Con la complicità dei media che hanno fatto calare il silenzio sull’Honduras “pacificato” dal dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti, per il quale la ONG “America’s Democracy Watch” raccoglie le firme per il Nobel per la Pace, il Natale a Tegucigalpa è un Natale di sangue con il ritrovamento del corpo straziato di Renán Fajardo, 22 anni, laureando in architettura, e membro attivo della Resistenza in Honduras.
È l’ennesimo omicidio mirato in un paese dove gli anni ’70 e la guerra sporca non sono mai finiti.
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Non risulta che ci siano prese di posizione di Álvaro Uribe o Hillary Clinton, il fior fiore della democrazia occidentale, né una riga sola scritta dai gagliardi Omero Ciai, Rocco Cotroneo o Emiliano Guanella, i Pulitzer della stampa italiana sull’America latina, sul ritrovamento del corpo decapitato di Santos Corrales García, un attivista della resistenza hondureña a 50 km dalla capitale Tegucigalpa.
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Assalti ai media partecipativi e alle associazioni sospettate di favorire il boicottaggio proclamato dalla Resistenza delle elezioni farsa benedette dal Dipartimento di Stato. Mentre in Uruguay, contemporaneamente, le elezioni sono davvero una festa della democrazia in un altro punto della “Patria grande latinoamericana”, l’Honduras, le elezioni sono la fine della democrazia.
Tegucigalpa si sveglia oggi in un’alba tragica nella quale ancora una volta, nella piena logica alla George Bush di esportazione della democrazia, ed esattamente come è avvenuto in Afghanistan, si svolgono “elezioni pur che siano”. Con brogli, senza opposizione, senza osservatori internazionali, mentre si violano i diritti umani. Non importa.
Se qualcuno va a votare, vedremo quanti saranno, allora il simulacro di democrazia è mantenuto anche se ad imporlo sono gli squadroni della morte. Era la filosofia di Donald Rumsfeld e lo rimane per Hillary Clinton.
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di Fabrizio Lorusso Mex, domenica 29 novembre 2009, 11:31
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Dialoghi
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Nel silenzio dei media internazionali si aggrava ora per ora la situazione in Honduras. Dopo che la dittatura civico-militare ha truffato, con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo legittimo di Mel Zelaya e la comunità internazionale venendo meno ai patti appena firmati, la Resistenza ritira il proprio candidato dalle elezioni e annuncia che in nessun caso riconoscerà il risultato delle elezioni del prossimo 29 novembre.
Il fine settimana in Honduras è stato concitato e tragico nonostante i media internazionali abbiano di nuovo optato per una congiura del silenzio complice con i golpisti. Inizialmente il dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti aveva rinnegato gli accordi appena firmati, che prevedevano un effimero ritorno al governo di Mel Zelaya, il presidente rovesciato lo scorso 28 giugno e tuttora rifugiato nell’Ambasciata brasiliana.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 6 novembre 2009, 17:00
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L’accordo raggiunto la scorsa settimana con l’avallo del segretario di Stato statunitense Hillary Clinton per riportare il presidente legittimo Mel Zelaya, rifiugiato nell’ambasciata brasiliana, al governo in Honduras è abortito.
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Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta e al quale non parteciperà né Zelaya né suoi rappresentanti.
Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, “don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, è anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
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Mel Zelaya e Roberto Micheletti raggiungono un accordo sotto l’egida statunitense che forse già domani potrebbe riportare al governo il presidente legittimo che gestirà il processo elettorale del 29 novembre viziato dal golpe del 28 giugno. Intanto anche ieri la repressione ha disperso con violenza un’enorme manifestazione popolare. Oltre 20.000 persone si erano radunate intorno alla Facoltà di Pedagogia per dimostrare quanto intollerabilmente viva è la Resistenza al golpe in Honduras.
La notizia della grande politica è quella che c’è l’accordo. Facendo passare anche una scoria della politica del passato come Roberto Micheletti come un grande statista, il vice di Hillary Clinton per l’Emisfero Occidentale Thomas Shannon, solo accompagnato dal vice segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, ha convinto il presidente deposto Mel Zelaya. Questo sarà un “Re di Maggio” per appena un mese, di qui alle elezioni del 29 novembre, rimesso a cavallo dal Congresso che lo aveva deposto. Sarà un “Re di Maggio” ma il bicchiere è anche mezzo pieno perché non saranno i golpisti ad umiliare direttamente il processo elettorale.
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di Gennaro Carotenuto, martedì 6 ottobre 2009, 20:20
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America latina, Primo piano
Roberto Micheletti, il dittatore di Tegucigalpa, dopo non essere riuscito a piegare cento giorni di Resistenza popolare al colpo di Stato ed essere addirittura arrivato a minacciare il Brasile (che ospita il presidente legittimo Mel Zelaya nella propria Ambasciata) cambia improvvisamente tono e si dispone a dialogare e perfino ad accettare di restituire il governo a Zelaya.
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di cometa, giovedì 1 ottobre 2009, 22:15
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Dialoghi

Aggiornamento sulla situazione in Honduras al 29 settembre.
Attraverso alcuni canali informativi dell’America latina, mainstream e alternativi, cerchiamo di capire qualcosa di più.
L’ambiguità dell’amministrazione USA. La doppia faccia di Micheletti. Chi e cosa c’è dietro?
Dal quotidiano peruviano La República apprendiamo che
Reprimono gli honduregni con i gas della polizia peruviana.
23/9/09 – La polizia del regime di fatto di Micheletti in Honduras usa i lacrimogeni per reprimere la popolazione che respinge colpo di stato e sostiene Manuel Zelaya. In ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non per il fatto che questi gas provengono dal Perù. Il ministero degli Interni avrebbe dovuto spiegare come questi gas possono venire in Honduras se appartengono alla polizia peruviana.
In un video si vede chiaramente (a 1 min. 30 secondi) che l’etichetta sul lacrimogeno riporta: Polizia Nazionale del Perù.
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È difficile pensare a un gorilla più gorilla di Roberto Micheletti, il dittatore di Bergamo alta, acclamato dal TG2 (per il quale paghiamo il canone) per il suo golpe e le sue violazioni dei diritti umani a Tegucigalpa. Tanto più la sua ora si avvicina alla fine, tanto più lui, uomo tutto d’un pezzo, non fa un passo indietro e dimostra, per esempio, di non aver mai sentito parlare di inviolabilità di sedi diplomatiche facendo assaltare quella brasiliana.
Da quando il presidente legittimo Manuel Zelaya è tornato in patria, ospitato dall’Ambasciata del Brasile, ne ha fatte di tutti i colori. Ha represso, tanto per cambiare, selvaggiamente l’opposizione indurendo i contorni già sinistri di una dittatura difesa solo da un’internazionale nera che va dalle lobby del partito repubblicano statunitense al governo peruviano di Alan García all’ “Associazione bergamaschi nel mondo”. Una dittatura che fa solo strepitare l’imbelle diplomazia internazionale che da tre mesi lo isola ma non lo costringe alla resa, mentre invece la Resistenza al golpe, pur pagando prezzi altissimi, non fa un passo indietro.
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A quasi tre mesi dal colpo di stato del 28 giugno, il presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya è ritornato a Tegucigalpa e sta incontrando la Resistenza al golpe nell’Ambasciata brasiliana che lo ospita. Il ritorno si configura come una dimostrazione di forza oltre che del movimento democratico honduregno del Brasile e dei governi integrazionisti latinoamericani.
Migliaia e migliaia di honduregni stanno infatti manifestando l’appoggio a Zelaya, circondando l’Ambasciata e la sede ONU che ha parlato loro al grido di “Patria, restitución (ritorno di Zelaya) o muerte”.
Intanto la dittatura di Roberto Micheletti ripristina per l’ennesima volta il coprifuoco, blocca i cellulari, reprime ed intima (sic) al governo brasiliano di consegnare il presidente.
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Leggi anche: Il giorno dell’insurrezione pacifica in Honduras?
Honduras, il ritorno di Manuel Zelaya a Radio3Mondo
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 21 settembre 2009, 21:41
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America latina, Primo piano
E’ confermata la notizia che il presidente legittimo honduregno Mel Zelaya, rovesciato con un colpo di stato lo scorso 28 giugno, è rientrato nella capitale Tegucigalpa e si trova nell’ambasciata brasiliana. Il dittatore Roberto Micheletti nega (ma proclama il coprifuoco), il governo degli Stati Uniti ammette di non saperne nulla.
Commento: il Brasile è definitivamente la potenza regionale latinoamericana. Che il portavoce del governo statunitense Ian Kelly dichiari “non abbiamo idea di dove sia Zelaya” mentre questo è rientrato in Patria dall’Ambasciata brasiliana è la testimonianza di un cambio di epoca.
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di Fabrizio Lorusso Mex, lunedì 14 settembre 2009, 23:22
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Dialoghi

Campagna mondiale di boicottaggio a Chiquita
che appoggia il colpo di Stato in Honduras
Rispondendo all’appello del Frente Nacional contra el Golpe de Estado en Honduras http://contraelgolpedeestadohn.blogspot.com/2009/08/todos-organizar-el-boicot-contra-la.html), chiediamo il vostro apoggio per realizzare un BOICOTTAGGIO MONDIALE INDEFINITO contro la compagnia multinazionale CHIQUITA che, dietro le quinte, sta appoggiando i golpisti.
Per maggiori approfondimenti, consigliamo la lettura dei seguenti articoli:
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di Alessandro Vigilante, domenica 16 agosto 2009, 00:47
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America latina
Quattro bombe incendiarie sono state lanciate all´alba di questo sabato 15/08/09 contro l´ingresso del giornale hondUregno “El Heraldo” ed hanno causato danni al cancello.
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Alessandro Vigilante su http://www.gennarocarotenuto.it