Thursday 09 February 2012, 05:22

Gli articoli con tag: " Vicente Fox "

(REPORTAGE) – Ciudad Juárez: Viaje al fin del neoliberalismo

Juarez3El sueño de la industrialización neoliberal se transformó en pesadilla. Ciudad Juárez, la de las maquiladoras y los feminicidios, frontera entre el norte y el sur del mundo, es hoy la ciudad más violenta del planeta. En los últimos dos años la guerra entre narcos, en la que está involucrado el ejército, ya causó 4.600 muertos y 100 mil refugiados.

Por Gennaro Carotenuto y Chiara Calzolaio desde Ciudad Juárez para Brecha

LLEGANDO A CIUDAD JUÁREZ desde el sur, la última hora de avión muestra con creciente angustia uno de los desiertos más áridos del mundo. No era así antes, cuentan los pocos lugareños autóctonos. Juárez tenía 30 mil habitantes en 1930, 300 mil en 1970, 1,5 millones en 2000, y perdió varias batallas por el control del agua del Río Bravo con El Paso, que desde 1848 pertenece a Texas.

… Leggi tutto

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (ultima parte)

Juarez5 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

… Leggi tutto

Messico giudicato colpevole di feminicidios e desapariciones

… Leggi tutto

Messico violento o Messico lindo y querido? Alcune verità su violenza e narcotraffico

ST835439

La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto

I veri motivi del recente viaggio di Álvaro Uribe in Messico, la destra latinoamericana e gli accordi con il Yunque

La recente  visita in Messico del presidente colombiano Álvaro Uribe è stata “altro” da quello che hanno raccontato in questi giorni i quotidiani  messicani e latinoamericani.

Formalmente  Uribe sembrerebbe essersi recato in Messico per chiedere al suo omologo Felipe Calderón un aiuto per sollecitare agli Stati Uniti lo sblocco del  TLC la cui firma è congelata ormai da mesi.

“Tutto quello che potrà dire Calderón alle orecchie delle autorità, dei mezzi di comunicazione e del popolo nordamericano, potrà essere di grande aiuto per la Colombia. Ho chiesto questo aiuto al presidente Calderón” ha spiegato Álvaro Uribe lunedì 10 novembre, nel corso della sua terza e ultima giornata di visita in Messico.

… Leggi tutto

Jaime Avilés, con il neoliberismo oggi è tornato il Messico coloniale

A Felipe Calderón è sfuggito il paese di mano. Ci sono 16 milioni di disoccupati, l’inflazione è la più alta degli ultimi 12 anni e le bande dei narcos oggi controllano importanti città e intere regioni, da Chihuahua allo Yucatán, lasciando una scia di cadaveri, stragi alla luce del giorno, attacchi a installazioni militari, corpi decapitati, sequestri e vendita di protezione a innumerevoli negozi, da innocenti taquerías a rumorosi antri di table dance. … Leggi tutto

Terrorismo mediatico e quarto potere in America Latina

Foto Luigino Bracci

A Caracas, nell’ultima settimana di marzo, si sono svolti contemporaneamente due incontri di significato diametralmente opposto e che hanno avuto come tema centrale la libertà di stampa e l’influenza che i media hanno nella vita sociale e politica dell’America Latina. … Leggi tutto

Una derecha intelectualmente agotada

Atilio Borón

Rebelión

El aquelarre que tuvo lugar días pasados en Rosario, y del cual Rebelión diera cuenta a través de un artículo de Miguel Bonasso, congregó a las figuras estelares del pensamiento y la praxis de la derecha de las Américas. En realidad, fue una escala más de esta especie de circo itinerante de la época de las cavernas que circula por diversos países de América Latina pregonando el evangelio neoliberal del imperio y que tuvo su bautismo de fuego en Madrid, el 4 de Julio del 2007, en el denominado “IV Foro Atlántico: Un Encuentro por la Democracia y la Libertad en Europa y América.” Los mismos personajes, los mismos auspiciantes, la misma retórica, la misma chatura trajinan por toda la región. Conforman su elenco intelectual el inefable Mario Vargas Llosa y su hijo Álvaro, Jorge Castañeda, Carlos Montaner, Plinio Apuleyo Mendoza, Enrique Krauze, Marcos Aguinis, Jorge Edwards, Arturo Fontaine y una plétora de “bienpensantes menores”, como diría el siempre lúcido Alfonso Sastre. En cuanto a la política el listado comienza por José M. Aznar y llega hasta Vicente Fox, pasando por Jorge “Tuto” Quiroga, expresidente de Bolivia, Francisco Flores, ex de El Salvador, Osvaldo Hurtado, de Ecuador y Luis A. Lacalle del Uruguay, todos ellos merecedores de más que gratos recuerdos en sus respectivos países por su patriótica contribución al bienestar general de la población, sobre todo de los más humildes. De los Estados Unidos vino Roger Noriega, siniestro personaje ligado a la mafia cubano-americana y durante un tiempo el “hombre fuerte” encargado de los asuntos hemisféricos del imperio bajo la presidencia de George W. Bush. … Leggi tutto

America Latina: riecco la destra di Miguel Bonasso (Buenos Aires) da “il manifesto” del 25 Marzo

L’ultra-destra liberal-liberista di Stati uniti, Europa e America latina si ritroverà domani a Rosario per un mega-evento che sarà presieduto dallo scrittore Mario Vargas Llosa e prevede gli interventi di due dei politici a lui vicini: l’ex-premier spagnolo José Maria Aznar e il governatore di Buenos Aires Mauricio Macri. … Leggi tutto

Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

Vicente Fox e Mario Vargas Llosa

L’ex presidente messicano Vicente Fox, scelto all’epoca perché già gerente della Coca-Cola in quel paese, ha dato un’importante conferenza a Los Angeles sul tema del "consolidamento delle nostre democrazie".

Durante il suo discorso, dedicato a difendere il suo operato ed a criticare i governi di sinistra dell’America Latina, ha pronunciato la storica frase: "come ha detto il Premio Nobel colombiano per la letteratura, Mario Vargas Llosa, l’America Latina deve evitare la dittatura perfetta".

Si spera che qualcuno poi abbia spiegato a Fox che … Leggi tutto

Oaxaca, le ore più difficili per la APPO

Anticipo in italiano il reportage da Oaxaca che uscirà su Brecha di Montevideo, e che, nella versione italiana è uscito oggi per Lettera22

Le cose sono cambiate a Oaxaca. Di fronte alla dura repressione del governo statale e del governo federale, il movimento di Oaxaca si è ritrovato in un angolo. Ci sono centinaia di incarcerati, alcune migliaia di persone sono nascoste dalle comunità indigene, al limite della clandestinità. Molti sono stati vinti dalla paura. Eppure domenica circa 15.000 persone sono tornate in piazza per esigere la liberazione dei prigionieri politici e le dimissioni del governatore.

OAXACA – Tornare a Oaxaca, dopo due settimane, è traumatico. Il 25 novembre, il giorno degli scontri più duri con la Polizia Federale Preventiva messicana (PFP), ha fatto da spartiacque per il movimento sociale e popolare di questo stato del sud del Messico. Se la storia terminasse oggi, sarebbe la storia di una sconfitta. Oggi l’ordine ?ed una calma apparente- regna su Oaxaca. Già dal cammino che … Leggi tutto

Messico: il Ministro della tortura

Oggi, o al massimo domani, Francisco Ramírez Acuña sarà nominato Ministro dell’Interno in Messico. Sul suo capo pendono 640 denunce per tortura e un odio viscerale per i giovani. Quindi per Felipe Calderón, che s’insedierà il primo dicembre, è l’uomo giusto al posto giusto.

GUADALAJARA – Mentre a Oaxaca si galoppa verso il punto di non ritorno, tre giorni fa, lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, ha raccontato a chi scrive un episodio dell’ultima campagna elettorale messicana, che sembra preso di peso dalla storia del 18 aprile 1948 in Italia. Nello stato di Jalisco, governato da 12 anni dal PAN, in 450 parrocchie, si sono trovate almeno due persone che hanno sottoscritto denunce contro i parroci che hanno fatto apertamente campagna elettorale contro Andrés Manuel López Obrador: “in tutte le denunce -dice Taibo II- i parroci hanno affermato che AMLO sarebbe andato a levare le scarpe ai bambini dei parrocchiani”.

Al di sopra dei parroci c’erano di concerto la curia di Guadalajara -la regione più conservatrice del paese- e il governatore dello Stato Jalisco, del quale Guadalajara è capitale, Francisco Ramírez Acuña (nella foto con Vicente Fox).

È quello stesso Ramírez Acuña che il 28 maggio 2004 lanciò Felipe Calderón come precandidato alla Presidenza e che oggi, con la nomina a Ministro dell’Interno, passa all’incasso di quell’assegno in bianco. In quelle stesse ore, il dettaglio é particolarmente sinistro, un centinaio di ragazze e ragazzi venivano torturati nella Bolzaneto di Guadalajara.

Furono giorni eccitanti per Ramírez Acuña. A Guadalajara -la stupenda capitale della Tequila- si teneva il vertice euroamericano. Tra gli altri andarono Romano Prodi … Leggi tutto

LA STAMPA – Oaxaca, 5 mesi di rivolta

Reportage pubblicato dal quotidiano La Stampa di Torino del 23 novembre 2006

Reportage – Oaxaca, 5 mesi di rivolta – Messico in fiamme – Alla scoperta del nuovo Chiapas
Gennaro Carotenuto – OAXACA (MESSICO)

Lunedì cinquantotto feriti, alcuni gravi, in scontri con la Polizia Federale Preventiva (PFP). Martedì trenta uomini armati hanno fatto irruzione nell’atrio della chiesa di Santo Domingo de Guzmán. Hanno incendiato e distrutto l’accampamento principale della APPO, l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, che da maggio esige le dimissioni del governatore dello Stato, Ulisses Ruiz, leader del Partito Rivoluzionario Istituzionale, il PRI, che ha governato il Messico per settant’anni. Nell’accampamento dormivano solo quindici persone e non ci sono stati feriti ma, secondo César Mateos, uno dei portavoce della APPO, gli assalitori erano elementi in abiti civili della polizia locale, che fa capo a Ruiz e che è considerata da molteplici osservatori indipendenti come responsabile di almeno quattordici dei diciassette morti ad Oaxaca dall’inizio del conflitto, cinque mesi fa. Ne è convinta Sara Méndez Morales, responsabile della Rete oaxaqueña per i diritti umani: «Dei 17 morti registrati finora, 16 sono … Leggi tutto

Due governi immaginari per il Messico

In dieci giorni la polveriera messicana vedrà l’insediamento di due governi, uno di centrosinistra che si proclama ?legittimo? e l’altro di destra, che è reale. Basta una scintilla.

CITTA’ DEL MESSICO Lunedí 20, festa della Rivoluzione, Andrés Manuel López Obrador, candidato del centrosinistra alle elezioni del 2 luglio, giurerà come presidente “legittimo” del Messico nella piazza principale della capitale, lo Zócalo. Undici giorni dopo, Felipe Calderón, candidato della destra, proverà ad installarsi come presidente eletto e successore del suo collega di partito Vicente Fox.
Proverà, Calderón, perché López Obrador giura che il passaggio di poteri verrá impedito con tutti i mezzi. Secondo il PAN, il partito di Calderón, che da settimane -per evitare le proteste- entra dalla porta posteriore in ogni evento al quale prende parte, arriverà al palazzo di San Lázaro, la sede del Parlamento, protetto dalla PFP, la Celere messicana, e forse addirittura in elicottero.

Apparentemente è il quadro di una situazione esplosiva alla vigilia di una rottura istituzionale senza precedenti nel paese. López Obrador, che ha denunciato brogli nelle elezioni dello scorso 2 luglio, che gli hanno impedito la vittoria per appena 250.000 voti, da due mesi non convoca piú alcuna manifestazione pubblica. Dal due luglio al 14 settembre le proteste … Leggi tutto