevato alle destre ultraortodosse o nazionaliste, e l’occupazione risulta inarrestabile.

Ho iniziato da poco la lettura di “Ostacoli alla pace” (di Jeff Halper, che a breve visiterà l’Italia), piccolo volume poco conosciuto in Italia con l’eccezione di qualche attivista: è invece una meritoria pubblicazione (e traduzione) della cooperativa Una Città: il libro, redatto dal Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Ichad), è un’indagine sul campo dell’Occupazione, vista come principale ostacolo alla pace.

La tesi che il libro si propone di dimostrare è che dietro l’Occupazione vi sia una precisa volontà politica, supportata da precise basi ideologiche e una logica militare: “Dove sta andando Israele? Verso un sincero tentativo di risolvere un conflitto secolare con i palestinesi o, eventualità più agghiacciante, verso una loro condizione di ‘immagazzinamento’ permanente?” Il tema è dunque quello del bantustan palestinese, i Territori visti come un insieme di micro-enclave divise tra loro e tutte sotto il dominio israeliano. Jeff Halper identifica tutto questo con il concetto della Matrice di controllo:

La Matrice del Controllo: rendere invisibile l’Occupazione (mia trad. da www.ichad.org)

Una Matrice di Controllo è un sistema di controllo progettato

1.    per permettere a Israele di controllare ogni aspetto della vita palestinese nei Territori Occupati, pur consentendo

2.    di mantenere un basso profilo militare allo scopo di dare l’impressione all’esterno che ciò che i palestinesi definiscono “occupazione” sia semplicemente ordinaria amministrazione, e che Israele ha il “dovere” di difendersi e mantenere lo status quo, in realtà

3.    creando sufficiente spazio per un mini-stato palestinese dipendente che libererà Israele dalla popolazione palestinese, nel contempo

4.    deviando, attraverso l’uso di un’immagine “amministrativa" e meccanismi burocratici, l’opposizione internazionale e mantenendo così indefinitamente il controllo e, in definitiva,

5.    forzare i palestinesi alla disperazione sulla possibilità di poter mai ottenere il perseguimento di uno stato realmente sovrano e accettare qualunque soluzione proposta da Israele. ("Il tempo è dalla nostra parte" è, come ha spesso affermato Sharon, un caposaldo della politica israeliana.)

Il libro affronta l’indagine con grande ricchezza di documentazione, dati e mappe: in effetti, una mappa come quella riportata può aiutare a capire molto più di tante parole.

the-matrix-of-control

Per concludere, mi piace molto una citazione riportata nella prefazione al libro, con riferimento alla striscia di Gaza:

Quando 2,5 milioni di persone vivranno come reclusi a Gaza assisteremo a una catastrofe umanitaria. Con l’aiuto della follia dell’Islam fondamentalista, infatti questa gente cadrà preda di istinti animali. La pressione ai confini sarà terribile. Ci sarà una guerra tremenda. Così, se vogliamo restare in vita, dovremo uccidere, uccidere e ancora uccidere. Ogni giorno, tutti i giorni. Se non uccidiamo, cesseremo di esistere. L’unica cosa che mi preoccupa è come assicurarci che i ragazzi e gli uomini che dovranno occuparsi delle uccisioni riescano a tornare a casa dalle proprie famiglie rimanendo esseri umani normali

Arnon Sofer, professore di Geografia all’Università di Haifa, padre del “piano separatista” di Sharon, citato in “Up Front”, supplemento domenicale del The Jerusalem Post del 21 maggio 2004, p.9.

Le coordinate galattiche

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