Friday 25 May 2012, 06:59

Gli articoli con tag: " Sudan "

L’esilio del Sale

Il sangue è ribollito ancora una volta il 19 settembre 2008 e  l’arcivescovo Sepe può concludere la cerimonia con il noto “A Maronna v’accumpagni”, fuori dal  Duomo di Napoli, per benedire la città e la regione, magari il Paese tutto. Ha ammonito la camorra e i sicari, “serpenti velenosi”, che  hanno ucciso sette persone, sei nigeriani e ferito un’altra. … Leggi tutto

Riflessione sulle Olimpiadi

Le Olimpiadi sono una spettacolo meraviglioso. L’essenza dello sport. Uomini che si sfidano per vincere, per superarsi. Hai 10 secondi, 30, due minuti per sperare che gli sforzi di una vita siano ripagati. … Leggi tutto

20 giugno – Giornata Mondiale del Rifugiato: ancora in attesa di una legge organica sull’asilo

Mentre alla Camera si discutono restrizioni alla tutela effettiva del diritto di asilo l’ONU lancia l’allarme: mai tanti rifugiati sul pianeta!

Tra le notizie di viaggi disperati, di morti al largo delle coste della Libia, di sbarchi di migranti-invasori che arrivano sulle coste italiane in forte disidratazione, crisi ipotermiche e ipoglicemiche, di donne che affrontano un terribile viaggio attraverso il Mediterraneo in gravidanza, per poter almeno sognare un fututo migliore per i propri figli, di continui respingimenti nel porto di Ancora, di scioperi della fame di afghani che reclamano il diritto di asilo, si celebra anche quest’anno la Giornata Mondiale del Rifugiato.

Tra questi migranti ci sono anche potenziali richiedenti asilo, come i somali dispersi a sud di Malta in seguito al naufragio del barcone su cui viaggiavano. Richiedenti asilo che si “nascondono” anche tra i minori stranieri non accompagnati, che secondo la Direttiva sui rimpatri approvata da pochi giornio a Strasburgo dovrebbero essere “trattenuti in custodia temporanea” in attesa del rimpatrio, come denuncia Terre Des Hommes, a dispetto di tutti i trattati e le convenzioni internazionali sui diritti del fanciullo.

A costo di annoiare i nostri lettori, ancora una volta dobbiamo ripetere che in Italia manca una legge organica in materia di asilo.
Due recenti decreti di recepimento di direttive europee hanno introdotto nel nostro ordinamento alcuni miglioramenti.
Si tratta del Decreto legislativo n. 251 del 19 novembre 2007, che chiarisce cosa si debba intendere per status di rifugiato e protezione internazionale, e il Decreto legislativo n.25 del 28 gennaio 2008 che modifica le procedure per il riconoscimento di queste qualifiche, migliorando un aspetto fondamentale: il diritto ad un ricorso effettivo in caso di diniego della Commissione Territoriale, deputata a riconoscere i due status. Il ricorso contro il diniego ha tempi più lunghi e soprattutto ha effetto sospensivo del provvedimento di espulsione. Su questi aspetti abbiamo fornito un approfondimento in un precedente articolo.
Queste positive modifiche sono peraltro già in discussione alla Camera in uno dei disegni di legge del cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Il disegno di legge dovrebbe intervenire proprio sull’effetto sospensivo del ricorso, su una nuova riduzione dei tempi per presentare il ricorso – che lo rendono di fatto quasi impossibile – oltre che sull’introduzione di limitazioni della libertà di circolazione del richiedente, restringendola all’interno di una limitata area geografica.

La discussione in corso alla Camera è viziata, come denunciano numerose associazioni, tra cui ASGI, dai dati forniti dal sottosegretario al Ministero dell’Interno Alfredo Mantovano che torna a lanciare l’allarme dell’uso strumentale delle domande di asilo in Italia, che coprirebbe in realtà il tentativo di regolarizzarsi in Italia. Secondo quanto dichiarato dal sottosegretario “il fatto che ogni anno su 100 domande di protezione presentate, non più di otto, nove vengono accolte sull’intero territorio nazionale, mentre le altre vengono giudicate prive di fondatezza, dimostra che non è immotivata la preoccupazione che si tenti di ricorrere allo strumento di richiesta di protezione internazionale per aggirare i limiti all’immigrazione stabiliti dalla legge italiana”.
I dati reali, come denuncia ASGI, sono molto diversi: nel 2007 su 13.509 domande esaminate (un numero complessivo così modesto che da solo ben evidenzia come non vi sia alcun fenomeno di eventuale abuso delle domande di asilo per aggirare le norme sull’immigrazione) al 10,4% è stato riconosciuto lo status di rifugiato (erano il 9,4% nel 2006) mentre al 46,7% delle domande è stato riconosciuta la necessità di una “protezione umanitaria” (erano 46,8% nel 2006) in attuazione dell’art. 5 c.6 del T.U. immigrazione che prevede il rilascio di un titolo di soggiorno ove ricorrano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali od internazionali dello Stato italiano”. Solo 36,3% delle domande sono state rigettate in prima istanza (parte di esse sono state poi accolte in sede di ricorso).
I dati sono quelli riportati dalla Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo, fonte, peraltro, governativa che stupisce non sia a conoscenza del governo.

Alla luce di un attento esame dei dati non sembra fuori luogo parlare di retoriche di invasione e di tentativo di svuotare un diritto già piuttosto carente in Italia.
Queste pericolose retoriche, peraltro, vengono agitate proprio mentre l’Alto Commissariato per i Rifugiati, che ha reso noto un primo documento statistico sui rifugiati e gli sfollati nel 2007, lancia un grido di allarme: mai così tanti rifugiati e sfollati sul pianeta.

L’ultimo rapporto dell’ONU parla di un aumento del 15% di rifugiati. Aumentano anche gli sfollati. Le persone assistite dall’agenzia per i rifugiati sono quasi 32 milioni, cifra alla quale va aggiunta quella dei Palestinesi, non seguito dall’UNHCR. Il maggior numero dei rifugiati sono afgani, seguiti da iracheni, sudanesi e somali.
Un trend confermato è quello che attesta, in Europa, Svezia, Francia e Regno Unito, i paesi che accolgono il numero più alto di richiedenti asilo, aumentati del 5% rispetto all’anno precedente.

L’Italia rimane paese poco ambito da chi aspira ad una protezione fuori dal proprio paese.

Elisabetta Ferri, Progetto Melting Pot Europa

da meltingpot.org

Un Italo da rottamare

L’Italo che potete ammirare qui, che “odia i froci” ma “ama il suo camerata” è uno dei tanti supereroi della vita quotidiana , ideati da Lorenzo “Q” Griffi e Michele Soma, al centro della campagna comunicativa del Gay Pride bolognese del 28 giugno. Soprannominati puraido [1], “trasudano cultura manga ma ritraggono persone in carne e ossa, sono figure molteplici che abbattono ogni stereotipo, portando in pubblico ciascuna il proprio nome, età, esperienza“.
Sarà, ma il camerata Italo credo proprio che vada rottamato [2], e cercherò di spiegare (dal mio punto di vista), perché. Non è semplice ovviamente, tant’è che questo post è stato in “quarantena” per giorni [3], volevo evitare un “commento a caldo”, ma neanche mi sembrava eticamente corretto cavarmela con un freddo (ma sicuramente più elegante) “no comment”. E purtroppo questi tempi bui ci costringono continuamente a sporcarci le mani.
A scanso di equivoci dico subito che non sono un’anima bella: ho sempre avuto ben chiaro che l’ innocenza degli oppressi è poco più di una favola e che essere soggetti storicamente “dominati” e “inferiorizzati” (donne, gay/lesbiche, “neri/nere”…) non garantisce un “innato” (o “naturale” e “spontaneo”) antifascismo, antirazzismo e antisessismo.
So benissimo che ci sono sempre stati gay di destra (e oggi GayLib ne è solo la faccia più presentabile), come anche gay nazisti, antisemiti, razzisti … Per non parlare di quelli “islamofobi” [4]. Per inciso penso che questo sia vero anche per le lesbiche (e infatti non capisco, se si volevano rompere gli “stereotipi”, perché Italo e non Itala …) [5].
Quindi l’esistenza e la miseria dei gay di destra mi/ci sono note. Non è questo il punto. Le questioni sono altre. E secondo me piuttosto gravi.
In molt* [6] hanno preso le distanze da lettere e inviti di note organizzazioni lgbt ad Alemanno e ad altri esponenti della destra di governo, rifiutando l’ingiunzione “
al pragmatismo, alla ricerca del dialogo, anche con rappresentanti delle istituzioni che si ispirano ad ideologie fasciste“. E’ questo un “problema” che non riguarda solo il movimento lgbt: sappiamo che il “superamento” di destra e sinistra è uno dei leitmotiv della nuova destra, da tempo abbracciato anche da esponenti di sinistra, istituzionali e non.
Ma se è vero che questo paese sta accelerando la corsa verso una compiuta forma di fascismo (e credo che sia vero[7]), abbiamo la responsabilità – tutti e tutte – di vigilare e prestare maggiore attenzione critica (e autocritica).
E in questo scenario che il “camerata Italo” è tutt’altro che “
simpatico, sereno e tranquillizante” e non capisco quale sia, nel caso di questo puraido specifico, la capacità di “veicolare dei messaggi che, in questi giorni, trovo veramente fondamentali“, come scrive qualcun*.
Per quanto mi riguarda – molto pragmaticamente -, i messaggi che veicola sono quelli che possiamo leggere di fianco alla (simpatica, beninteso) immagine:
“Essere maschio significa picchiare, soprattutto i froci, meglio se in tanti contro uno, perché l’onore virile deve essere difeso. Se poi ti accorgi che il sabato sera, a CasaPound, al concerto del tuo gruppo nazirock preferito la vista del tuo camerata a torso nudo ti eccita, ti racconti che non importa, perchè tanto tu e lui siete camerati, e poi non puoi essere frocio, perché non ti senti “sensibile”, non vesti alla moda, non ascolti Madonna”[8].
Effettivamente CasaPound è
sbarcata a Bologna il 18 maggio con l’apertura di un “centro sociale” (CasaPound Italia Bologna) in via Toscana, alla periferia sud-est della città, in uno stabile in affitto dalla Fiamma Tricolore, tra manifesti di Iannone (creatore di CasaPound a Roma) e Radio Bandiera Nera.
Dal Corriere di Bologna: “si definiscono ‘antimperialisti, anticlericali, fascisti e fieri di esserlo’. Revisionisti se – spiegano – per revisionismo si intende raccontare la verità sulle foibe [9]. ‘A Bologna siamo all’inizio, nonostante sia una città a noi ostile, siamo convinti di poter fare molto’, spiega Carlo Marconcini, ideatore del centro sociale e voce della radio insieme ad Alex Vignali, che aggiunge: ‘CasaPound nasce anche per occupare, ma per farlo ci vogliono i numeri e noi, a Bologna, forse non siamo ancora abbastanza. Ci sono i transfughi di Azione Giovani, ragazzi che frequentano Forza Nuova, gli oramai ex Fiamma come noi, ci sono le ragazze di Donne Azione e quelli del Blocco studentesco‘. In tutto, per ora, una trentina di camerati ‘duri e puri’, che rifiutano di avvicinarsi alla Destra di Storace, che definiscono ‘amici con percorsi diversi’ i militanti di Forza Nuova e che di Alleanza Nazionale sentenziano: ‘sono nulli’”.
Non so quant* hanno voglia di ritrovarseli vicini al Gay Pride. Dico così per dire, ovviamente. Perché – per intanto – i segnali di “dialogo” da parte di costoro mi sembrano veramente poco incoraggianti: alcuni manifesti con i puraido in bella mostra sono stati imbrattati con svastiche e scritte affatto dialoganti [10].
[1] Qui e qui trovate la spiegazione del termine puraido, se ho ben capito la translitterazione della parola katakana ovvero orgoglio (pride).
[2] Il concetto di “rottamazione” applicato al camerata Italo mi viene da Paola Guazzo, che ringrazio.

[3] E tra l’altro è stato scritto “a tappe” (cerco di chiuderlo oggi, venerdì 30): il solito poco – anzi pochissimo – tempo e tante altre spiacevolissime urgenze verso le quali ho cercato di convogliare le mie energie in esaurimento. L’ultima notizia è che i testimoni della morte di Hassan Nejl sono stati prontamente “rimpatriati” in Marocco con un volo dall’aeroporto di Malpensa.
[4] Ho sempre avuto delle grosse perplessità circa il termine islamofobia. Lo uso per semplicità, perché oramai è entrato nel dibattito corrente e tutt* ne capiscono il senso.
[5] Tutt’al più posso immaginare che le lesbiche, pur di destra, rifiutino il ruolo di madre, moglie, angelo del focolare con scopa e ramazza rivendicato, anche pubblicamente, da altre appartenenti al genere femminile. Se è una mia pia illusione non esitate a comunicarmelo.

[6] Ad esempio qui.

[7] Basti pensare all’omicidio di un ragazzo a calci e pugni ad opera di un gruppo di fascisti vicini a Forza Nuova fatto passare per atto di bullismo, al quasi linciaggio di alcune trans romane ad opera di una folla inferocita sotto lo sguardo compiacente della polizia, ad Almirante (antisemita, fucilatore di partigiani/e e terrorista) che diventa un “esempio da seguire”, agli attacchi con bombe molotov ai cosiddetti “campi nomadi” in diverse parti d’Italia in seguito alla falsa notizia (strombazzata dalla maggioranza dei media) dell’ennesimo rapimento di un bambino da parte di una zingara, e infine alla morte di Hassan nel Cpt di Torino (che è solo l’ultima di una lunga serie) e al “rimpatrio” degli unici testimoni …
[8] Probabilmente chi ha schizzato questo ritratto del “camerata Italo” non ha letto George L. Mosse, Sessualità e nazionalismo (1982).
[9] Peccato che la verità sulle fobie sia già stata raccontata. E bene. Vi invito a leggere l’articolo di Claudia Cernigoi, Il pozzo artificiale, pubblicato sull’ultimo numero di Zapruder (che ho segnalato
qui) e il sito La Nuova Alabarda, che trovate qui di fianco in Segnaletica.

[10] Qualcun* ovviamente potrebbe obiettarmi che non si tratta del manifesto con il camerata Italo. Content* voi …

Chávez: “Mastico pasta di coca”. Diffidiamo della menzogna mediatica!

Oh cielo! Siamo al disfacimento della cultura dell’informazione…Andiamo con ordine. Come suggerito dal post di ieri, l’11 gennaio il presidente venezuelano parla al parlamento del paese. Dice parecchie cose riguardo al rapporto con gli Usa e sulla proposta di togliere la dicitura “terroristi” per il gruppo guerrillero delle Farc. Questo è secondario. La cosa che più ha interessato le cloache mediatiche italo-americane è stato l’outing di Chávez riguardo il suo consumo di droga. … Leggi tutto

Alex Zanotelli: «Un Kenya in guerra sarebbe un pericolo per l’Africa»

Il missionario comboniano Alex Zanotelli, già direttore di Nigrizia e «icona no-global», ha vissuto 12 anni a Gorogocho, la grande periferia di Nairobi dove centinaia di migliaia di abitanti sopravvivono nella miseria e nel degrado cercando il cibo tra i rifiuti di un’immensa discarica. È estremamente preoccupato per le sorti del Kenya: «Un guerra civile in Kenya – dice – sarebbe una sciagura per tutta l’Africa Orientale. I voti delle elezioni presidenziali vanno contati nuovamente oppure debbono essere convocate nuove elezioni sotto la supervisione internazionale. Le Chiese africane possono svolgere una decisiva opera di mediazione».
Pensa che la situazione potrebbe degenerare?
«Occorre fare il possibile e l’impossibile per evitarlo. Se il Kenya precipita nello scontro etnico o nella guerra civile sarebbe davvero una tragedia, si tratta dell’unico paese che in quell’area ha finora raggiunto una relativa stabilità politica, dell’unico tassello dove non aveva trionfato la violenza. Se «salta» il Kenya va per aria tutta l’Africa Orientale dove si trovano l’Etiopia e la Somalia. E poi c’è il Sudan… se dilagherà la violenza si determinerà un danno irreparabile».
Quali sono le cause che stanno alimentando le violenze?

«La principale è la forte ed estesa ingiustizia. Quando covano miseria e frustrazione basta un cerino per dare fuoco alle polveri. Ho vissuto per dodici anni tra i diseredati di Gorogocho e so bene quali e quanti problemi ci sono. La prima violenza è quella prodotta da sistema che punta a mantenere ed estendere le baraccopoli perchè servono per reclutare manovalanza a bassissimo costo. E poi si stanno affrontando due differenti ed opposti personaggi politici che rappresentano le due principali etnie del paese. I Kikuyu sono almeno 6 milioni ed hanno avuto un ruolo importante nella conquista dell’indipendenza, mantenendo successivamente importanti posizioni nella piramide sociale. I Luo sono 3-4 milioni e non hanno mai avuto un presidente. Per questo, col tempo, è cresciuto tra loro un forte risentimento che affonda le radici anche nella povertà».
Quali interventi sono possibili da parte della comunità internazionale per tentate di evitare il peggio?

«Occorre essere consapevoli che in Kenya si sta giocando una partita importantissima destinata ad avere ripercussioni in tutta quell’area dell’Africa. L’Unione europea è in grado di svolgere un’opera importante. Anche le Chiese possono avviare una mediazione. Noi cattolici siamo in minoranza; a Nairobi ha sede il Consiglio ecumenico delle Chiese africane che certamente possiede l’autorità e le capacità negoziali per avviare una mediazione».
Con quali obiettivi?

«Esistono, a mio avviso, due possibilità: o si decide il riconteggio dei voti oppure la soluzione può essere la convocazione di nuove elezioni che dovranno avvenire sotto il controllo internazionale. Dopo quel che è successo la gente non si fida più e occorre fornire garanzie».

 

Fonte: L’Unità

Interventi “umanitari” e crisi del Darfur

Stimolato dall´intervista a Bernard Hours sulla critica dell´ideologia umanitaria e dalla conseguente richiesta di approfondimento di Gennaro, mi sono incuriosito ancor di piú sulla questione umanitaria ed in particilare sulla tragedia africana del Darfur. Per cui, dopo aver incontrato e letto gli interessanti articoli che seguono, ho deciso di tradurli dal portoghese per il pubblico di lingua italiana che non avesse avuto la possibilitá di avere informazioni dettagliate sulla questione. Gli argomenti presenti negli articoli mi paiono attualissimi, anche se la pubblicazione degli originali risale al 2006.

Darfur – Crisi umanitaria sotto la mira dell´imperialismo

Che c´é dietro alla campagna “Fermare il genocidio in Darfur” che dilaga negli USA?

Da un momento all´altro assistiamo alla diffusione di petizioni, incontri e appelli alla solidarietá per conto di organizzazioni universitarie. Il 30 aprile scorso (30/04/2006) ha avuto luogo una manifestazione in un centro commerciale di Washington, D.C., per “Salvare il Darfur”.

Ci dicono, ripetutamente, che “qualche cosa” deve essere fatta. “Forze Umanitarie” e forze nordamericane di “manutenzione della pace” devono essere immediatamente inviate per fermare la “pulizia etnica”. Truppe dell´ONU o della NATO devono essere utilizzate per porre termine al “genocidio”. Il governo nordamericano ha la “responsabilitá morale di prevenire un altro Olocausto”.

L´indignazione é promossa attraverso i mezzi di comunicazione con storie sulle violazioni in massa o foto che esibiscono rifugiati nella disperazione totale. L´accusa é che decine di migliaia di africani sono assassinati da milizie arabe, sostenute dal governo sudanese. Il Sudan, a sua volta, é etichettato come uno “Stato Terrorista”. Perfino in manifestazioni contro la guerra sono stati distribuiti manifesti con lo slogan: “Fuori dall´Irak – Per il Darfur”. Sul New York Times, annunci a tutta pagina ripetono l´appello.

Chi c´é dietro a questa campagna e quale é il tipo di azioni richieste?

Una analisi superficiale dei gruppi che appoggiano la campagna “Salvare il Darfur” ci mostra il ruolo predominante dei cristiani evangelici di estrema destra, cosí come di alcuni dei piú importanti gruppi sionisti.

In un articolo pubblicato sullo Jerusalem Post del 27/04/2006, intitolato “Ebrei nordamericani dirigono la pianificazione delle azioni a favore del Darfur”, é descritto il ruolo svolto da alcune delle principali organizzazioni sioniste per la promozione della manifestazione del 30/04/2006. Un annuncio a tutta pagina sul New York Times a favore di questa stessa manifestazione é stato sottoscritto da alcune organizzazioni ebree, come la UJA-Federation di New York e la The Jewish Council for Public Affairs.

Nonostante ció, non sono solo gruppi sionisti gli unici coinvolti in questa campagna. La manifestazione é stata patrocinata da una coalizione di 164 organizzazioni, che includono tra i gruppi religiosi, l´Associazione Nazionale Evangelica e l´Alleanza Evangelica Mondiale, che appoggiano con forza l´invasione dell´Irak decisa dalla amministrazione Bush. Un gruppo evangelico del Kansas, il Sudan Sunrise, ha dato il suo contributo organizzando una cena per 600 persone, ha affittato mezzi di trasporto, ha fornito oratori e si é impegnata corpo e anima nella colletta di fondi.

Di fatto, molto difficilmente poteva essere una manifestazione contro la guerra o a favore di maggior giustizia sociale. Poco prima della manifestazione i suoi organizzatori hanno partecipato ad una riunione con il presidente George W. Bush. In questa riunione, il presidente ha pronunciato le seguenti parole: “La vostra partecipazione é benvenuta. Vi ringrazio per il vostro impegno”.

Le stime iniziali erano di piú di 100 mila manifestanti. Nell´informare su “varie migliaia”, tra i 5 mila e 7 mila participanti, in una manifestazione con grande maggioranza di bianchi, la copertura dei media non avrebbe potuto essere piú generosa e sproporzionata, visto lo scarso numero di presenti – in grande misura centrata sulle celebritá che hanno preso la parola, come l´attore George Clooney. Democratici e Repubblicani di primo piano hanno dato la loro benedizione, incuso il senatore (candidato Democratico alla presidenza) Barack Obama, la lider delle minoranze della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Democratica, dello Stato della Califórnia), la segretaria-aggiunta per gli affari africani Jendayi Frazer ed il governatore dello stato del New Jersey, Jon Corzine, conosciuto anche per aver speso 62 milioni di dollari delle sue proprie tasche per eleggersi.I grandi mezzi di comunicazione hanno dato a questa manifestazione piú importanza di quella dei 300 mila contro la guerra, che é avvenuta il giorno precedente a New York, o alle gigantesche manifestazioni a favore dei diritti degli immigrati, avvenute in tutti gli USA nei giorni immediatamente seguenti.

L´ambasciatore degli USA all´ONU, John Bolter, cosí come il precedente e l´attuale segretario di stato, il generale Colin Powell e Condoleezza Rice, oltre al generale Wesley Clark e al primo ministro britannico Tony Blair, tutti si sono pronunciati a favore dell´intervento in Sudan.

Questi importanti architetti della politica imperialista molte volte si riferiscono ad un altro modello quando chiedono questo intervento: la vittoriosa guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia, che ha stabilito una amministrazione USA/NATO sul Kosovo dopo una massiccia campagna di bombardamenti.

Il Museo dell´Olocausto in Washington ha lanciato un “allerta di genocidio” – il primo di sempre – e 35 lider evangelici hanno sottoscritto una petizione chiedendo al presidente George Bush l´invio di truppe nordamericane in Darfur. Una speciale sceneggiatura é stata creata a livello nazionale per generare una base di appoggio all´intervento degli USA tra gli studenti.

Molte ONGs hanno ricevuto sussidi dal National Endowment for Democracy (NED) per far parte della campagna “Salvare il Darfur” e voci considerate liberali come Amy Goodman della organizzazione Democracy Now, o Rabbi Michael Lerner della TIKKUN e di Human Rights Watch hanno dato il proprio contributo.

Desviare l´attenzione dal disastro dell´Irak.

La criminale invasione e i massicci bombardamenti dell´Irak, la distruzione delle sue infrastrutture lasciando popolazioni intere senza acqua né luce, o le foto atroci di militari USA che applicano la tortura nella prigione di Abu Ghraib, hanno prodotto proteste generalizzate. Nel momento di maggior spicco delle proteste, in settembre 2004, l´allora segretario di stato, il generale Colin Powell ha realizzato un viaggio in Sudan per annunciare da lí che il crimine del secolo – “un genocidio” – stava succedendo in quel preciso momento ed in quell´esatto luogo. Pertanto, la soluzione incontrata dagli USA si riassunse nella richiesta alle Nazioni Unite di imporre sanzioni ad uno dei paesi piú poveri del mondo o nell´invio di truppe di “manutenzione della pace” nordamericane.

Nel frattempo, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell´ONU non si mostrarono disposti as accettare questo punto di vista, né tantomeno le “evidenze” annunciate dagli USA o il piano di azioni proposto.

La campagna contro il Sudan ha preso piede proprio quando era piú che evidente che l´invasione dell´Irak da parte degli USA si era basata su di un artificio di frode. Gli stessi media che si sforzavano per dare credibilitá agli Stati Uniti rispetto alla giustizia dell´invasione dell´Irak, basata sull´argomento che il paese possedesse “armi di distruzione di massa”, si mostrano ancora una volta disposti ad inscenare questa ulteriore menzogna nel riportare i “crimini di guerra” commessi da forze Arabe in Sudan.

La campagna per il Darfur si interseca con vari obbiettivi cari all´attuale agenda politica dell´imperialismo nordamericano. Da un lato persiste nella demonizzazione dei popoli arabi e mussulmani, dall´altro desvia le attenzioni dalla catastrofe umanitaria che risulta da una guerra brutale e successiva occupazione dell´Irak da parte degli USA, che distruggono centinaia di migliaia di vite umane.

É anche un tentativo di disviare le attenzioni del mondo sul finanziamento e l´appoggio degli Stati Uniti alla guerra israeliana contro il popolo palestino.

Non meno importante, apre il cammino al potere corporativo USA rispetto ai disegni di controllo dell´intera regione.

Qual´é l´interesse degli USA in Sudan?

Il Sudan é il piú grande paese africano in superficie. É situado strategicamente nel Mar Rosso, immediatamente a sud dell´Egitto e ha frontiere con 7 paesi africani. Ha approssimatamente le dimensioni dell´Europa Occidentale e la sua popolazione somma appena 35 milioni di persone.

Il Darfur corrisponde alla regione occidentale del Sudan ed ha dimensioni comparabili alla Francia [maggiori dell´Irak, NdT], con una popolazione di 6 milioni di abitanti.

Le risorse naturali recentemente scoperte in Sudan fanno di questo paese un bersaglio privilegiato degli interessi corporativi nordamericani. Si stima che le sue risorse petrolifere rivaleggino con quelle dell´Arabia Saudita, per non parlare degli abbondanti depositi di gas naturale. Come se non bastasse, il terzo maggiore deposito di uranio ad alto tenore ed il quarto maggior deposito di rame del pianeta sono situati sul suo territorio.

Solo che, al contrario dell´Arabia Saudita, il governo sudanese ha mantenuto la sua indipendenza da Washington. Incapace di controllare la politica petrolifera sudanese, gli USA hanno fatto di tutto per impedire lo sviluppo dello sfruttamento di questa importante risorsa naturale. Mentre la Cina ha collaborato con il Sudan provvidenziando la tecnologia necessaria per il suo sfruttamento, dalla perforazione e pompaggio, alla costruzione di un oleodotto. Grande parte del petrolio sudanese é attualmente esportato in Cina.

La politica USA si alterna tra il boicattaggio alle espórtazioni di petrolio attraverso sanzioni e l´istigazione degli antagonismi nazionali e regionali. In particolare, negli ultimi vent´anni, l´imperialismo nordamericano ha appoggiato un movimento separatista nella regione sud del paese, esattamente nel luogo nel quale é stato per la prima volta scoperto il petrolio. Questa lunga guerra civile non ha fatto altro che assorbire una parte considerevole delle risorse del governo centrale. Quando alla fine fu firmato un accordo di pace, gli Stati Uniti hanno cambiato repentinamente le loro attenzioni, interessandosi alla zona occidentale del Sudan, appunto il Darfur.

Piú recentemente, un accordo simile tra il governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur é stato rifiutato da un´unica formazione, per far sí che le ostilitá continuino. Gli Stati Uniti si arrogano il ruolo di mediatori neutri e persistono nella pressione esercitata contro il governo sudanese per stappare concessioni per i ribelli, ma “a causa della parzialitá dei suoi alleati africani piú prossimi, ed in particolare perché hanno aiutato nell´allenamento di ribelli dell´Esercito di Liberazione Sudanese (SLA) e del Movimento per la Giustizia e l´Uguaglianza (JEM), la reazione violenta del governo sudanese non si é fatta aspettare” (www.afrol.com).

Il Sudan ha una delle popolazioni piú diversificate del mondo. Piú di 400 gruppi etnici possiedono linguaggi e dialetti propri. L´arabo é l´unica lingua comune. La capitale, la grande Khartoum, maggior cittá del paese, ha una popolazione di 6 milioni di abitanti. Approssimatamente l´85% dei sudanesi vivono di agricoltura di sussistenza e pastorizia.

I grandi media nordamericani sono unanimi nella semplicistica descrizione della crisi nel Darfur che consisterebbe in una serie di atrocitá commesse dalla milizia Jan Jawid, appoggiata dal governo centrale sudanese, ed é descritta come una aggressione “araba” contro popolazioni “africane”.

Si tratta di una distorsione totale della realtá. In The Black Commentator del 27/10/2004 si evidenzia che “tutte le parti coinvolte nel conflitto – siano esse ritenute `arabe` o `africane` sono ugualmente negre e native, mussulmane e locali, tutta la popolazione del Darfur parla l´arabo. Sono tutti mussulmani sunniti”.

Secca, Fame e Sanzioni.

La crisi in Darfur ha radici nelle lotte inter-tribali. Si é sviluppata una lotta disperata per l´acqua sempre piú scarsa e per i diritti di pascolo in una vasta area del nord dell´Africa che é stata attinta per anni dalla secca e dalla fame crescente.

Nella regione del Darfur esistono piú di 35 tribú e gruppi etnici. Circa metá della popolazione pratica l´agricoltura di sussistenza e l´altra metá sono pastori semi-nomadi. Durante centinaia di anni le popolazioni nomadi pascolavano i loro animali nella vastitá delle pianure, dividendo i pozzi con gli agricoltori. Di fatto, in questa terra fertile si sostentano civilizzazioni da piú di 5.000 anni, tanto nella parte occidentale del Darfur come piú ad est, lungo il fiume Nilo.

A causa della secca e alla desertificazione sub-sahariana che non cessa di guadagnare terreno, non ci sono piú terre sufficienti per l´agricoltura o la pastorizia, in quella che é stata a suo tempo la “stalla dell´Africa”. L´irrigazione e lo sfrutamento delle abbondanti risorse esistenti in Sudan potrebbe certamente essere la soluzione per tutti questi problemi. Ma le sanzioni nordamericane o gli interventi militari non li risolveranno.

Molte persone, in particolare bambini, muoiono in Sudan per malattie perfettamente curabili e facili di prevenire per colpa di un attacco con missili Cruise ordinato dal presidente Bill Clinton il 20/08/1998 contro la fabbrica di farmaci El Shifa in Khartoum. Questa fabbrica, che produceva medicine economiche per il trattamento della malaria e della tubercolosi, forniva il 69% dei farmaci disponibili in Sudan.

Gli USA affermarono che il Sudan sviluppava lí una istallazione orientata alla produzione di gas tossico VX. Non sono state mai presentate prove concrete di questa accusa. Queste istallazioni mediche basiche, totalmente distrutte da 19 missili, non sono state ricostruite, né il Sudan ha ricevuto un centesimo di indennizzo.

Il ruolo della NATO e dell´ONU in Sudan.

Attualmente, ci sono 7.000 soldati dell´Unione Africana in Darfur. Il loro appoggio tecnico e logistico é fornito dagli USA e dalla NATO. Oltre a ció, migliaia di funzionari delle Nazioni Unite amministrano campi di rifugiati con centinaia di migranti per la secca, la fame e la guerra. Tutte queste forze esterne fanno molto di piú che provvidenziare la tanta necessaria sostentazione. Essi sono una fonte di instabilitá. Allo stesso modo di come fecero gli aspiranti conquistatori capitalisti durante i secoli, essi consapevolmente instigano i gruppi gli uni contro gli altri.

L´imperialismo nordamericano é coinvolto di corpo e anima nella regione. A ovest del Darfur, nel vicino Ciad, secondo informazioni del proprio Dipartimento di Difesa USA, gli Stati Uniti hanno organizzato un intervento militare internazionale con una struttura mai vista in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. Il Ciad é stata a suo tempo una colonia francese e non solo le truppe di questo paese ma anche quelle statunitensi sono direttamente implicate nel finanziamento, nella preparazione e nel rafforzamento delle forze armate del capo militare del Ciad, Idriss Deby, il quale, a sua volta, ha appoggiato gruppi ribelli in Darfur.

Durante piú di mezzo secolo il Sudan é stato amministrato dalla Gran Bretagna, ma non senza che la stessa non fosse obbligata ad affrontare un´ampia resistenza. La politica coloniale britannica si basava all´epoca nella tattica del divide et impera e nella manutenzione delle sue colonie in una situazione di sottosviluppo e isolamento cronico con l´obiettivo di facilitare il saccheggio delle loro risorse.

Sostituendo le varie potenze coloniali europee in varie parti del mondo, anche l´imperialismo nordamericano ha continuato a sabotare l´indipendenza economica dei paesi che tentano adesso di emergere dal sottosviluppo ereditato dalla loro condizione coloniale. Le principali armi economiche utilizzate sono state le sanzioni, combinate con le esigenze di “aggiustamento strutturale” sollecitate dall´FMI controllato dagli USA. In cambio di prestiti, i governi-bersaglio sono obbligati a tagliare le loro spese per lo sviluppo di investimenti in infrastruture.

Come gli effetti delle sanzioni delle organizzazioni occidentali, che aggravano il sottosviluppo e l´isolamento, possono risolvere qualcuno di questi problemi?

Washington ha frequentemente utilizzato il tremendo potere che possiede nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU per ottenere risoluzioni favorevoli per l´invio di truppe in altri paesi, nessuna é stata per missioni umanitarie.

Nel 1950 e sotto l´egida delle Nazioni Unite, truppe nordamericane hanno invaso la Corea in una guerra che ha determinato la morte di piú di 4 milioni di persone. Sotto la stessa bandiera, sono riusciti ad occupare la penisola coreana e a dividerla per piú di 50 anni.

Sotto la pressione degli USA, nel 1961, sono state istallate truppe nel Congo, dove svolsero un ruolo attivo nell´assassinio di Patrice Lumumba, il primo ministro del paese.

Nel 1991, gli USA hanno ottenuto il mandato delle Nazioni Unite per un bombardamento massiccio della totalitá delle infrastruture civili irachene, incluso le centrali di trattamento delle acque, strutture di irrigazione e centri di produzione di generi alimentari – e i 13 anni di sanzioni imposte all´Irak si sono tradotti in piú di un milione e mezzo di iracheni morti.

Nella Jugoslavia e in Haiti, le truppe dell´ONU sono servite da copertura della occupazione americana e europea – non per la pace o per la riconciliazione.

Le potenze imperialiste degli Stati Uniti e dell´Europa sono responsabili per il commercio genocida degli schiavi che ha decimato l´Africa, per il genocidio delle popolazioni indigene dell´America e per le guerre e occupazioni coloniali che hanno saccheggiato 3/4 del pianeta [per un riassunto succinto della storia dell´imperialismo USA vedi il testo alla pagina http://lists.peacelink.it/pace/msg04992.html NdT]. E l´imperialismo tedesco fu responsabile del genocidio del popolo ebreo. Appellarsi all´intervento militare di queste stesse potenze come risposte ai conflitti in Darfur significa ignorare cinque secoli di storia.

Sara Flounders, 03/06/2006

L´autrice Sara Flounders é co-direttrice del IACenter insieme all´ex-procuratore generale degli USA, l´avvocato Ramsey Clark. Fu una delle coordinatrici dell´equipe che ha difeso giudizialmente Saddam Hussein. É stata in Sudan subito dopo i bombardamenti delle istallazioni farmaceutiche di El Shifa, in 1998, insieme a John Parker, con una delegazione di investigazione creata dall´IACenter. Sara Flounders é anche co-direttrice del gruppo internazionale contro la guerra denominato ANSWER; coordinatrice del Depleted Uranium Education Project (Progetto Educazionale sull´Uranio Impoverito) e membro del Workers World Party, organizzazione politica marxista nordamericana.

L´articolo originale é pubblicato in: http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/

Traduzione in portoghese per conto di http://resistir.info/, pubblicata in: http://www.mra.org.br/index.php?option=com_content&task=view&id=354&Itemid=41

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15/09/2006 – Sara Flounders, co-direttrice dell´IACenter denuncia la farsa di Bush contro il CarfurIl Sudan respinge l´uso dell´ONU per conto degli USA per un intervento coloniale.

“Il Paese sa che gli USA hanno usato la risoluzione ONU del 1990 per distruggere l´Irak” afferma la attivista.

“Gli sforzi nordamericani per stabilire l´occupazione e la dominazione coloniale sono stati sconfitti il 4 settembre (2006). Il governo del Sudan ha rifiutato che le Nazioni Unite dislocassero truppe nella regione ovest del Darfur”, afferma Sara Flounders.

“Nel giorno 1 di settembre, gli USA e l´Inghilterra hanno fatto passare la Risoluzione 1791 attraverso il Consiglio di Sicurezza dell´ONU. Questa sollecitava l´invio di piú di 20 mila soldati ONU per assumere il ruolo che attualmente é svolto dai 7.000 uomini dell´Unione Africana. Il consigliere del presidente, Mustafá Osman Ismail, ha risposto che il governo del Sudan ha rifiutato la transizione, dalle Forze di Sicurezza Africane ad una maggior presenza internazionale, poiché l´obiettivo dell´ONU é `il cambiamento di regime`”, aggiunge Sara Flounders.

“La Russia, la Cina ed il Qatar si sono astenuti dal voto nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU e lo hanno criticato, nonostante né la Cina e né la Russia abbiano esercitato il loro potere di veto, ma hanno inserito una clausola che stipula che l´ingresso delle truppe ONU sarebbe avvenuto `sulla base dell´accettazione da parte del governo sudanese`”.

“Una campagna di pressioni internazionali per forzare il Sudan ad accettare forze straniere é attualmente organizzata dagli USA”, allerta Sara.

[...]

“Bush ha usato il termine intollerante di `Fascismo Islamico` e le sue dichiarazioni su di una terza guerra mondiale interminabile contro paesi che lottano per difendere la propria sovranitá nazionale hanno incontrato resistenza in Irak, Afganistan e Libano. Le sue nuove minacce contro la Siria, l´Iran, la Somalia ed il Sudan fará sí che sempre piú paesi penseranno due volte prima di appoggiare le basi della dominazione corporativa mondiale nordamericana”, ha concluso Sara Flounders.

Articolo originale in portoghese in: http://www.horadopovo.com.br/2006/setembro/15-09-06/pag6a.htm

(Traduzione degli articoli dal portoghese in italiano: Alessandro Vigilante)

Bernard Hours: critica dell´ideologia umanitaria

Il 25 di ottobre passato, un incidente diplomatico internazionale ebbe come attore principale l´azione di una ONG francese, l´”Arche de Zoé”. In una operazione annunciata come “evacuazione sanitaria” di vittime del conflitto nella regione del Darfour (Sudan), 17 persone sono state arrestate quando tentavano di uscire dal Ciad con 103 bambini fino a 5 anni di etá.

L´”incidente”, ancora non completamente risolto (6 francesi sono ancora nelle carceri del Ciad), ha avuto grande ripercussione in Francia ed ha fatto tornare in auge il dibattito su settore umanitario, sovranitá, diritto e dovere di ingerenza, ONGs e politica internazionale.

Per i francesi fondatori della ”Arche de Zoé” la missione era chiara: trasferire i bambini alle “famiglie accoglitrici” per salvarle dalla morte certa in Darfour. Per il Presidente del Ciad, la sua polizia investiga una rete europea di “traffico di bambini africani vittime di pedofilia e trapianto di organi”.

Con varie zone d´ombra nelle informazioni e versioni di tutti i lati, dal governo francese fino ai governi locali, la cosa certa é che né in Ciad e né in Sudan si pratica l´adozione (non esiste una regolamentazione ufficiale), e non ci sono leggi per l´adozione internazionale. Anche ammettendo le buone intenzioni dei partecipanti della ONG, si deve considerare l´illegalitá della “evacuazione”, che ha ricevuto l´appoggio della rete internazionale Save Darfour.

Da quasi 10 anni, l´antropologo francese Bernard Hours ha pubblicato un congiunto di vari articoli in cui denunciava il “diritto” (o “dovere”, come successivamente fu definito per conto di Bernard Kouchner, ex-Medico Senza Frontiere e atuale ministro degli esteri francese) di ingerenza come elemento di una strategia piú ampia e frutto della globalizzazione.

Bernard Hours é direttore di ricerche nel prestigioso Institut de Recherche pour le Développement (IRD) di Parigi e professore nella École des Hautes Études de Sciences Sociales (EHESS). Egli, in «L’idéologie humanitaire ou Le spectacle de l’altérité perdue» (L’Harmattan, 1998), parla della nascita di questo «mercato degli aiuti internazionali» come la parte visibile di un iceberg sommerso di intenzioni e strategie non cosí trasparenti, in cui i paesi ricchi egemoni nel processo di globalizzazione riescono a gestire le crisi ed a instaurare una morale controllatrice (o colonizzatrice) nei paesi in via di sviluppo. Per Hours, l´”affare ”Arche de Zoé” é solo un´altra delle innumerevoli conferme delle sue teorie.

Attualmente in Cina, dove svolge un progetto di studi sull´azione delle ONGs (locali e non), Bernard Hours ha concesso la seguente intervista alla Rits via e-mail.

Rits – Quasi completando 10 anni, la sua critica all´ideologia umanitaria pare piú attuale che mai, quando un episodio come quello della ”Arche de Zoé” occupa le prime pagine dei giornali mondiali.

Bernard Hours – L´attualitá dell´”Arche de Zoé” conferma le mie analisi sulla ingerenza occidentale. Kouchner e B.H.Lévy sono demagoghi che confondono i propri desideri con la realtá. E le loro azioni causano la reazione di sovranitá minacciate per conto di paesi come il Ciad, la Russia… Anche la critica che viene dai radicali musulmani pare dirigersi contro questa imposizione di una formula-occidentale-di-democrazia-globalizzata. Come garantire la salvaguardia delle differenze, le “alteritá”, degnamente, in un mondo che si vuole sempre piú omogeneo?

Rits – Nel suo libro lei afferma che il mercato umanitario, principalmente quando la relazione si stabilisce tra ONGs con sede nei paesi ricchi e lavoro di campo realizzato nei paesi poveri, non é niente di piú che una nuova e mascherata strategia coloniale, con nuovi obiettivi adattati al secolo XXI. Puó commentare?

BH – L´avventura della ”Arche de Zoé” prova che il settore umanitario é potenzialmente coloniale e paternalista, ma io vedo che la differenza odierna é che la vittima irrompe sulla scena costruita dai media.

Rits – E che cosa é cambiato in questo decennio?

BH – Le mie idee sono un poco cambiate, ma anche il settore umanitario si é evoluto, nonostante continui a persistere nella stessa direzione. Loro sono diventati meno radicali ed hanno appreso con l´auto-critica, inesistente nel finale degli anni 80. Ma il business continua ad essere la installazione (mise en scène) di una moralitá globale a partire da diritti umani affermati come universali.

Rits – E che differenza si puó riscontrare tra gli “umanitari” e gli “altermondisti”?

BH – Ambedue hanno come obiettivo il moralizzare la globalizzazione, ma usando mezzi differenti. Gli “altermondisti” hanno una visione piú politicizzata, gli umanitari sono stimolati piú dalla morale e dall´emozione, dicendosi “post-politici”.

Rits – Qual´é il ruolo delle ONGs locali in questo “mercato”?

BH – La questione piú importante é sapere se le ONGs locali sono relativamente autonome, principalmente in termini di risorse finanziarie, o se sono solo bracci operazionali di agenzie straniere.

Rits – E lei che scenario immagina nel futuro del settore umanitario?

BH – Il mercato umanitario continuerá a svilupparsi, a professionalizzarsi sempre di piú, auto-regolarsi, ma sará anche sempre piú dipendente dai finanziamenti internazionali. Le cause locali non appariranno se non saranno inseribili in una morale-globale.

Rits – Lei conosce la realtá dell´America Latina o del Brasile?

BH – Non personalmente, solo attraverso le mie letture. Ma, secondo la mia opinione, l´America Latina é l´ultimo continente politicizzato del pianeta – il resto del mondo ha preferito, purtroppo, abolire la politica e passare al consenso che io chiamo di post-politica. [E questo é l´argomento del suo ultimo libro, editato dalla L´Harmattan in 2003, “Domination, dépendances, globalisation : Tracés d'anthropologie politique »]

Autrice: Izabela Moi, per la Rits, http://www.rits.org.br/

Originale in: http://arruda.rits.org.br/rets/servlet/newstorm.notitia.apresentacao.ServletDeSecao?codigoDaSecao=10&dataDoJornal=atual

dicembre 2007

Traduzione dal portoghese: Alessandro Vigilante

Muri

Con Vittorio Maggi (con risposta mia): Scusi sig. Carotenuto, lei ha una porta con serratura a casa sua? Non fa entrare chiunque, prima vuole che si presentino? O no? Allora perchè si stupisce dei muri di difesa? Adirittura li paragona a quelli delle galere come era nella DDR? Nessuno obbliga nessuno ad andare a casa d’altri, ma se ci voglio entrare furtivamente, devo aspettarmi che il sig. Carotenuto mi prenda a calci nel sedere o mi opponga una porta con serratura ultimo modello. Se poi questo non è sufficente, perchè ladri e clandestini non si possono fermare, pazienza ma almeno si pone un argine.

Gennaro Carotenuto: Caro Maggi, lei appare confondere un appartamento privato con uno Stato. Ma l’Italia, o l’Unione Europea, non sono … Leggi tutto

Ingrid Betancourt libera? Storia e interpretazioni di un intrigo internazionale partito da Miami

Purtroppo Ingrid Betancourt, da cinque anni sequestrata dalle FARC, non è libera. E forse proprio l’operazione della bufala delle false rivelazioni di una giornalista accusata di terrorismo, Patricia Poleo, era diretta a far saltare un’altra speranza concreta di liberarla, favorire il presidente colombiano Alvaro Uribe e danneggiare quello venezuelano Hugo Chávez. Proviamo a ripercorrere la storia di una falsa notizia che ha fatto il giro del mondo e a cercare di capire.

Nella tarda mattinata americana di ieri, lunedì, alcuni giornali online hanno ripreso le dichiarazioni di Patricia Poleo a Radio Caracol: “la Betancourt è tenuta da Chávez in Venezuela e verrà consegnata a Cecilia Sarkozy”. Un dovere verificare. Innanzitutto verificare chi è Patricia Poleo, 35 anni, rampolla di … Leggi tutto

Emergency, foto dalla Cambogia, l’Italia dignitosa a Roma

Ezio Scavazzini mi manda due foto da lui scattate nell’ospedale “Ilaria Alpi” di Emergency in Cambogia. La prima rappresenta il volto di un ragazzo saltato su una mina e l’altra la foto di speranza del sorriso di un bambino anch’egli curato da Emergency. Mi sembra la miglior maniera di rendere omaggio oggi all’ organizzazione di Gino Strada.

In tempi scomodi come i nostri, Emergency rappresenta un altissimo esempio di dignità. Se non altro perché non ha la presunzione di scegliere tra buoni e cattivi, terroristi e antiterroristi, vite da salvare perché “americane”, e vite da sommergere e bombardare perché del sud del mondo, afghane, irachene, colombiane, sudanesi, somale…

Ieri è successa una cosa strordinaria, migliaia di … Leggi tutto

Liberoblog, una pubblicità un po’ violenta

Le mie righe di ieri su Gabriele Torsello sono state pubblicate oggi alle 13.08 da Liberoblog. Ma non ho motivi per fare i salti di gioia. Non è una novità, succede in media ogni paio di mesi. Quando questo sito era piccolo piccolo la pubblicazione su Liberoblog faceva registrare dei grandi picchi di visite e con alcuni buoni amici ci siamo conosciuti in questo modo. Adesso delle pubblicazioni di Liberoblog il sito ne risente in positivo solo un po’ e fa un po’ sorridere la pomposa formula che la redazione di Libero usa per comunicarti che hai vinto -a loro insindacabile giudizio- l’Oscar del miglior post italiano del giorno:

"Pensiamo che questo ti possa dare maggiore visibilità sul web e presumibilmente maggiore traffico sul tuo blog, in quanto Libero.it è visitato quotidianamente da milioni di persone. Nel caso tu fossi contrario a questa iniziativa, il cui fine è quello di segnalare ai nostri lettori i contenuti più validi rintracciati nella blogosfera, ti preghiamo di segnalarcelo via e-mail chiedendo la rimozione del tuo post dal servizio. Procederemo immediatamente".

La redazione di LiberoBlog però … Leggi tutto

Bush e la bomba coreana

Antonio Leone: George W. Bush ha definito «una inaccettabile minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali»l’ esperimento nucleare della Corea del Nord. Ma come può un guerrafondaio come lui fare un’ affermazione del genere?

Gennaro Carotenuto: E’ una buona domanda, meno retorica di quello che appare … Leggi tutto

IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’

Da oggi -come già a Caracas 2004- sarò tra i partecipanti al IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’ che si svolge alla FAO a Roma e dove porterò una relazione sul tema dell’informazione in Italia e in Occidente sull’America Latina e dove tra l’altro parteciperò alla tavola rotonda sulla veridicità e pluralità informativa. E’ motivo di orgoglio ma soprattutto di rinnovato impegno per chi scrive.

In difesa dei popoli, della vita e dell’ambiente è stato programmato il IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’, dall’11 al 13 ottobre 2006, a Roma. L’evento riunirà circa 160 personalità di importanza mondiale, tra intellettuali, artisti e rappresentanti di movimenti sociali impegnati nella lotta sociale, tutti uniti al fine di definire i lineamenti a carattere universale, rispettuosi della diversità, della pluriculturalità, per creare nuovi meccanismi di azione e di lotta concreti che contribuiscano a garantire la pace e la libertà nel mondo.

La città eterna, dove  il Libertador Simón Bolívar ha giurato di lottare per la libertà dell’America, sarà la cornice e il punto di partenza di una nuova offensiva per la pace, il rispetto, la giustizia sociale, l’integrazione solidale e l’equilibrio nei rapporti globali fra tutte le nazioni del Pianeta Terra.
La prima edizione dell’incontro si è svolta … Leggi tutto

Colonialismo, il mito del buon italiano

Offro alla lettura un altro articolo importante del prof. Del Boca (novembre 2002), del quale consiglio tutta la bibliografia sulla presenza italiana in Africa. Le immagini sono tratte dall’ottimo sito dell’Isrec di Piacenza

Colonialismo, il mito del buon italiano

Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di ipirite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia. Una politica coloniale all’insegna del mito sugli «italiani, brava gente». L’Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l’«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista
di Angelo del Boca

I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell’Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini. E’ un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente. Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa. Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista. Negli stessi anni i francesi demolivano, l’uno dopo l’altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon. Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell’attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati. Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso. Come dimenticare … Leggi tutto