domenica 01 agosto 2010, 05:27

Gli articoli con tag: " solidarietà "

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (seconda parte)

Juarez3 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Contexto è un’organizzazione boliviana nata circa 20 anni fa nella città di La Paz ma nel frattempo ha aperto nuove sedi anche in altri municipi. Oggi si contano 19 sedi nel Municipio della capitale La Paz e 13 sedi nel Municipio di Potosi.
E’ un’istituzione cattolica di sviluppo sociale che promuove lo sviluppo sociale e culturale dei settori popolari. Il lavoro fin qui profuso è orientato verso la realizzazione di una società fraterna, solidale, degna, giusta e sovrana.
Tra i componenti di questo gruppo sociale c’è anche Màxima Apaza che ci lavora dalla sua nascita.
Màxima appartiene alla nazionalità Aymara la più numerosa della Bolivia che oggi è un soggetto propulsivo della Rivoluzione Socialista Democratica in atto.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Testimonianze dal lager di Corelli in sciopero della fame

A Corelli, dopo giorni di sciopero della fame i detenuti e le detenute cominciano ad essere debilitati ed indeboliti. Ad alcune ragazze del reparto trans sono state fatte flebo di liquidi; una è stata portata in ospedale. I detenuti hanno fatto la richiesta per esser pesati e controllati costantemente da personale medico, come è prassi durante ogni sciopero della fame, ma questo, nel centro di Corelli,  non avviene. Tuttavia, nonostante le difficoltà, i reclusi continuano con determinazione, supportati anche dalla solidarietà degli antirazzisti che continuamente portano acqua e succhi al centro e mantengono ininterrottamente i contatti. 

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Un po’ di ribellione

Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“. … Leggi tutto

“Lo sbarco, la nave dei diritti da Barcellona a Genova”

Immagine anteprima YouTubeFonte: www.losbarco.org

Sotto riporto il manifesto dell’iniziativa:

“Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona.
Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale.
Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi.
In Spagna, negli ultimi mesi, sono usciti molti articoli raccontando quello che avviene in Italia, a volte in toni scandalistici, più spesso in toni perplessi, preoccupati, sconcertati.
Si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell’aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell’esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam.
Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane.
E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute.
Al termine di un percorso che abbiamo appena iniziato, vogliamo quindi organizzare una nave che parta da Barcellona e arrivi a Civitavecchia (o a Genova).
Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria.
Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato.
Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio.
Creiamo ponti, non muri.
È un grido di aiuto e solidarietà, che vogliamo unisca chi sta assistendo da fuori a un imbarbarimento pericoloso a coloro che già stanno resistendo e non devono essere lasciati/e soli/e.
Non siamo un partito, non siamo una fondazione, non sventoliamo bandiere, tanto meno bianche. Siamo piuttosto un movimento di cittadini/e che non gode di alcun finanziamento.”

QUANDO E COME

“La nave, un servizio di linea di cui occuperemmo una parte, dovrebbe partire giovedì 24 GIUGNO sera e rientrare domenica 27 GIUGNO sera. Durante il viaggio prevediamo di svolgere attività di vario tipo. Se hai qualche proposta, segnalacela.

Stiamo cercando di contrattare dei prezzi accessibili (intorno ai 100 Euro per persona) e penseremo a forme di autofinanziamento (collette, sottoscrizioni, feste…) affinchè anche coloro che hanno difficoltà economiche (studenti, disoccupati, famiglie numerose…) possano partecipare. Aiutaci!

Stiamo lavorando su due possibili destinazioni:

- o Civitavecchia (e quindi: Roma) la nave in questo caso, essendo più grande, offre più servizi e ha saloni a disposizione per riunirsi, fare attività.

- o Genova, con il vantaggio di arrivare subito nel centro urbano.

Si tratterebbe poi di organizzare un’ospitalità per UNA NOTTE e una giornata nella città di destinazione, in una piazza, con eventi, incontri, quanto nascerà.

Vi chiediamo:

· di far girare questa informazione e mandare osservazioni, il lavoro è in progress

·di partecipare al viaggio se vivete qua o di aiutarci a preparare la parte di manifestazione “in Italia”: l’obiettivo è che partano 1000 persone (di tutte le età), altrimenti si penserà ad altro.

·Chiediamo anche un’adesione simbolica a gruppi italiani, europei, extraeuropei e a singole persone, intellettuali o meno, con messaggi di testo o video.”

Fonte: www.losbarco.org

I buoni vacanze

20gen10
Anche oggi una brutta notizia.
Da una legge del 2001 sono riusciti a erogare i buoni vacanze (http://www2.buonivacanze.it/ ) per chi non ha abbastanza denaro per andare in vacanza e addirittura all’estero.

Zitti zitti ci stanno provando da chissà quanto ma di nascosto.

In pratica è l’ennesimo giro d’affari forzato per legge a beneficio di una categoria ed a danno di chi dovrebbe invece risparmiare perché troppo povero per andare in vacanza.

Invece di dire ai poveri di risparmiare perché il futuro è incerto (Crisi, debito pubblico che si è mangiato il valore del Demanio causando in pratica il fallimento sostanziale dell’Italia e prezzo del petrolio che nei prossimi dieci anni schizzerà verso l’alto nell’ultima corsa prima della sua fine tra massimo cinquant’anni) invitano i poveri italiani a buttar via tutti i loro pochi risparmi nei viaggi di cui rimarranno solo una manciata di fotografie e per assicurarsi che spendano proprio tutto, lo Stato, a spese dei senza reddito come me divorati dalle tasse indirette, gli dà quello che gli manca per “bruciarli” tutti.

Incredibile!
Una volta cercavano di attirare i turisti stranieri a spendere in Italia come tutt’ora fanno gli intelligentissimi napoletani della Camera di commercio di Salerno che danno un contributo a fondo perduto per portare stranieri e forestieri a Salerno e non per portare i salernitani all’estero: http://www.eolopress.it/eolo/index.php?option=com_content&view=article&id=1630:contributi-per-i-soggiorni-turistici&catid=66:turismo&Itemid=111 e http://www.sa.camcom.it/images/articoli/files/391.pdf oggi invece danno i soldi gratis alla categoria turistica con aggiunta di tutti i risparmi di quelli che non dovrebbero spendere.

In fondo è la solita legge salva categoria, in questo caso turistica.

Per anni la hanno “menata” con il fatto che lo Stato non doveva più influire: viva la libera concorrenza tra libere imprese, ed ora si è tornati al giro d’affari per legge e sostegno delle imprese con i soldi pubblici.

Ormai siamo al cannibalismo.
Invece di dare piccoli contributi agli stranieri per favorire il turismo dall’estero, portando dollari e yen in Italia, tentano i poveri italiani a spendere tutti i risparmi dell’anno per portare i soldi all’estero.

Sono decenni che sento che bisogna portare turismo straniero in Italia e che purtroppo ci sono altri paesi europei che sono più concorrenziali.
Si vede che ormai l’Italia ha fallito anche in questo e siamo al cannibalismo dei poveri che non sono abbastanza intelligenti da pensare al domani.

Uno che conosco, se ha voluto salvare la sua vita e quella della moglie, ha dovuto spendere quasi un miliardo di trattamenti medici gli ultimi tempi della lira.

Mia nonna, nata nel 1897, diceva che quando i soldi mancano bisogna stare buoni: non muoversi e non fare nulla.
Invece invitano menefreghisticamente di Stato, a spendere tutto. Oltretutto per il loro bene!
Che solidarietà costituzionale!

Inoltre l’Italia è uno dei paesi più belli del mondo e con una altissima densità di attrazioni, in cui trovi la vacanza anche poco fuori della tua città. Anche facendo l’avanti e indietro ogni giorno da casa tua con grande convenienza.

Come è mai che vogliono garantire un reddito alla categoria turistica o ripianare i loro debiti? Chi sono i proprietari delle aziende? I loro bambini che hanno bighellonato tutta l’”infanzia” a zonzo per il mondo ed ora vogliono pure recuperare i soldi di papà?
Comunque mi è capitato per caso di imbattermi in una vecchia notizia in cui si parlava di un celebre uomo politico (definitosi consulente) proprietario di un’ottantina di agenzie viaggi che stavano affogando nei debiti: (http://it.wikipedia.org/wiki/Crac_Parmalat).

Ma dessero quei contributi direttamente, senza condizioni ai poveri che ne faranno quel che vogliono!

Chissà perché mi viene in mente una celebre frase attribuita ad una signora che per il popolo perdeva la testa: “se il popolo non ha pane mangiasse brioches”.
Ed anche: “i poveri sono il pascolo dei ricchi” (Bibbia).

Insomma, poveracci come me: ci vogliono proprio mangiare, si salvi chi può!

“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Anarchia e Che il Mediterraneo Sia non una bara

Anarchist flag

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Sussurri e grida di Donne Giornalismo da Montalto e dintorni

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Nell’Italia che privatizza, arrivano i guerrieri dell’acqua

zanotelli6 Dall’America latina all’Europa, i protagonisti delle battaglie internazionali in difesa dell’ acqua per una serie di incontri e conferenze:
Dalla Bolivia Oscar Olivera, dal Messico Raquel Gutierrez, dall’Irlanda John Holloway, dall’Italia padre Alex Zanotelli.
Testimonianze e confronti sul valore rivoluzionario del bene comune acqua, che attorno a sé riassume le contraddizioni della nostra epoca, ispirando la creazione di nuovi orizzonti possibili. Un evento tanto più significativo, nell’Italia che privatizza l’acqua.
Verrà presentato il libro “La Rivoluzione dell’Acqua – La Bolivia che ha cambiato il mondo” [ed. Carta – a cura di Yaku], sulla Guerra dell’Acqua di Cochabamba di cui cadono i dieci anni. Insieme agli autori, Oscar Olivera e Raquel Gutierrez e la partecipazione di John Holloway.

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Ora Basta!!

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La nuova scuola: Morucci, Mughini e Tassinari

casapound Viene da Napoli e merita un commento.

Comunicato

Si chiarisce in termini sempre più gravi quello che è successo oggi a Materdei: Una piccola piazza Navona! [...] Di sei-sette studenti, alcuni attacchinavano e altri seguivano coi motorini per monitorare la situazione viste le aggressioni già registrate su quel territorio. [...] All’altezza di piazzetta Materdei è sbucata dal vicolo una squadra di 15 persone con caschi e mazze tricolori, nella triste re-miniscenza di piazza Navona, urlando “il quartiere è nostro!”[...]
Gli studenti sono stati aggrediti con spranghe e mazze! Con sé non avevano niente se non il secchio e la scopa per attacchinare. Il tutto è avvenuto in pieno giorno in mezzo al quartiere e quindi tanta gente ha potuto vedere coi suoi occhi quello che è successo e come sono andate le cose! [...] uno degli studenti della Rete, L.T. di 19 anni, ha subito diverse botte con le mazze e in questo momento è all’Ospedale Cardarelli. I medici gli hanno riscontrato un grumo di sangue nei polmoni e un principio di enfisema (una bolla d’aria che comprime il polmone prodotta probabilmente dagli “urti” delle mazze…)

Rete antifascista e antirazzista napoletana

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Menù per gli Amici e Alleati della Violenza

http://4.bp.blogspot.com/_lfmdy4z1czE/SLErbfSDdKI/AAAAAAAAAXU/hh61k2nNk-w/s320/statua_della_guerra.jpg

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