Tuesday 07 February 2012, 06:40

Gli articoli con tag: " Youtube "

Evo Morales, i polli transgenici, l’omosessualità e i sicari della disinformazione

Il presidente boliviano Evo Morales, il “narcoindio fuori di testa”, per dirla alla Oscar Giannino, l’avrebbe fatta grossa. Nel suo ruralismo fondamentalista avrebbe affermato, in sede della “Conferenza Mondiale dei popoli sul cambiamento climatico” tenutasi a Cochabamba, che l’omosessualità e la calvizie dipendono dai polli transgenici.

Apriti cielo, destra e sinistra si sono unite nella lotta contro il troglodita boliviano. Le associazioni gay d’un lampo dimenticano il cardinal Bertone per scagliarsi contro il presidente boliviano. Ma sarà andata proprio come la raccontano? Cronaca dell’ultimo caso di diffamazione a mezzo stampa di un leader del sud del mondo calunniato sistematicamente dai media del nord.

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Evo Morales, il video verità su quello che ha detto su ormoni e omosessualità

Immagine anteprima YouTube

Dove parla di omosessualità Evo Morales?

Caso Vividown: Google condannata. La parola alla difesa

Come è noto, all’inizio di questa settimana sono state depositate le motivazioni della sentenza che alla fine di febbraio scorso aveva suscitato, non solo in Italia, numerose polemiche e commenti, per lo più sfavorevoli.

Elda Brogi per Teutas

Si tratta del caso che ha visto quattro dirigenti di Google chiamati a rispondere di fronte al tribunale penale di Milano per violazione della privacy e concorso omissivo nel reato di diffamazione.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Bonjour Francia Svuotata di voti

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Ho suonato per dei fascisti e chiedo scusa a tutti

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Un episodio marginale, ce ne sono ben di più importanti nella cronaca nazionale. Mi è arrivata una segnalazione di un “episodio gravissimo”… Solite voci…Fatevi quattro salti nella cronaca e sul pentagramma. Canta Andrea Buffa e non una  Ninna nanna delle bugie. Il resto tale e quale, compreso il titolo, come mi è arrivato.  Ci si risente  fra un po’ di giorni, starò via i giorni di due mani, prima di ben altri eventi…Un saluto caro a tutte e a tutti, i vari musicisti, comprese le band improvvisate o meno, per passione, con il vizio del pensare…

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Il Decreto e La Piazza Viola – Domenica 7 marzo 2010

La piazza, o meglio la parte centrale di Piazza Navona, è ben riempita alle 15:20 quando, attraversando i vicoli del centro storico pullulanti di turisti ed autoctoni a passeggio, giungo in uno dei luoghi ultimamente più frequentati dall’Italia manifestante. Siamo a poche centinaia di metri dai palazzi del potere: da Piazza Colonna, sede di quel governo sempre più autoritario ed arbitrario, da Montecitorio e da Palazzo Madama, illustri e sbiadite insegne che oggi sembrano quantomai un relitto del passato a fronte delle scintillanti vetrine, mediatiche e non, di Palazzo Chigi.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Borsa Greca Seri Draghi Stesse Facce Stesse Razze

Siamo seri. In religioso silenzio ascoltiamo, innalzando i nostri cuori al Signore: ” Sono misure molto serie», ha detto Draghi a margine di un convegno all’Università di Roma III, facendo riferimento ai tagli fiscali varati dal governo di Atene.

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“C’era una volta”… Le storie ora ce le raccontano i brand

Storytelling oriented: è la caratteristica che contraddistingue sempre di più la comunicazione dei brand, che puntano sulla potenza del racconto per accrescere  l’efficacia del messaggio, puntando sulla componente empatica.

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Un posto al sole e uno nell’aldilà

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L’ennesima puntata di Un posto al sole su Rai 3 , venerdì 26 febbraio 2010, si è chiusa con un’ attrice, che interpreta una malata,  fatta credere tale dall’ex marito amante.Giace  su un letto di un ospedale psichiatrico: vicino a lei 2 sanitari, donna e  uomo, che  hanno somministrato l’ennesima  iniezione sedativa. Lei, la malata,  non ha alcun “arto” legato. La voce sfuma, TSO, in Trattamento Sanitario Obbligatorio. Dalla finzione alla realtà, è già qualcosa che lo si nomini e come lo si ottiene, questo Trattamento…Allora si deve dedurre che è una pratica diffusa? E i “sanitari” non quelli che si usano per le evacuazioni…tornano al loro posto, a Trattare gli esseri umani. In una puntata precedente, 4 agosto 2009, Francesco Mastrogiovanni era morto, durante un trattamento: legati tutti gli “arti”,  per 80 ore.

“Il Riesame annulla la sospensione dei 14 sanitari, ma il reparto era “inidoneo all’assistenza di esseri umani”. Così l’articolo del Giornale del Cilento, che copio tale e quale alla fine, non prima di una canzone poesia, datata 1976, la morte della mosca di Claudio Lolli. Segnalata da un’amica recente, Maria Emanuela  Massari, che ha scritto proprio ieri  quasi un vorrei farti vedere la mia vita e resa,  cronaca vera. Abbiamo la fantasia  di scriverla la realtà. Scusate se quindi il “pezzo” diventa lungo, sono solo canzonette e piatti sporchi.La telecamera ha registrato tutto:  alla prossima puntata.

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Bruno Carletti, aumentata la pena in appello

ansa_8460990_51530 index Bruno Carletti, l’ex direttore artistico del Teatro Lauro Rossi di Macerata, che il 4 luglio 2006 aveva picchiato e tentato di strangolare l’ex moglie Francesca Baleani, per poi abbandonarla per morta in un cassonetto dei rifiuti dal quale si era solo casualmente salvata dopo settimane di coma, è stato condannato oggi in appello a nove e quattro mesi, pena aumentata rispetto alla scandalosa sentenza di primo grado.

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Su il sipario Donne Amore e Anarchia

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“Mi bruceranno al rogo? Buongiorno!” Donne martiri? Donne sante? Ci guardi e ci protegga Giordano Bruno che le donne le aveva amate, come la vita e la giustizia e la verità, finendo arso vivo il 17 febbraio del 1600.

Ci sono donne che si sono  conosciute il 13 febbraio 2010, a Roma per dire No al potere del Vaticano, al potere di Stato, che hanno viaggiato per riconoscersi per abbracciare compagni e compagne di viaggio, che non avevano “sentito”  se non con quel collegamento in Rete, su una linea telefonica, la vita. Toccarsi toccare con mano è diverso, è altro. In ordine sparso alcune note, alcuni frammenti di ieri, di pensieri…

Magie di Jiulia e ANARCHIA NO VAT ROMA 13-02-2010

“la lotta e il risultato lo ottieni con la coerenza in quello in cui credi , e io credo che solo l’AMORE SIA L’UNICA VIA PER AFFERMARE COSA VUOL DIRE PENSARE ANARCHICO ! , altrimenti è solo gioco,l’intelligenza di coniugare parole e azioni si trova anche ad usare parole che sembrano scontate”

“sensazioni….lo scoprirmi a cercarti, nella mia mente affolata di cose…nello scompiglio delle mie idee, delle mie voglie o esigenze….nel caotico caos che è la mia “VitA”….nel “Buongiorno” mattutino….sensazioni…che attendono di scaldarmi l’anima in questo attimi, che mi stanno fuggendo dalle mani…”

“la favella per argomenti da commari.. Una finta rassegnazione in cui il perno è “chi me lo fa fare? penso a me e al massimo al mio piccolo mondo familiare” che ha aiutato da 2 mila anni, le invasioni di altri paesi, le manipolazioni vaticane, la mafia etc.. L’individualismo è la piaga: gli italiani governerebbero il mondo, se fossero senza vaticano e con un minimo senso della collettività.. E’ forse il popolo più autodistruttivo che io conosca…”

“Citando l’indovino Tiresia sulle rovine di Tebe, corrotta e malgovernata: ”L’offesa alla verita’ e’ all’origine della catastrofe”. (Tiresia era cieco, ma vedeva tutto. I tebani avevano ottima vista, ma non vedevano piu’ nulla)”

“Fino a che punto sia “morale” o etico, colpire? e fino a che punto siamo liberi? fino a che punto è giusto provocare ed insistere? e fino a che punto abbiamo il dovere d’informare con gran cassa?L’indifferenza non si sgretola con urla.. anzi credo che si rinforzi.. e finisce solo che chi è sensibile ha ripetuti shocks. Agli indifferenti va sottratta la loro sicurezza (soldi o tradizioni o costrutti) allora improvvisamente iniziano a “scaldarsi”..Questa è una opinione soggettiva e relativissima.. ma pur sempre la mia..”
“Io non mi faccio rappresentare da nessuno oggi, tantomeno da una opposizione che non esiste o che, peggio, tiene il gioco di chi sta al potere…”

per resistere mi ripeto che passerà questa rassegnazione che induce i nostri conterranei a guardare, a testa bassa, quanto accade. montagne che vengono giù, bombe che esplodono in centro città, corruzione tollerata come prassi necessaria, morti ingiuste e violente considerate anch’esse come il piccolo prezzo da pagare sulla pelle altrui però … passerà quando il fango sarà arrivato ad un livello tale che non lo si potrà più ignorare…


“so benissimo dove e con chi viviamo.Se io sono violentata,non vado a violentare il mio carnefice,nè a dargli mazzolini di fiori e mai gli darò l’appiglio…mai…per dire che siamo violenti che amiamo il caos!! Loro violentano loro ci abusano, noi abbiamo un gran dono che loro e tanti non capiscono…siamo obbiettivi coerenti e determinati, ma non con la loro stessa arma, si ritorce e basta. Poi non posso e non voglio essere io quella che ha l’idea di come si fa, ma mi batto senza maschere e sopratutto ero a Roma, cosa che non avete idea di come mi è stata difficile...”

“Che mortificazione chiedere al potere di riformare il potere…”. Questo confessa frate Giordano Bruno, che aveva avuto tempo di riflettere, al Tribunale della Chiesa.Questo scrivevo un anno fa nelle Generose Offerte del Potere e i nuovi roghi…

Magie di Monica e cosa è per lei Partecipazione…Quanto abbiamo scritto oggi, Lu, Tiziana,Mary,Clary, Julia,Monica,Lia…  è come sempre una pagina  in copyleft:  ci paga l’amore e l’anarchia, che non si compra e non si vende. E lo facciamo con Gioia: No woman No cry

Senza indossare mai maschere, neanche per Carnevale, neanche per le Ceneri. A testa alta.

Doriana Goracci

p.s. Monica una delle autrici dei 2 video invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica…di Giorgio Gaber

http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ

Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

Grazie dei Fiori e delle Notizie

http://mistka.files.wordpress.com/2008/12/babbenatale.png

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La “fine del giornalismo”?

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapu?ci?ski12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapu?ci?ski o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.