Friday 25 May 2012, 06:59

Gli articoli con tag: " stupro "

L’uomo bianco stupra. Lo stato bianco assolve

Più di un anno fa, precisamente il 29 novembre 2007, scrivevo nel mio blog " che rompere il silenzio non è (mai) inutile". Dopo quattordici mesi era finita infatti con una condanna la vicenda processuale di quello che i media avevano battezzato "lo stupro di via Libia". Una settimana fa la sentenza è stata ribaltata: assolti. Credo che l’episodio si commenti da solo, è l’altra faccia di quell’economia politica dello stupro che non dobbiamo mai smettere di denunciare, nonostante tutto.

(Per ricostruire la vicenda rinvio QUI)

Ilvo Diamanti, al mercato della paura

ORMAI è impossibile affrontare il tema della "sicurezza" nel dibattito pubblico, ridotto a materia di propaganda politica. Sui giornali e in Parlamento. Se ne parla per catturare il consenso dei cittadini, non per risolvere i problemi. Nel sostenerlo ci pare di scrivere lo stesso articolo. Un’altra volta. Eppure è difficile non tornare sull’argomento. Perché l’argomento ritorna, puntuale, al centro del dibattito politico. Come in questa fase, segnata dalle polemiche intorno al decreto sulla "sicurezza" (appunto). A proposito del quale Franceschini ha parlato di nuove "leggi razziali". Anche se gli aspetti più critici della legge sono stati esclusi dal testo. Ci riferiamo alla possibilità, offerta ai medici e ai pubblici funzionari (i presidi, per esempio), di denunciare i clandestini.
Altre iniziative venate di razzismo invece, non riguardano il governo, ma singoli politici e amministratori locali. Come la proposta di segregare gli stranieri nei trasporti pubblici, a Milano. Assegnando loro posti e vagoni separati. Una provocazione, anche questa. Capace, però, di intercettare consensi, solo a evocarla. La Lega, su questa base, sta costruendo la sua campagna elettorale in vista delle prossime europee. Per conquistare consensi nel Nord, ma anche altrove. Presentandosi come il partito della sicurezza-bricolage, da perseguire in ogni modo.

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La sensibilità del Papi

La vicenda la conoscete, il premier va alla festa di compleanno di una diciottenne napoletana che lo chiama Papi e che più parla e più lo rovina, questo pover’uomo.

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Erotismo contro l’oscurantismo

http://www.vivacinema.it/img/diariodeunaninfomana.jpg

Questa è la locandina del film spagnolo "Valerie. Diario di una ninfomane". In Italia pur non essendoci ufficialmente una censura che filtra film e immagini, ne hanno impedito l’affissione. Non si capisce se a dispiacere di più sia il riferimento ad una psychopathia sexualis che non fa più parte dell’elenco delle "patologie": quelle riferite in maniera sessista alle donne che amavano fare sesso per provare anch’esse l’ebbrezza del piacere (isteria, ninfomaniale patologie sono sempre state inventate dagli uomini di scienza per definire comportamenti che non venivano riconosciuti nella norma, come la omosessualità cancellata dall’elenco delle *malattie psichiatrizzabili* solo nel 1993).

Forse dispiace l’immagine priva di macho muscoloso e lucido di virile sudore. Cioè: nuda si ma solo con maschio accanto, come dimostra la pubblicità relish o mille altre di quella specie. Erotismo finalizzato al piacere femminile invece no.

Non so se l’avete notato, e certamente ci torneremo su, ma in questo periodo sono sparite le donne dai giornali, l’emergenza stupro non c’e’ più. Ora c’e’ l’emergenza kebab, stranieri, arabi, poi ci sarà l’emergenza caccole. Le donne continuano ad essere picchiate e stuprate come dimostra la sapiente rassegna che ogni giorno fa Zeroviolenzadonne.it, però in tempi di gloria dell’impero, durante il quale bisogna affermare che l’imperatore tutto può e tutti i mali fa sparire, ci piace parlare solo delle donne afghane e di altre vittime d’oriente. Ovvio che è giusto parlarne ma è tipico dell’impero parlare male dell’inciviltà delle proprie colonie anche se consistono in un misero appalto nella provincia di nassirya. Oltretutto le donne di laggiù stavano meglio prima che l’italia intervenisse militarmente per partecipare allo scippo di risorse mascherato da guerra giusta contro i burka.

Insomma, le donne di quei luoghi sarebbero tutte imbruttite e le nostre invece liberissime. Chissà come mai allora l’italia abbonda di ordinanze per il decoro, di censure sessuofobiche e di licenze di smercio dei corpi solo alle multinazionali e nei paesi arabi circola invece liberamente una rivista come quella illustrata sotto.

http://temi.repubblica.it/UserFiles/limes/Image/Loghi/RivistaJasad_libano_500-2.jpg

Si chiama Jasad (corpo in arabo) ed è una rivista erotica contro l’oscurantismo. Perchè l’oscurantismo si combatte mostrando i corpi nel modo giusto e non sottraendoli alla vista dei moralisti e dei benpensanti. La rivista parla di erotismo, sessualità e corpo e si rivolge prevalentemente ad arabi e musulman*. Scritta in arabo e senza veli. Il primato della demonizzazione di sesso e corpo rimane dunque assegnato alla religione monoteista più integralista tra tutte: il cattolicesimo.

—>>>Vai sul sito della rivista Jasad

da femminismo a sud

Donne e sangue: Resistenza!

Era il 15 aprile e la stampa dagli Esteri, ciò che ci è lontano… titolava AFGHANISTAN: KABUL, LANCIO DI SASSI CONTRO DONNE IN PROTESTA IN CENTINAIA MANIFESTAVANO CONTRO NUOVA LEGGE CHE AUTORIZZA DE FACTO STUPRO CONIUGALE

La legge legalizza di fatto lo stupro tra le mura domestiche e vieta alle donne di cercare lavoro, istruirsi o farsi visitare da un medico, senza aver prima il permesso del consorte.

Ieri 23 aprile,  in una città più vicina a tutte e tutti noi, Roma,  una manciata di donne ha solidarizzato  con quelle lontane. Testo e foto che seguono, descrivono cosa le ha spinte ad “esibirsi”. L’iniziativa giunge a firma di Re-sisters che “è la continuazione ideale di (R)ESISTENZE- IL PASSAGGIO DELLA STAFFETTA , un progetto multimediale aperto, costruito a partire da interviste a donne attive nella Resistenza civile e armata attive nell’antifascismo dalla Seconda Guerra Mondiale”. Di queste donne delle loro iniziative ne avevo già scritto in questa occasione “Dalla Cabina di Regia allo Struscio in Camera Caritatis“. Passo il loro Mai più.

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Interruzioni involontarie di gravidanza

Un trafiletto su un quotidiano locale: un uomo ha ripetutamente stuprato, massacrato di botte fino a spaccarle i denti, minacciato di cospargerla di benzina e darle fuoco se lo lasciava e infine fatto abortire a suon di calci e pugni, la sua convivente. Lui è italiano, lei polacca.

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La violenza contro le donne non dipende dal passaporto, la fanno gli uomini

http://www.donnenews.it/files/news/img_g_503.gif

C’e’ questa vicenda bolognese che ha impegnato tante persone a proposito di una iniziativa contro la violenza sulle donne e di un manifesto (sotto trovate link e dettagli). Le donne che sono state chiamate a partecipare a questo seminario portano avanti con determinazione un modo del fare politica e comunicazione contro la violenza maschile sulle donne che è totalmente diversa da quello che si vorrebbe loro accreditare a causa del manifesto razzista e xenofobo oggetto di tante critiche.

E’ vero, è stato un errore di comunicazione che si presta a mille speculazioni: bisogna dire che siamo tornate indietro nel tempo, che oramai lo stupratore è inteso solamente come lo straniero al quale dedicare leggi razziali e ronde xenofobe, ma usare la propaganda fascista (per rappresentare quello che accade ora e che a vederselo riproposto così chiaramente scandalizza di rimbalzo persino quelli che accanto alla parola “stupro” scrivono sovente il termine “marocchino” o “rom”) senza contestualizzarla e spiegarla si presta a veicolare un messaggio che non tutti/e hanno gli strumenti per interpretare. Bastava anche una frase che spiegasse che il governo, la destra, vogliono indurci a pensare allo stupro come una questione etnica invece che di genere. A mio avviso meglio scegliere un’altra immagine, differente, esaustiva, che parlasse di violenza maschile invece che di passaporti ed epidermidi con alti livelli di melanina.

Io mi auguro comunque che al prossimo manifesto di forza nuova che rimanderà ad una interpretazione xenofoba e familista della questione degli stupri i giornalisti e i politici di sesso maschile bolognesi sapranno reagire con altrettanta forza e con altrettanto spirito partigiano. Mi auguro anche che tutti/e coloro che si sono sentiti/e giustamente indignati/e (evviva!) dal manifesto in questione vorranno partecipare all’iniziativa di domani 17 aprile proprio per ragionare di provvedimenti contro lo stupro (o per la sicurezza delle città) che non usino le donne per applicare politiche razziste e fasciste. Tutto il resto lo lascio dire a Barbara Spinelli, una delle relatrici dell’iniziativa, la quale ha scritto una lettera aperta che dice tante cose molto più interessanti.

Vi copio e incollo i dettagli dell’iniziativa e poi tutto il contenuto dell’intervento di Barbara che ringrazio sempre per il prezioso lavoro che fa. Il suo blog è “Femminicidio“, che poi è anche il titolo del suo libro.

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Venerdì 17 aprile 2009 ore 16.30-19,30
Aula Magna S. Cristina via del Piombo 5 Bologna

Il Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne della città di Bologna organizza il seminario sul tema Femminicidi, ginocidi e violenze sulle donne

In occasione della pubblicazione degli scritti:
D. Danna, Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, Eleuthera, 2007;
B. Spinelli, Femminicidio: dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Angeli, 2008;
T. Pitch e G.Creazzo in “Studi sulla questione criminale” Ginocidio. La violenza maschile sulle donne Carocci, 2009

le autrici
Giuditta Creazzo, Daniela Danna, Tamar Pitch, Barbara Spinelli

ne discutono con

Carla Faralli, Fernanda Minuz, Rossella Selmini

Coordinano

Raffaella Lamberti e Milli Virgilio

Hanno aderito all’iniziativa :
Associazione Orlando, Armonie, Casa delle Donne per non subire violenza, UDI, SOS Donna, AdDU

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Barbara Spinelli: A proposito del seminario di domani e delle polemiche sul manifesto.

MANIFESTO SHOCK PER IL SEMINARIO SU FEMMINICIDI, GINOCIDI E VIOLENZA CONTRO LE DONNE.
L’ASSESSORA: E’ STATA UNA MIA SCELTA.

Poiché sono una delle relatrici al seminario di domani, nel darne notizia ho scelto di prendere parola. Per capirci.

I fatti

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/Manifesto-fascista-e-razzista-il-Comune-si-scusa-Ma-%C3%A8-polemica/1618450

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/virgilio:-e-stata-una-mia-idea-mi-dispiace/1618455

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/care-amiche-ecco-come-e-andata/1618700

La mia lettera aperta

Non è una scelta facile essere coerenti con sé stessi, ma è necessaria quando si crede in qualcosa.
Per questo alle volte è necessario mettersi in discussione anche per le proprie omissioni, e, quando queste provocano ferite, sentirsene responsabili.
Nonostante io, da autrice del libro “Femminicidio”, invitata quale relatrice al convegno, sia estranea alla bagarre insorta sull’illustrazione fascista, mi sento comunque responsabile nei confronti di tutte quelle persone, ma soprattutto di quelle e di quei migranti che si sono sentiti offesi dalla locandina del convegno in cui sarò una delle relatrici.
Mi sento responsabile perché nel vorticare di impegni quotidiani non ho guardato la mail di presentazione del convegno in cui avrei parlato, non ho mai aperto quell’allegato, e l’ho visto solo oggi insieme alle polemiche che l’hanno accompagnato.
Chi come me non fa di mestiere il conferenziere, e di giorno galoppa per imparare una professione e guadagnarsi da vivere come può, di solito non va per il sottile, e le presentazioni le apre il giorno prima dell’incontro, per fare un copia incolla e linkarle sul blog, o su facebook.
Ironia della sorte!
E pensare che, proprio questo mese, quando, invitata come relatrice in un dibattito in paesino romagnolo di provincia, per una iniziativa pubblica ma in fase elettorale, mi sono indignata e ho negato la partecipazione perché il titolo imposto era “Violenza sulle donne: la vera emergenza”, e io non volevo vedere il mio nome associato proprio a quella logica che attraverso il mio impegno io cercavo di decostruire.
Per cui oggi, presi i giornali, ritrovare sulla prima pagina di Repubblica nazionale il seminario cui partecipavo come relatrice per il “manifesto shock” che lo presentava mi ha fatto “un certo effetto”. Devastante.
Devastante come il potere dei media di oscurare per anni il tuo pensiero e di capovolgere il senso del tuo impegno in un solo giorno, e non per una scelta tua.
Devastante. Mi sono sentita morire a constatarne gli “effetti reali”.
Ho letto le spiegazioni dell’Assessora, gli strali lanciati dai politici ed i distinguo dell’Ordine dei giornalisti.
E ho deciso di con-dividere il turbine di emozioni che mi ha avvinto, e di spiegarle, di farne patrimonio comune, perché non sono sentimenti semplici e diretti, né tantomeno formalismi, ma è un mix esplosivo che rischia di divorarmi di rabbia e amarezza se non esternato.
E ho deciso di pubblicare la mia lettera solo sul mio blog, così, chi vorrà leggerla, intorno vi troverà altri frammenti di me e del mio pensiero, potrà conoscermi per quello che sono, e, anche se non parteciperà al seminario, potrà cogliere come i contenuti dello stesso propongano un’analisi che va in senso esattamente opposto a quello securitario e xenofobo cui fa rimando il manifesto.
Il perché delle mie emozioni controverse, seppure io risulti del tutto “esterna” alla polemica insorta, non riesco a racchiuderlo in due righe formali, di quelle tanto gradite dall’ANSA e dai giornalisti, ma non è facile districare i pensieri quando ancora sono troppo impregnati da emozioni negative.
Provo ad andare per punti.

1) Il manifesto

Indubbiamente la scelta è opinabile. E non è facile dirlo per chi invitata tutto ha saputo a cose fatte.
E’ evidente per chiunque che si tratti di una riesumazione di propaganda fascista.
Se l’avessi visto per tempo, avrei consigliato o di spiegare l’illustrazione, o di modificarla, perché è un immagine che altrimenti “parla da sé”, razzista e xenofoba.
E in quanto tale, se inserita nella presentazione di un convegno contro la violenza sulle donne, può dar luogo – come di fatto è avvenuto – a seri fraintendimenti sugli intenti dell’incontro: chi non avesse conoscenza delle relatrici, potrebbe infatti pensare all’ennesimo incontro che declina la violenza sulle donne come un problema di sicurezza e dei migranti.
Così non è.
Perché anzi le relatrici sono tutte giuriste e criminologhe che attraverso i loro scritti e le loro azioni si sono impegnate a combattere gli stereotipi razzisti e securitari che incistano politiche e norme in materia di violenza sessuale.
Sui giornali comunque il problema non è stato frainteso tanto in questo senso, quanto piuttosto si è concentrato sul fatto che l’immagine fascista è stata inserita nell’ambito di un incontro patrocinato dal Comune.
Anche su questo ci sarebbe da riflettere.
Per quanto concerne la scelta dell’immagine. E’ stata indubbiamente infelice, in quanto non “esplicata”, e dunque di per sé offensiva.
Tuttavia, sulla stampa, la si poteva pure spiegare, una volta che ci è finita !!
Il rimando (per lo meno, quello che ci ho visto io oggi!) infatti è un rimando parecchio colto, e che proprio per questo o va spiegato o è inadatto ad accompagnare l’immagine di un seminario pubblico.
Forse può coglierlo solo chi ha “memoria storica” antifascista e antisessista ben radicata.
Ma è un rimando, se spiegato, azzeccato, a mio avviso.
Appena ho visto il manifesto, è stato immediato per me perché era stato messo lì: il rimando è alle marocchinate, la “licenza per stupro” concessa alle truppe di liberazione come premio per aver vinto la linea nemica.
Allora come oggi, il corpo delle donne usato come strumento politico per ottenere consenso.
Allora come oggi, alla base dello sdegno (e della richiesta di risarcimento) che seguì alla coraggiosa denuncia –postuma- dell’UDI, ci fu l’onore nazionale violato, e non la dignità, il corpo, la libertà di ogni singola donna stuprata.
Un “memento”, a ricordare che la retorica alla base dei discorsi e delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne (che quasi tutti, ancora oggi, continuano a ritenere sia solo la violenza sessuale e non anche quella domestica, economica, sociale, culturale..) oggi come allora è la medesima, ed è al servizio del patriarcato.
Dunque, pure un rimando alla opera scientifica di decostruzione femminista fatta dalle autrici, oggi, di quegli stereotipi fascisti, sessisti, razzisti che sono rappresentati nel manifesto fascista e che, ieri come oggi, sono alla base delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne (vedasi da ultimo per quanto riguarda il c.d. d.l. antistupro, il mio commento su zeroviolenzadonne.it, l’articolo di Milli Virgilio sul Manifesto, le note di Tamar Pitch in Questione Criminale).
Questo rimando, l’uso di questo manifesto, viene da una Assessora alle pari opprtunità, con trascorsi femministi, che, forse proprio forte del ruolo ricoperto e per la sua storia, pensava (male) di non dover “rendere conto” della scelta, di non essere fraintendibile negli intenti, e forse anche convinta di parlare a quei famosi quattro lettori, anzi più spesso lettrici, che, “aficionadas”, si interessano a questi temi e popolano questi dibattiti.
Lettrici che conoscono se non di persona almeno per averle già lette da qualche parte le relatrici, e che dunque sanno che tra queste si annidano alcune tra le poche studiose femministe da sempre impegnate nella decostruzione degli stereotipi securitari e razzisti che permeano il discorso pubblico sulla violenza maschile sulle donne. Dunque, lettrici che non possono fraintendere.
Non si tratta di “contorsioni mentali”, come sostiene Lonardo: si tratta di un rimando strumentale a una storia, quella delle marocchinate, che almeno chi si proclama antifascista dovrebbe conoscere.
Un errore madornale buttare lì l’immagine senza darle un senso attraverso una nota esplicativa.
E infatti la politica non perdona, chi rompe paga, e dunque l’assenza di una nota all’illustrazione ha generato risentimenti di eco nazionale, legittimi in quanto ai fini della comunicazione pubblica quella immagine, non commentata, non era immediatamente percepibile nel significato attribuitogli se non (io suppongo) da chi l’ha scelta o dalle “addette ai lavori”.
Ha ragione Lonardo che è necessario, per chi cura l’immagine di eventi pubblici patrocinati dal Comune, mettersi nei panni degli altri.
E di questo, per non averlo fatto, l’Assessora si è presa le sue responsabilità.
In questi casi, chiedere scusa a chi per la propria appartenenza etnica o per la propria storia personale si è sentito offeso, è d’obbligo, aldilà della volontarietà o della casualità dell’offesa.
Così come è d’obbligo ribadire i contenuti del seminario e i soggetti coinvolti, che, proprio e solo a causa dell’immagine, ancora restano ambigui.

2) Lo sciacallaggio mediatico e politico. Basta parlare di altro !!
La rabbia,la passione e la frustrazione.

Uso questo termine di proposito, perché a quanto pare va di moda oggi, perché è evocativo e genera riprovazione e sdegno collettivo della comunità verso chi approfitta, col fine di trarne vantaggio personale, della tragedia collettiva.
Nel caso di specie, la tragedia collettiva sono i numeri della violenza maschile sulle donne, i numeri del femminicidio.
Oggi, ogni tentativo di discorso pubblico sulla violenza maschile contro le donne, diventa oggetto di sciacallaggio. A fini politici, di promozione personale, di consenso sociale, di controllo del territorio.
My body is a battleground.
Quando si tenta di fare un discorso scientifico sulla violenza maschile sulle donne, diventa sempre facile parlare di altro. Perché la realtà “strutturale” della violenza degli uomini sulle donne, come espressione di relazioni di potere diseguali, storicamente determinate, è difficile da spiegare e non fa notizia.
Allora basta un appiglio e il gioco è fatto. Soprattutto in periodo elettorale, quando la politica si gioca, più che in altri momenti, sul corpo delle donne.
E allora via, il corpo della donna diventa oggetto mediatico e politico su cui costruire il consenso. Donna oggetto di stupro, donna oggetto di protezione dalla violenza sessuale con ronde e pene più alte, donna oggetto di battute, donna precaria oggetto di matrimonio per sistemarsi, donna in coma oggetto di gravidanza possibile, donna bella oggetto di dono tra presidenti….
Già donna oggetto. “In quanto donna”. Come nel manifesto fascista, ancora oggi la donna acquista rilievo in quanto madre, moglie, figlia, puttana: cioè in quanto “funzionale” al maschile.
Femminicidio è questo: ogni pratica personale o sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta alla integrità, allo sviluppo psico-fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o morte della vittima nei casi peggiori (…) Il femminicidio è un fatto sociale: la donna viene uccisa nella sua soggettività in quanto donna, perché non accetta di ricoprire il ruolo che l’uomo o la società vorrebbero impersonasse.
Già, “In quanto donna”, nel momento in cui una persona incarnatasi in un corpo femminile e consapevole del suo essere donna nel mondo e nella società e nelle relazioni produce un sapere “di genere”, e attraverso questo occhio consapevole analizza la realtà delle discriminazioni che quotidianamente subisce “in quanto donna”, ecco che non fa più notizia, scompare.
Non è un caso se, quando c’è da riflettere sulle cifre e sulle cause della violenza domestica, prima causa di morte per le donne in Italia, si parla d’altro.
Come per la manifestazione indetta dall’Assemblea cittadina femminista e lesbica per l’otto marzo.
In quella occasione, su tutti i giornali non si parlò dei contenuti portati dalle donne alla manifestazione (antisessista, antifascista, antirazzista), ma trovò spazio solo la polemica col cerimoniere per lo striscione affisso sotto il portico di Palazzo D’Accursio, e la polemica con le autorità per la mancata concessione della zona vietata alle manifestazioni.
Anche quella volta, non fu difficile deviare l’attenzione e parlare di altro.
Anche quella volta, ci fu uno sciacallaggio mediatico e politico.
Già, perché pure lì i compagni trovarono opportuno, proprio il giorno dedicato alle “nostre” celebrazioni, per “solidarietà”, prendersi la piazza (e annessa denuncia) per protestare contro l’ordinanza limitativa delle manifestazioni in centro.
Oggi come allora, è bastato un appiglio per parlare di altro.
Ed è bastato forse anche per svista, perché le elaborazioni femministe sul tema sono talmente di “nicchia”, rispetto a quelle dei “compagni”, che forse se solo gli intervistati avessero conosciuto il pensiero delle relatrici avrebbero parlato di altro e quella provocazione si sarebbe letta appunto come tale, come traccia grafica di quella decostruzione degli stereotipi fascisti sulla violenza contro le donne (ancora oggi così vivi e ancora normativamente riprodotti) che i testi presentati affrontavano per iscritto.
Purtroppo, genera in me rabbia e amarezza che le parole di analisi spese in tanti anni restino vane e sconosciute all’opinione pubblica, che di quel seminario ricorderà solo “quello del manifesto razzista”.
Il potere dei media e della parola pubblica, che non conosce e disconosce la parola delle donne.
Mentre infatti il fascismo ed il razzismo sono immediatamente riconosciuti e riconoscibili, così non è per il sessismo.
Infatti, se al posto dell’immagine incriminata ci fosse stata la solita immagine di donna piangente nuda e rannicchiata su sé stessa, nessuno si sarebbe lamentato.
Già, perché quella immagine, che pure è discriminatoria nell’associare nell’immaginario collettivo il discorso sulla violenza a una donna sola, fragile e bisognosa di tutela e protezione (“vittima”, appunto), non viene percepita come sessista.
Così come pure nessuno si è lamentato dei manifesti della Relish appesi nella nostra città più a lungo che in altre, così come pure l’Ordine dei Giornalisti non si scandalizza per come viene violata la privacy delle vittime di stupro che spesso e volentieri, anche in casi cittadini, sono rese palesemente identificabili, così come …..
Ce ne sarebbero troppi di “così come” da non finire più, e sarebbe un elenco volto non a giustificare l’errore di cui sopra in cui è incappata l’Amministrazione bolognese e gli effetti deleteri cui ha dato luogo, ma sarebbe volto a evidenziare come i discorsi pubblici sulla violenza contro le donne passino sempre sul corpo delle donne, sulla parola delle donne, e mai attraverso un pensiero ed una analisi di genere, che sempre viene calpestata tra le priorità.
Ci sono sempre uomini pronti a parlare di altro a partire dal corpo delle donne.
Ci sono sempre giornalisti pronti a intervistare uomini che parlino “sulle donne” e “per le donne”.
Ci sono sempre sciacalli pronti a costruire emergenze e ricavarne consenso.
Ricordo ancora la rabbia quando, ai tempi del pacchetto sicurezza proposto dal centrosinistra a seguito dell’omicidio di Giovanna Reggiani, scrissi furente sul rapporto tra controllo della sessualità e controllo del territorio, razzismo, sessismo e politiche securitarie…e da allora è stato un continuo, ultima tappa Terni, proprio due settimane fa.
Di qui la rabbia per il silenzio assordante sulle analisi femministe e di genere della violenza sulle donne, di qui l’amarezza per come, sistematicamente, emergano appigli per parlare di altro, negando cittadinanza al pensiero delle donne ed alla soggettività politica, scientifica, culturale delle stesse.
Domani parlerò di femminicidio, ma un mio contributo su sessismo, fascismo e razzismo lo si trova qui:
http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article824
http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?tool=tvp&vid=522
http://femminicidio.blogspot.com/search/label/sicurezza
http://www.giuristidemocratici.it/what?news_id=20061122082612
Barbara Spinelli, autrice del libro “Femminicidio”
(non l’editorialista de “LA STAMPA” !)

Zingari d’Italia

Si è inaugurata venerdì 17 aprile a Treviso, presso lo spazio espositivo multidisciplinare per le arti applicate XYZ, la mostra fotografica Zingari d’Italia. Curata da Fabrizio Urettini e Matteo Segna con la collaborazione di Mauro Raspanti (già curatore della mostra L’estraneo tra noi. La figura dello zingaro nell’immaginario italiano) e della Scuola di Pace di Bologna, la mostra intende, attraverso le fotografie di un gruppo di fotografi professionisti e non (Giorgio De Acutis, Fabio Del Piano, Valter Molinaro, Marco Donatiello e Eugenio Viceconte), andare oltre lo stereotipo razzista che vorrebbe tutt* gli/le "zingari/e" ladr*, rapitori di bambin* e stupratori, stereotipo che non si è fermato neanche dinanzi alla tragedia del terremoto in Abruzzo, quando molti sfollati di etnia rom e sinta sono stati pesantemente discriminati e definiti "sciacalli".

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Barbara Spinelli a proposito del seminario su femminicidi, ginocidi e violenza contro le donne e delle polemiche sul manifesto

Poiché sono una delle relatrici al seminario di domani, nel darne notizia ho scelto di prendere parola. Per capirci.

di Barbara Spinelli

http://femminicidio.blogspot.com

manifesto

I fatti

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/Manifesto-fascista-e-razzista-il-Comune-si-scusa-Ma-%C3%A8-polemica/1618450

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/virgilio:-e-stata-una-mia-idea-mi-dispiace/1618455

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/care-amiche-ecco-come-e-andata/1618700

La mia lettera aperta

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Quando antisessismo fa rima con razzismo…

Un manifesto prodotto nel 1944 dal Nucleo Propaganda (organismo creato dal Ministero della Cultura Popolare della Repubblica Sociale Italiana per curare l’organizzazione della propaganda sul fronte della "guerra psicologica"), è stato utilizzato per pubblicizzare, via mail, il seminario Femminicidi, ginocidi e violenza sulle donne, promosso dal Comune di Bologna e dal Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne con l’adesione di diverse realtà femminili/femministe (Associazione Orlando, Armonie, Casa delle Donne per non subire violenza, UDI, SOS Donna …).

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Le magliette di moda nell’esercito israeliano: “meglio ammazzarli da piccoli”

Ishot2killsLa denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.

E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.

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Caffarella, perché Loyos il biondino confessò?

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Chiunque con un minimo di sale in zucca e un po’ di onestà intellettuale si domanda se è giusto dedicare così tante prime pagine ad un solo stupro da cinque settimane a questa parte e zero righe, o piccole brevi, alle decine o centinaia di altre ragazze e donne stuprate in Italia in queste settimane.

Su questo piano è evidente che sono sempre necessarie considerazioni su due aspetti: 1) l’uso politico dei romeni che stuprano una minorenne italiana, perfetti per tener desto l’allarme sicurezza; 2) la spettacolarizzazione del caso, ovvero l’uscita dal contesto informativo per entrare in un contesto seriale per il quale si segue quella storia a puntate fino alla soluzione del giallo ma non si segue un’altra storia analoga che va in onda su di un altro canale.

Nel caso della Caffarella però è a questo punto necessario esprimere un dubbio terribile che se confermato sarebbe un’onta per un paese civile e uno stato di diritto.

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Economia politica dello stupro

Di seguito (e tanto per cambiare fuori "tempo") il mio articolo Economia politica dello stupro (che riprende il titolo di un post scritto  in Marginalia qualche tempo prima) pubblicato sul numero dell’8 marzo del settimanale Umanità Nova, all’interno di un dossier che, se vi siete pers* il numero, potete leggere on line sul sito della rivista.

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Tutta colpa di Beccaria

Poco abituato alla tenerezza ed alle coccole, specialmente da parte di componenti delle forze di polizia, il rumeno Alexandru Isztoika Loyos ha letteralmente perso la bussola.

Di fronte alla gentilezza, al calore umano che le voci degli interroganti gli facevano sentire mentre gli chiedevano con interesse partecipato cosa sapesse degli avvenimenti della Caffarella, il povero Alexandru non ha saputo resistere ed ha raccontato, a quei nuovi simpatici amici che non sapeva di avere, quello che loro avevano necessità di sentirsi dire.

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Violentate da 10 anni denunciano il padre a Roma

http://www.glocallife.org/media/4/20070723-dolce-e-gabbana_small.jpg

ROMA 13 marzo – Hanno vissuto dieci anni di inferno due sorelle, che oggi hanno rispettivamente 17 e 18 anni, abusate sessualmente dal proprio padre, un romano di 40 anni, arrestato oggi dai carabinieri della compagnia di Tivoli dopo la denuncia presentata dalle stesse giovani che hanno trovato il coraggio di porre fine al’incubo iniziato quando non erano ancora adolescenti.

Cosa amano gli uomini, il sesso? E’ probabile, piace anche alle donne farlo.

Ma chi è che TE LO  DA’  GRATIS  L’ORRORE DI VIVERE come raccontava Antonio Rezza?

In famiglia non costa niente, se è piccola meglio ancora, starà zitta e magari le piace. La storia è vecchia e universale. Di nuovo c’è che si denuncia.

Si denunciano gli abusi sessuali, le violenze, le botte, la sopraffazione malgrado la paura, malgrado il percorso martirizzante che aspetta chi DENUNCIA, sempre.

Si tornerà a raccontare tutto a magistrati, psicologi e assistenti sociali, non sempre degni di questo nome come affronta in un articolo l’Ucpi.

Si fanno puntate e convegni su cittadini stranieri «irregolari» e i figli che verranno da Loro e quelli che sono arrivati e delinquono. Cosa dobbiamo ancora “vedere”  per capire in quale Gabbia di rivoltante  Cultura della Violenza viviamo?

Ma qualcuno di noi davvero fà tutto quel che può, per sapere che fine ha fatto chi la violenza l’ha subita, dove starà, cosa sarà di quel corpo? Dopo la denuncia che è arrivata: una su 100.

O andiamo da un  Porta a Porta che ci offre “in esclusiva” una video-intervista alla figlia della teleimbonitrice Vanna Marchi che richiede un accertamento medico  sulle condizioni di salute di Stefania Nobili ? O tra Uomini e donne, Tronisti Incontentabili ? O a Casa del Grande Fratello dove Vittorio, porcellone della casa del gf, prepara la capanna per dormirci con Laura, che consenziente, si dimostra più porcellina di lui!!!

? Vogliamo discutere sul Dna dell’Autore? Sarà Doc anche la violenza?

Solo aprire una pagina di internet o della stampa, sulle notizie, sulle finestre nel mondo, oggi scusate (ma da tempo)  mi ripugna. E leggo leggo, leggiamo anche questo…lo stupro di gruppo usato come mezzo per ‘curare’ le donne lesbiche. Lo denuncia oggi un rapporto della Organizzazione non governativa (Ong) ActionAid intitolato ‘Crimini d’odio: l’aumento dello stupro correttivo in Sudafrica’.

E ancora: Aumenta la violenza sulle donne, in casa e durante il matrimonio: Alla domanda “Il comportamento violento si esprime solo in famiglia?” risponde “si” il 69% delle vittime italiane.

Servirà la DENUNCIA? Servirà la PROTESTA?

L’omertà nasce insegnandola ai  piccoli:  ci si vergogna di dire, si teme. Ti sbattano in faccia menzogne dalla mattina alla sera, un mondo facile che te la da gratis la felicità e il buco dove infilare la frustrazione. Ci regalano violenza, vorrei capire cosa ci guadagniamo noi, a pigliarla Gratis questa Apocalipse Show, anche se ci dicono Fidati…

Doriana Goracci

Rezza