Tuesday 07 February 2012, 06:43

Gli articoli con tag: " Società "

Perù: amnistia e repressione

Attraverso quattro decreti legislativi, il governo di Alan Garcia prima di uscire di scena sembra voler fare un ultimo regalo ai militari e a coloro che – ora lo si può dire con certezza – sono gli alleati di sempre: i fujimoristi.

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Come una cozza allo scoglio, Berlusconi s’attacca al porcello

Non sono pugnalate, Fini, non è Bruto né Cassio e, nei panni di Cesare, Berlusconi fa cilecca persino come caricatura, ma trentatre sono i colpi contati, trentatre le astensioni, una raffica, e dopo la standing ovation dei fedelissimi e il patetico saluto romano, il piccolo re s’è ritrovato nudo. Nulla v’è al mondo che in eterno duri e ora sì, ora saremmo davvero alle comiche finali, se in fondo al tunnel non apparisse lo spettro del naufragio.

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Perù: Anniversario Bagua- Comunicato stampa e dossier informativo della Piattaforma Europa Perù- PEP

Comunicato stampa

PEP- PLATAFORMA EUROPA PERU’

I Popoli indigeni rispettati però l’Amazzonia a rischio?

Un anno fa, il 5 giugno del 2009, il Perù e il mondo intero si sono inorriditi per il peggiore episodio di violenza che il paese ha conosciuto dalla fine del conflitto armato. Morirono 33 persone tra poliziotti e civili e altre 82 persone risultarono ferite durante lo sgombero forzato di migliaia di indigeni che avevano bloccato per quasi due mesi una delle principali strade dell’Amazzonia nei pressi di Bagua. I popoli indigeni peruviani avevano ricorso a questa protesta perché minacciati da un pacchetto di decreti legislativi emesso dal governo e per la crescente presenza di imprese petrolifere che attentano ai loro territori e vite. A partire da quella data il governo peruviano non poteva continuare ad adottare decisioni sulle politiche economiche che hanno un impatto sulla vita della popolazione indigena senza che questa sia consultata.

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Con il capitalismo non ci sará futuro per nessuno: né per i ricchi e né per i poveri.

(Ho ricevuto un messaggio di posta elettronica da un compagno in lingua portoghese, mi é piaciuto, l´ho tradotto e adattato in italiano e lo copio qui in basso. Purtroppo non conosco l´autore del pezzo, ma le fonti non mancano) … Leggi tutto

Caso Vividown: Google condannata. La parola alla difesa

Come è noto, all’inizio di questa settimana sono state depositate le motivazioni della sentenza che alla fine di febbraio scorso aveva suscitato, non solo in Italia, numerose polemiche e commenti, per lo più sfavorevoli.

Elda Brogi per Teutas

Si tratta del caso che ha visto quattro dirigenti di Google chiamati a rispondere di fronte al tribunale penale di Milano per violazione della privacy e concorso omissivo nel reato di diffamazione.

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REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (ultima parte)

Juarez5 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

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Realtà e stereotipi

A Roma, presso l’Accademia di Romania di Valle Giulia, è stato presentato, giovedì 25 marzo, il volume “I romeni in Italia tra rifiuto ed accoglienza”. Di cosa si tratta?! Questo lavoro, voluto dalle Caritas italiana e rumena, ripercorre la storia del rapporto tra Italia e Romania, cercando di riflettere sul ruolo che i romeni possono avere nella costruzione di un’Italia multiculturale, partendo da dati di fatto. … Leggi tutto

Nord e Sud: due scuole ma un unico dramma

Fu il miraggio di una collaborazione con le forze della sinistra “liberale” a suggerire a Turati la formula ambigua che affidò la soluzione dei problemi del Mezzogiorno a una “egemonia della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla, anzi, per sollevarla e per emanciparla“. La scelta – una delle più infelici del riformismo di Turati – consolidò il fronte borghese e spaccò il movimento operaio a tutto vantaggio degli imprenditori. E’ una lezione da cui la sinistra non ha mai ricavato le conseguenze. … Leggi tutto

(REPORTAGE) Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

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Il berlusconismo darà la salute agli infermi

Frida, el marxismo Uno dei passaggi più raccapriccianti del comizio di Silvio Berlusconi di sabato a Roma, oltre alla menzogna dell’Europa che senza Berlusconi avrebbe liberalizzato la pedofilia (sic) detta e ripetuta da Umberto Bossi, è stato il promettere la cura del cancro. Chi era in piazza descrive la brava gente presente a San Giovanni come un po’ imbarazzata da alcuni passaggi dello show del capo del governo. Mi piace pensare che sia vero in particolare per tale punto.

Nel promettere qualunque cosa le persone volessero sentirsi dire, dai cento milioni di alberi al dimezzamento delle tasse, pochi commentatori si sono soffermati sul passaggio della promessa di curare il cancro fatta dal “presidente oncologo” o, meglio, dal “presidente padrepio”. Peccato, perché il passaggio sul cancro avrebbe meritato i titoli dei quotidiani che invece sono stati catturati da un mero problema matematico sul numero dei presenti.

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Strumenti di tortura vendesi. Coinvolte anche cinque ditte italiane

Umberto de Giovannangeli – L’Unità Esportare strumenti atti alle torture. Affari che grondano sangue. Alcune aziende di Paesi europei, in particolare Germania e Repubblica ceca ma anche Italia, traggono profitto da un cono d’ombra giuridico che consente loro di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove Stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio. A denunciarlo è un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’Uomo con sede centrale a Londra. Fra questi «strumenti di tortura» figurano manette per appendere persone al muro, blocca-caviglie, batterie per somministrare scariche elettriche e «aerosol di prodotti chimici», serrapollici in metallo, viene precisato nel rapporto che sarà discusso oggi dalla sottocommissione per i diritti dell’Uomo del Parlamento europeo. «Fornitori di attrezzature per l’applicazione della legge in Italia e Spagna – si afferma nel rapporto – hanno promosso la vendita di “manette” o “manicotti” da elettroshock da usare su detenuti» con scariche anche da 50 mila volt.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Intervista a Màxima Apaza del popolo aymara della Bolivia

Contexto è un’organizzazione boliviana nata circa 20 anni fa nella città di La Paz ma nel frattempo ha aperto nuove sedi anche in altri municipi. Oggi si contano 19 sedi nel Municipio della capitale La Paz e 13 sedi nel Municipio di Potosi.
E’ un’istituzione cattolica di sviluppo sociale che promuove lo sviluppo sociale e culturale dei settori popolari. Il lavoro fin qui profuso è orientato verso la realizzazione di una società fraterna, solidale, degna, giusta e sovrana.
Tra i componenti di questo gruppo sociale c’è anche Màxima Apaza che ci lavora dalla sua nascita.
Màxima appartiene alla nazionalità Aymara la più numerosa della Bolivia che oggi è un soggetto propulsivo della Rivoluzione Socialista Democratica in atto.

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Non vinceremo subito

Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario“, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male.”Il Manifesto” del 12 annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa. La “società civile“, dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione“. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà. … Leggi tutto

La guerra civile c’è già

Due o tre cose. La guerra civile è già cominciata e da un po, solo che nessuno ci vuole credere e guarda da un’altra parte. Pensa a questa eventualità, pensando così di allontanarla, con gli spari per le strade ( cosa che avviene già, pensando non al primo caso di bomba carta alla sede del PD ai Parioli avvenuto in pieno pomeriggio) pensa ai pestaggi ( altrettanto cosa che avviene da parte di Forza nuova e di Casa Pound contro Gay, omosessuali, "comunisti" e tutti lo nascondono come "ragazzate") alle barricate ( altrettanto avviene se si pensa alle decine di presidi fra popolo viola, lavoratori sui tetti sulle torri, e cosi via) ai morti e feriti ( cosa che avvengono non solo con gli omicidi bianchi (che tra l’altro son sempre avvenuti) ma con i suicidi per lo spettro della disoccupazione e perdita di identità).

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