di Fabrizio Lorusso Mex, giovedì 11 marzo 2010, 07:54
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Dialoghi
Di Fabrizio Lorusso
Questo reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/
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di Gennaro Carotenuto, sabato 27 giugno 2009, 10:52
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Castellano
Puntos de vista distintos siempre los ha habido y los habrá… Tal vez para algunos en Honduras es el ejército el que está salvando a la patria del comunismo (¿no he oído esto en otro sitio antes?), pero es indispensable estudiar cómo explica lo que está aconteciendo ahora en Tegucigalpa el periódico madrileño El País, única fuente en la que se suele basar el parecer de muchos comentaristas europeos de América Latina.
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Per carità, punti di vista… magari per qualcuno in Honduras è davvero l’esercito che sta salvando la patria dal comunismo (dove ho già sentito questa storia?) ma è indispensabile studiare come il quotidiano madrileno “El País”, l’unica fonte sulla quale in genere si forma l’opinione di molti “opinion makers” italiani sull’America latina, spiega quanto sta accadendo in queste ore a Tegucigalpa.
Come analizziamo nel dettaglio “El País” esce rapidamente dalla legittimità della diversità dei punti di vista, per entrare nel territorio del falso e del tendenzioso che ci mette di fronte a una vera imperdibile lezione di disinformazione offerta dal quotidiano spagnolo:
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di Giuseppe Aragno, domenica 14 giugno 2009, 11:46
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Dialoghi
Non m’importa di sapere se in tema di violenza politica lo statunitense Ronald Reagan, l’uomo che nel 1986 bombardò Tripoli ferocemente in una guerra mai dichiarata, vanti un pedigree più nobile di quello che può esibire il dittatore libico Muammar Gheddafi. La violenza, in ogni caso, fu inutile e il colonnello sfuggì al bombardamento terroristico americano. Allah pare sia grande e, da bambino, il colonnello era del resto sfuggito miracolosamente alla morte, saltando su una mina di Mussolini, dittatore di casa nostra, figlio dell’Italia colonialista e liberale al tempo degli eccidi di Shara Shat e padre di quella fascista: l’Italia dei gas etiopi, delle leggi razziali, delle stragi balcaniche, delle pubbliche esecuzioni e delle mortali deportazioni tripolitane.
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Il nuovo segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton è andata a Pechino col cappello in mano.
E’ andata a chiedere in punta di piedi di non far crollare il castello del debito estero del più indebitato paese al mondo, il suo.
La battagliera denuncia sulle violazioni dei diritti umani che fece quando andò in Cina al seguito del marito è oramai un ricordo.
Oggi sono i cinesi che con un battito d’ali di farfalla possono mettere definitivamente in ginocchio gli Stati Uniti dopo un trentennio di catastrofe neoliberale.
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di Gennaro Carotenuto, domenica 9 novembre 2008, 05:11
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Politica internazionale
Di tutti i discorsi sempre più sbrodolati sulla luna di miele tra il mondo e Barack Obama (o per qualcuno con gli Stati Uniti) ce ne sono due che mi sono piaciuti più degli altri:
“[Obama] incarna una speranza per il mondo, perché il mondo che cambia si riconosce in lui non per come le cose sono state fino a oggi ma per come le cose possono essere da oggi in poi”.
Lorenzo Cherubini (Jovanotti) su Soleluna.
“The Brain is back. After eight years of proud incuriosity and anti-intellectualism, we now have a leader who values nuance and careful thought”.
Michael Hirsh su Newsweek.
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Oggi gli Stati Uniti eleggono il successore di George Bush. Che vinca John McCain o che vinca Barack Obama sarà un’impresa far peggio dell’uomo che ha organizzato golpe, visto instaurare governi progressisti in tutto il continente e che ha visto rifiutare l’ALCA e il fondomonetarismo e crescere la pianta dell’integrazione latinoamericana che per duecento anni gli Stati Uniti avevano avversato con successo.
McCain vuole il ritorno al buon vicinato mentre per Obama è finita l’epoca dei cow-boy. Obama non è mai stato in America latina, che però fa il tifo per lui, mentre McCain negli anni ’80 è stato coinvolto da Ronald Reagan nella guerra sporca in Centro America.
TUTTE LE DIFFERENZE TRA I DUE CANDIDATI E COSA SI PUO’ ASPETTARE L’AMERICA LATINA in esclusiva su Latinoamerica.
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di alejo, domenica 26 ottobre 2008, 08:08
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Dialoghi
Ricordate i Chicago boys? Erano un gruppo di economisti cileni, oppositori di Allende, formatisi all’Università di Chicago e poi divenuti consulenti di Pinochet. Sono stati gli architetti del modello capitalista e competitivo imposto a punta di baionetta dalla Dittatura e poi, per tanti anni, additato come “faro di salvezza” per tutta l’America Latina dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale) e da una pletora di economisti cresciuti nel dogma del mercato. … Leggi tutto
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 14 luglio 2008, 23:02
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Neoliberismo, Problemi globali
Questo articolo potrebbe averlo scritto Vittorio Agnoletto o Alex Zanotelli.
JOSEPH E. STIGLITZ – Affari e Finanza
Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l’interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto “Washington Consensus” a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle banche centrali indipendenti.
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Rispetto all’articolo di Francesco Giavazzi che ho commentato qui, è necessario insistere su di un punto: cosa vuol dire “concorrenza” in servizi pubblici fondamentali come la scuola pubblica?
Far competere due negozi di scarpe in genere è un’eccellente idea ma, a meno di non essere Ronald Reagan, è evidente anche ad un cieco che una scuola elementare sia cosa differente rispetto a un negozio di scarpe. Nonostante ciò vi è chi sostiene che tra un negozio di scarpe ed un pronto soccorso pediatrico non ci sia differenza e che la concorrenza sia sempre la risposta a tutto e che questa sempre porti ad un circolo virtuoso.
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Di fronte a Via Solferino, la sede storica del Corriere della Sera, uno sente sempre una sorta di rispetto. Se non sei d’accordo con l’articolo di fondo del giorno, penserai che sono dei reazionari, o argomenterai diversamente ma sempre in punta di piedi. Leggendo il fondo di oggi di Francesco Giavazzi, “Scuola il tabù dei concorsi” invece l’unico commento possibile è che l’articolista non sappia di cosa parli, ma lo dica lo stesso.
Come rivela già il titolo, il lungo commento (il più importante articolo sul più importante quotidiano italiano di oggi, in pratica la prima cosa da leggere oggi sulla stampa italiana) dell’autore de Il liberismo è di sinistra, professore ordinario di Economia Politica alla Bocconi di Milano (alla faccia del bicarbonato di sodio) e visiting professor al MIT di Boston, si dedica a spiegare che il male della scuola sono i concorsi pubblici e che questi devono essere sostituiti dal potere di chiamata dato a presidi responsabilizzati. Oibò, trasecola chiunque segua un po’ le cose della scuola. Qui non è questione di essere o non essere d’accordo con l’illustre professor Giavazzi. E’ questione che Giavazzi non sa che l’ultimo concorso nella scuola fu bandito nel secolo scorso. Avete capito bene, nel 1999.
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Stamane tre cose mi stimolano e di monnezza proprio non ce la faccio a parlare. Mi segnalano che Gianni Riotta l’ha fatta (una volta di più) davvero grossa. Il primo gennaio ha fatto leggere alcuni articoli della costituzione costituzione, guadagnandosi qualche applauso, ma ha omesso di controllare (vogliamo essere innocentisti?) che non fossero
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La giustizia federale argentina ha deciso. Si farà il processo per il Piano Condor, l’internazionale del terrore che negli anni ’70 coordinò il sequestro, l’interscambio e la sparizione di migliaia di oppositori politici nella regione. Si apre così un nuovo capitolo nella ricerca della verità in America latina.
“Il Piano Condor è stato una vasta associazione a delinquere attiva nel Cono Sud, diretta al … Leggi tutto
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 10 settembre 2007, 11:41
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Italia
Sabato pomeriggio chi scrive stava percorrendo l’A22 e poi l’A1 da Bolzano verso Firenze. Il caso ha voluto che passassi da Modena pochi minuti dopo la conclusione dei funerali di Luciano Pavarotti. In quel tratto d’autostrada, per alcuni minuti sono stato sorpassato da stormi di auto blu, auto di scorta, con sirene al vento. Sembravano incrociarsi tra loro, sorpassandosi in maniera acrobatica come fossero delle frecce tricolori di terra.
Andavo esattamente a 130 km all’ora e quelle auto blu volavano a 180 se non a … Leggi tutto
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 4 giugno 2007, 19:50
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Dialoghi, Disinformazione
Fidel, sì Fidel, che problema è Fidel. Perfino come chiamarlo è un problema, un discrimine, un Rubicone. Piero Sansonetti, direttore del quotidiano del PRC Liberazione, è molto attento a scrivere sempre Castro. Non scrive mai Fidel, come tutti i cubani, e centinaia di milioni di sfruttati di questo pianeta lo continuano a chiamare. E’ una cartina tornasole potentissima. Per star bene in società, con i Gianni Riotta, i Lucio Caracciolo, i Pierluigi Battista, gli Omero Ciai, è necessario dire “Castro”, e nonsiamai farsi scappare “Fidel”. Chissà, forse Sansonetti conosce Emir Sader, il filosofo brasiliano, tra i fondatori dei Fori Sociali Mondiali. In un magistrale articolo intitolato “come diventare un ex-intellettuale di sinistra” Sader lo mette al primo comandamento: “non chiamare mai più Fidel, Fidel. Da oggi in poi chiamalo sempre Castro”.
Con Nello Margiotta, Sabatino Annecchiarico, Mirko del Medico e Fabio Amato:
Continuano, su questo sito e sulla stampa nazionale (la polemica è dilagata sulla stampa che una volta quelli del partito di Sansonetti definivano “borghese”, dalla Repubblica al Giornale, che se la ridono grassamente), gli eco del caso Nocioni-Liberazione-Cuba. Il giorno 2 giugno Sansonetti ha dedicato un … Leggi tutto
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