Friday 25 May 2012, 06:51

Gli articoli con tag: " sfruttamento "

Attività per la libertà della Palestina in Argentina. Una lotta colpita dalla repressione. Intervista

Come compagni delle Brisop (Brigate per la solidarietà e per la pace) abbiamo intervistato il compagno Dario, di Buenos Aires, venuto in Italia per intervenire al campo estivo organizzato a Viareggio dall’Unione democratica arabo-palestinese.

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La politica il mondo il clima ai Bambini, come era Severn Suzuki

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Era il 26 luglio di quest’anno quando scoprii l’esistenza di Severn Suzuki e scrissi “Una poco più che bambina, aveva 12 anni, Severn Suzuki  parlò con chiarezza di fronte ad una platea spettacolare, rinfrescatevi con questo video: Severn Suzuki la ragazzina che zitti il mondo per 6 minuti “. Come non ribellarmi a dichiarazioni- notizie di questo tipo?

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha aperto il vertice sul clima rimproverando la comunità  internazionale per la “lentezza glaciale” dei negoziati in un nuovo trattato internazionale che sostituisca il protocollo di Kyoto. Il presidente Usa Obama: “Rischiamo una catastrofe”. Cina: impegno a una forte riduzione di Co2 entro il 2020“. Sono passati già 25 anni da quando prese la parola una bambina nel 1992 a Rio de Janeiro, dove  si svolse il primo Summit della Terra!

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L’articolo più razzista dell’anno 2009. Bombe al napalm contro i ‘selvaggi’

andr_s_bedoya_ugarteche_junio_2009_ L’organizzazione per i diritti umani Survival International ha nominato “l’articolo più razzista” dell’anno. A vincere il premio è un appello a bombardare con il napalm gli Indiani del Perù pubblicato dal quotidiano nazionale peruviano El Correo [a firma Andrés Bedoya Ugarteche, nell’immagine in caricatura].
Nell’articolo, i popoli indigeni vengono chiamati “selvaggi” “paleolitici” e “primitivi”; secondo l’autore, le loro lingue non conterebbero più di otto parole e, nel corso delle proteste che hanno recentemente paralizzato gran parte dell’Amazzonia peruviana, sarebbero stati manipolati da “escrementi comunisti”.

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Víctor Polay Campos: una vita spesa nella guerra all’ingiustizia

di Marinella Correggia, Annalisa Melandri

“Il Manifesto”, 10 settembre 2009

«Ora soluzione politica»

Intervista dal carcere del Callao, dove è sepolto vivo da quasi 20 anni, a Víctor Polay, leader dell’Mrta, il Movimento rivoluzionario Túpac Amaru. «La nostra lotta era giusta e non è stata vana. Ma il tempo delle armi è finito: in Perú e in una America latina che va vista con speranza e ottimismo»

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Yes, sfollare e C.A.S.E. dell’Aquila

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Ecuador: Proposta di legge per la gestione pubblica dell’acqua

acqua Presentato il progetto di legge che proibisce la privatizzazione dell’acqua in Ecuador

Quito, 6 settembre 2009
Davide Matrone

Nel secondo capitolo denominato "Diritto del buon vivere" e nell’art. 12 della nuova Costituzione dell’Ecuador si parla chiaro:

"Il diritto umano all’acqua è fondamentale ed irrinunciabile. L’acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico inalienabile ed essenziale per la vita".

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Lettera aperta: costruiamo insieme un’altra Italia.

"[Questa lettera è tratta da un dibattito sviluppatosi sul sito del “Giornalismo Partecipativo” www.gennarocarotenuto.it].

Siamo uomini e donne che credono nell’altra Italia.

Quell’Italia onesta che lavora, che resiste, che vuole costruire un Paese migliore. Quell’Italia che negli ultimi tempi è stata fin troppo oscurata dall’Italia dei padroni e dei padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti.

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Viva l’altra Italia. Chi ci sta a darle voce?

L’articolo sull’altra Italia, pubblicato venerdì scorso (http://www.gennarocarotenuto.it/10101-viva-litalia-che-resiste-diamole-voce/), è riuscito a dar vita ad un dibattito che ha in qualche modo raccolto la provocazione con cui si chiudeva il pezzo, chiedendo se ci si dovesse veramente arrendere all’idea che l’unica alternativa politica alle destre, sul piano amministrativo, fosse lo stile di Vendola in Puglia. … Leggi tutto

Padre Albino Bizzotto in sciopero della fame contro la base di Vicenza

Dal 2 al 13 settembre a Vicenza si svolgerà il Festival No Dal Molin (dai un’occhiata al programma e vedi se riesci a fare un salto), l’ennesima occasione d’impegno, di riflessione e di lotta per una comunità – quella vicentina contro la base di guerra americana – che sta dimostrando di sapere tener testa a decisioni prese sopra la testa dei cittadini, a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca, tanto dai governi di destra quanto da quelli di (sedicente) sinistra.

Il Festival sarà un’occasione di solidarietà per una città ferita (i lavori di costruzione della base sono, tristemente, iniziati), ma anche di riflessione e allegria, tra concerti, conferenze, dibattiti e quant’altro. Obiettivo, gridare forte che i giochi non sono ancora fatti e che il compito è lo stesso di sempre: «resistere un minuto di più». Un compito che sarebbe più facile se le frastagliatissime sinistre e, più in generale, il movimento contro la guerra non avessero deciso di tacere. L’invito è quindi a tornare a far sentire la propria voce (di pace), a ri-esporre le bandiere arcobaleno, a pretendere che i media tornino a parlare di Vicenza e di quella base che un’ideologia di guerra sta costruendo al Dal Molin, un invito del quale questo blog vuole nel suo piccolo farsi megafono.

A partire da ieri, mercoledì 19 agosto, padre Albino Bizzotto, fondatore dei Beati Costruttori di Pace ha iniziato uno sciopero della fame perché, spiega in un intervista al manifesto, «mi sono reso conto che di Vicenza e della base americana al Dal Molin in questo periodo di ferie non parla più nessuno, a parte i vicentini». Ma «questa della base americana non è una questione che riguarda solo Vicenza, riguarda tutta l’Italia», se non si vuole continuare «ad avere un rapporto tra popoli [...] tradotto in rapporti di guerra». E ancora: «sta passando una assuefazione al degrado, al peggio che fa paura» (e pensare che qualche spiritoso ha proposto Berlusconi per il nobel per la pace).

Del resto, è sufficiente osservare gli effetti di questa politica di guerra, cui l’occidente non sembra disposto in nessun modo a rinunciare, per capire quale sia la posta in palio a Vicenza. Da un lato c’è il diritto di una comunità a decidere del proprio futuro e modellare a piacimento la propria città; dall’altro, la considerazione che da Vicenza partiranno quegli aerei che colpiranno i prossimi obiettivi americani, tanto in Medio Oriente quanto in Africa; e quale sia la vera natura dei target “militari” lo dicono i dati bruti: circa duemila vittime civili soltanto nel corso del 2008, una cifra enorme, che non può essere liquidata tirando in ballo i soliti «effetti collaterali».

Il fallimento del collaudato modello di politica estera basato sull’uso della forza è sotto gli occhi di tutti. Anche i recenti attentati in Afghanistan e in Iraq, col loro spaventoso carico di morte, lungi dall’essere una dimostrazione del fatto che non si può “mollare” abbandonando in tal modo i civili a se stessi, costituiscono l’ennesima prova che l’intervento militare non è in grado di portare stabilità e pace; né del resto è credibile la natura pacifica di missioni che permettono l’occupazione di un Paese e lo sfruttamento delle sue risorse. Intendiamoci: né il regime di Saddam Hussein, né quello dei talebani meritavano di sopravvivere; ma i vari fondamentalismi hanno buon gioco, oggi, a rivendicare per i propri appartenenti lo status di guerriglieri, o magari di resistenti, anche quando colpiscono nel mucchio, facendo strage di civili. Non fanno forse la stessa cosa, in Iraq e in Afghanistan, le «democrazie» occidentali? Qualcuno ha detto che la democrazia non si esporta con le armi; si potrebbe aggiungere che bisogna stare particolarmente attenti all’esempio che si dà, e che ogni strage di civili per mano della coalizione occidentale è un ennesimo invito all’avversario a continuare per la propria strada.

Già si è detto del parere del generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’aeronautica militare, circa l’impossibilità di evitare vittime civili se i nostri Tornado utilizzaranno le armi di bordo, in un primo momento escluse dalla missione in Afghanistan, ma recentemente autorizzate. A stretto giro di posta, lo stato maggiore della difesa fa sapere che i «cannoncini in dotazione sui caccia Tornado» aiutano a proteggere le forze della coalizione in Afghanistan e sono sicuri per quanto riguarda «eventuali danni collaterali». Staremo, naturalmente, a vedere, ma quanto fatto finora per proteggere i civili durante il bombardamento degli obiettivi sensibili non dispone certo all’ottimismo.

Dalla base di Vicenza eravamo partiti e alle basi Usa torniamo, rilevando l’inclinazione della nuova amministrazione per la politica militare di George W. Bush. In base alla “attualizzazione” di un accordo militare con la Colombia, infatti, gli Stati uniti d’America sarebbero in procinto di installare altre 7 basi (il Congresso ha già approvato un finanziamento di 46 milioni di dollari), anche per compensare la perdita della grande base di Manta, in Ecuador, il cui accordo di utilizzo scade a novembre e non è stato rinnovato dal presidente Correa; l’installazione delle nuove strutture militari avrebbe come effetto quello di circondare il Venezuela di Chávez e di riaffermare la presenza statunitense in America latina, fino a qualche anno fa considerata da Washington il proprio «cortile di casa».

È questo il tipo di politica contro cui si pone chi lotta per un modello non-violento delle relazioni umane, chi si propone d’impedire la realizzazione di un’opera di guerra come quella che si profila a Vicenza. Concludo linkando un testo scritto dal movimento No Dal Molin per contestare l’esautorazione della città, della sua popolazione e delle sue istituzioni, in obbedienza alla logica militare della distruzione di massa.

Il regime dei colonnelli
Da www.nodalmolin.it

A Vicenza non governano i cittadini; e si sapeva da un pezzo. Non governa nemmeno il sindaco; e l’avevamo notato da qualche mese. A comandare sono i colonnelli, statunitensi e italiani, sostenuti dal buon commissario Costa che la Lega Nord chiede di confermare nel ruolo di commissario straordinario, giusto per continuare a pagargli la parcella di “estirpatore del dissenso locale”.

A comunicare al sindaco che la nuova installazione militare statunitense al Dal Molin sarebbe “opera di difesa nazionale” – e, di conseguenza, territorio sottratto, manu militari, alla giurisdizione dell’amministrazione comunale – non è stato il parlamento che, del resto, sulla vicenda Dal Molin non si è mai espresso; nemmeno il governo il quale, fino a prova contraria, dovrebbe discutere e deliberare su un tema così delicato – la cessione di una fetta di territorio nazionale a un esercito straniero – e comunicare ai cittadini la propria decisione.

A mettere nero su bianco l’ordine – fuori il naso dal Dal Molin, ovvero nessuna ispezione sarà concessa – è stato il colonnello Maggian, comandante italiano della Ederle; lo stesso, per intenderci, che di fronte agli ingressi illegali dei militari statunitensi in un parco cittadino – dove scavalcavano la rete in orario di chiusura facendo scattare l’allarme – non ha trovato di meglio che denunciare l’assenza di cartelli di divieto in lingua inglese. Sarà proprio perché non parlano inglese che tanti civili afgani sono stati ammazzati in questi mesi? Del resto i soldati non potevano capire che dicevano “non sparate…”.

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Leggi anche il testo nel quale padre Albino Bizzotto spiega le ragioni del proprio digiuno.
Sulle basi americane, leggi anche l’articolo La sconvolgente storia di Diego Garcia.

La pillola del diavolo

Diciamolo subito. Lo scandalo non è l’indemoniata pillola abortiva RU486, contro cui l’alto clero cattolico sta mobilitando tutte le sue forze. Pillola che causerebbe nientemeno che “una crepa nella civiltà” come si è premurato di diagnosticare il cardinale Angelo Bagnasco. "Delitto da scomunica" invece per Monsignor Sgreccia (Movimento per la Vita).

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Perù: un nuovo governo per massacrare gli indigeni

PetroAmaz1 Ha giurato il nuovo governo peruviano; è una svolta a destra dura e pura che prepara la strage del movimento indigeno che lotta per difendere l’Amazzonia e la repressione di tutti i movimenti sociali popolari e sindacali del paese: “sarà un governo che cercherà lo scontro per poter reprimere” ha dichiarato Mario Huamán, segretario generale della CGTP (Confederación General de Trabajadores de Perú), il principale sindacato del paese.

Il 10 giugno scorso il parlamento peruviano non riuscendo, anche al prezzo di decine di morti, a imporre le leggi che, in osservanza al trattato di libero commercio Stati Uniti-Perù, consegnano l’Amazzonia peruviana allo sfruttamento da parte delle multinazionali minerarie, petrolifere, dell’acqua e del legname, aveva deciso una sospensione tattica di 90 giorni.

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L’abbiamo preso… il babau

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Alla questura di roma gongolano. L’abbiamo preso, dissero in tivu’. E l’hanno preso facendo il “porta a porta” – continuano – e sfido chiunque a non aver pensato al plastico di bruno vespa e alle analisi psichiatriche di mister ciuffo.

Gli ingredienti ci sono tutti. E’ il mostro d’estate romana. Lo esibiranno presto in quel grande circo che è diventata la capitale.  Zanne, corna, messe sataniche, occhi rovesciati, vomito verde e aramaico antico per il più grande esorcismo del mondo. … Leggi tutto

Figlio di …un Leviathan

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Il testo che segue parte dalla RdB CUB Immigrati l’ho letto su Indymedia e mi ha colpita per la sua pregnanza. Ve lo passo , anche per ri-passare quanto  la squallida  cronaca parlamentare emette, e ci stende, anzichè farci rialzare, non solo dalla poltrona. Da ultimo apprendo ora, grazie ad una precisazione del giornalista a Prima Pagina per nota del Viminale, che la puerpera straniera e clandestina è tutelata con il fagotto fino ai 6 mesi di vita dello stesso. Che si vuole di più?

Per approfondimenti e " pari opportunità", segnalo un articolo di Lorenzo Prencipe, scalabriniano, che appare sulla Perfetta Letizia.

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Clima e ambiente: e se il posto migliore per il petrolio fosse sotto terra?

1602 Mentre al G8 dell’Aquila i grandi della terra raggiungono un accordo sul clima per il 2050, quando saremo tutti morti, un piccolo paese impoverito del Sud America, inverte il teorema per il quale i paesi poveri possono solo vendere materie prime sfruttando allo stremo il loro territorio. Per la nuova Costituzione dell’Ecuador che per la prima volta nella storia riconosce che anche la natura ha dei diritti, il posto migliore dove mettere il petrolio è lasciarlo sottoterra.

In Ecuador la conca amazzonica dello Yasuní è una delle più ricche di petrolio in prospettiva al mondo con quasi un miliardo di barili di petrolio di riserva. Ma è anche uno degli ecosistemi più delicati e importanti del pianeta e inoltre è popolato da indigeni che vedrebbero distrutta per sempre la loro maniera di vivere e le loro terre ancestrali. E allora si stanno domandando se i limitati guadagni dovuti allo sfruttamento di una materia prima non rinnovabile valgono la candela dell’impatto sociale, economico e ambientale di trivellare un’intera regione.

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Honduras, Uruguay, Argentina, domenica di democrazia in America latina

Pepe Mujica Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.

Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.

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