Cuba e il cambio scandaloso
Anna Romana Sebastiani: le scrive una mini-dottoressa in scienze politiche e ancora studentessa … Leggi tutto
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
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Paragonare Cuba (o l’America Latina) alla Svezia è fuorviante. Sarebbe come dire che siccome non possiamo sposare tutti/e Fanny Ardant o Marcello Mastroianni, meglio l’astinenza, o siccome non possiamo andare in Ferrari allora non andiamo neanche in 500.
E’ apprezzabile della Rivoluzione cubana che veramente non sia … Leggi tutto
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Accusando chi la pensa in maniera opposta da noi (lo fanno in molti, per esempio Omero Ciai qui) di avere i paraocchi non porta lontano, ma il tema dei paraocchi su quanto sta avvenendo in America Latina mi interessa e c’è qualcosa di veramente strano sulla copertura delle questioni latinoamericane e cubane viste dall’Italia.
L’inviato principe di Repubblica, Bernardo Valli -per dirne uno, ma l’elenco è lungo- sono 17 anni che va in vacanza a Cuba a raccontare l’ultimo Natale o l’ultimo primo maggio con Fidel. Non voglio dire che vada a Cuba con i paraocchi, ma è chiaro che da 17 anni a questa parte sbagli tutte le previsioni.
Non mi risulta sia stato mai scritto un solo articolo su un grande quotidiano nazionale che abbozzi un’analisi sul tema: “guarda che strano, per 17 anni abbiamo detto che il crollo di Cuba era questione di ore, ma Cuba è ancora lì”. A me piacerebbe tanto che Bernardo Valli si cimentasse a spiegarci perché … Leggi tutto
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Ho tra le mani ancora intonso “Erase que se era”, l’ultimo disco di Silvio Rodriguez, l’esponente per eccellenza della Nuova Trova cubana. L’ho tra le mani e ripenso ad una sua canzone del pieno del periodo speciale, “Reino de todavía” nella quale il ritornello diceva: “Nadie sabe qué cosa es el comunismo”.
Mi fa ritornare in mente … Leggi tutto
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Oggi, domenica 13 agosto, Fidel Castro compie 80 anni. Per celebrare la ricorrenza la BBC ha commissionato in esclusiva, a quattro importanti intellettuali latinoamericani, altrettanti articoli. A fianco di quelli critici di Carlos Alberto Montaner e Álvaro Vargas Llosa, figlio di Mario, ci sono infatti quelli pienamente elogiativi del poeta e scrittore uruguayano Mario Benedetti (nella foto) e del poeta, sacerdote ed ex-ministro sandinista Ernesto Cardenal, entrambi amici ed estimatori di Fidel Castro e di tutti i 47 anni di percorso della Rivoluzione cubana. I quattro articoli possono essere letti a questo link.
Due articoli a due, due benevoli e due critici. Ma per i lettori italiani … Leggi tutto
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Sul dibattito su Cuba, è sorprendente come sia difficile per molti non prendere partito in maniera estrema rispetto a Cuba. L’esperienza della rivoluzione cubana è così articolata e così intimamente legata alla storia del continente degli ultimi cinquant’anni che non può esservene disgiunta. Ebbene, chi scrive esprime, rispetto alla rivoluzione cubana, un giudizio … Leggi tutto
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Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole “satrapo” e “satrapia” con l’aggiunta dell’aggettivo “tropicale” per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come “satrapo”, “gulag tropicale”, “dittatore sanguinario”. Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.
Fidel morirà. Probabilmente non questa volta -auguro lunga e felice vita al Comandante- ma morirà e a Miami potranno dar sfogo a tutta la volgarità della quale una ex-classe dirigente rapace, estremista e mafiosa è capace. E loro … Leggi tutto
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L’ultima caso di rilevanza mondiale di manipolazione di informazioni sull’America Latina è quello della rivista Forbes che sostiene tutti gli anni che Fidel Castro possegga una fortuna (900 milioni di dollari quest’anno) distribuita in tutto il mondo. Nelle settimane passate avete trovato la notizia in grande evidenza su tutti gli organi di stampa del mondo. Adesso avrete seria difficoltà a essere informati sulla rettifica da parte dello stesso influente mensile Forbes, che ha ammesso alla BBC di non avere alcuna prova.
In molti avevano provato senza successo a chiedere al mensile della classe dirigente statunitense, che prende il nome dal cognome del suo megalomane padrone, Steve Forbes, miliardario … Leggi tutto
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Corriere della Sera, lancio pesante in prima pagina di domenica 14 maggio e intero primo paginone di cultura per un pezzo intitolato ?Da Castro a Chávez, l’Europa sedotta dai leader populisti?. L’articolo è firmato da Ian Buruma, un professore olandese specializzato nel Giappone, editorialista del New York Times, e paladino della globalizzazione.
Tema dell’argomentare di Buruma è, guarda caso, il pericolo Chávez che starebbe facendo proseliti tra gli intellettuali europei per i quali va bene tutto pur che sia antiamericano. L’incipit è offensivo oltre che banale. Gli intellettuali europei, sono una categoria quanto mai sfuggente, e oltretutto, chi scrive se ne occupa di mestiere, la maggior parte degli intellettuali europei non sono per niente sedotti da Chávez, e molto meno appaiono sedotti da esperienze di cambiamento ancora più profonde, come quella che ha portato alla presidenza Morales in Bolivia. Quello del Corsera è allora semmai un avvertimento: non lasciatevi sedurre da Chávez.
Semmai tra l’intellettualità progressista e liberale europea è il pregiudizio antichavista ad allignare e le rotte del pensiero mainstream restano dominanti. Non solo a destra. Buona parte della sinistra postmarxista, postcomunista o neocomunista infatti, ha sempre visto come il fumo negli occhi ogni percorso alternativo a quelli europei. Questi, per definizione, rivendicano per se stessi la primogenitura di tutto. E infatti il “terzomondismo” è sempre più considerato un peccato gravissimo, anche se “terzomondismo”, come “populismo”, non significa poi molto.
E’ una storia lunga e credo che la foto che meglio rappresenti la nostra contemporaneità rispetto all’America Latina, resti ancora quella che vede, nei primi anni ’50, andare sottobraccio l’Ambasciatore statunitense a Buenos Aires con il segretario del Partito Comunista … Leggi tutto
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Questo volto non si conosce in Europa, o si conosce troppo poco. Sarebbe bene farlo conoscere. E’ Luís Posada Carriles, di professione fa il terrorista e come Osama Bin Laden è stato addestrato, armato, finanziato e protetto dalla CIA. Posada Carriles ha ammazzato migliaia di persone in centinaia di atti terroristici, tra i quali almeno un cittadino italiano, Fabio di Celmo: “dormo tranquillo -dichiara l’assassino reoconfesso- era nel posto sbagliato al momento sbagliato” e … Leggi tutto
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Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chávez Frias è senz’altro l’uomo dell’anno 2005. Meno di 13 mesi fa concedeva a chi scrive un’intervista (che potete leggere qui) che all’osservatore neutrale poteva apparire al massimo il grande libro dei sogni di un visionario. Alcune delle cose che elencava, che potevano sembrare il programma politico per una o due generazioni, appena un anno dopo sono state realizzate o sembrano più a portata di mano. Il suo discorso all’ONU in settembre, del quale trovate qui un’analisi, è stato senz’altro la testimonianza più alta sullo stato attuale delle … Leggi tutto
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NON c’è nulla, veramente nulla, di quello che sta appena iniziando a circolare sull’Iraq che non sia stato già visto. Non c’è nulla che non sia stato studiato da chi si occupa del sistema di violazioni di massa dei diritti umani concepito ed esportato dagli Stati Uniti soprattutto in America Latina nell’età che va tra la rivoluzione cubana ed il reaganismo per l’imposizione del quale quel genocidio fu funzionale.
Forse in via Tasso, i francesi in Algeria, i sovietici, i cinesi, Menghistu, Saddam Hussein torturavano diversamente. Forse più artigianalmente, altrettanto orribilmente. Ma sulle torture irachene c’è il marchio di fabbrica della scuola statunitense, l’industrializzazione della tortura, lo stile della Scuola delle Americhe di Fort Benning. Lì quelle tecniche vengono insegnate da decenni a decine di migliaia di torturatori di decine di paesi. È sorprendente come nel fiume di commenti di questi giorni il Piano Condor, il piano statunitense di distruzione della democrazia in America latina attraverso la tortura di massa, il terrorismo di stato, l’assassinio e la sparizione di persone venga lasciato così in ombra. Terrorismo di stato e crimini di guerra si mescolano. Nei rapporti che stiamo leggendo si evince che fino al 90% dei prigionieri iracheni non ha rapporti con la resistenza. Allo stesso modo appena il 5% dei 30.000 desaparecidos argentini faceva parte di una sempre debole guerriglia.
Ogni tecnica svelata oggi, con ipocrita sorpresa, è già stata descritta nei vari Nunca más. “Mai più” e invece serve ancora. Tutto è già conservato negli archivi della memoria, decine di migliaia di testimonianze, tutto è nelle carte degli archivi del piano Condor. Tutti i dettagli sono già noti, dall’uso dei cani, allo stupro, alle tecniche di rastrellamento di civili e familiari di ricercati. È evidente che i torturatori in Iraq hanno studiato sugli stessi manuali sui quali studiarono gli Astiz o i Krassnoff.
Ogni tortura, ogni tecnica, ogni umiliazione che oggi viene presentata come episodica, invece non è mai lasciata all’inventiva sadica di ragazzotti dell’Ovest Virginia o del Sud Carolina o del Leicestershire. È studiata a tavolino, programmata, testata da menti criminali con molte stellette sulle spalline, da equipe mediche in grado di misurare il dolore fino all’abisso ma senza causare la morte, da psicologi raffinatissimi in grado di misurare il livello dell’umiliazione. I medici sono sempre presenti nelle camere di tortura. Fermano la mano un attimo prima del coma e collaborano a rianimare il detenuto per tornare a tormentarlo. Come i cecchini vengono pagati meglio per storpiare piuttosto che uccidere, così la tortura serve a restituire alla società uomini e donne prostrati, terrorizzati e incapaci di agire politicamente. Per tutta la vita.
Chi ha provato orrore per gli stupri etnici in Bosnia consideri che anche la violenza sessuale nella scuola di tortura statunitense non è lasciato al caso. Il militare non ha diritto di violentare per raptus come un lanzichenecco. Lo stupro è parte di un trattamento programmato e personalizzato. Ad altri toccano i cani o la corrente elettrica. Laura Aranguiz aveva 17 anni. Era solo un’adolescente di paese quando fu stuprata scientificamente nello Stadio Nazionale di Santiago dai tagliagole di Augusto Pinochet addestrati a Fort Benning. Né prima né dopo avrebbe più avuto rapporti sessuali né vita sentimentale ed è tuttora in trattamento psichiatrico.
A volte basta umiliare per un solo minuto una persona per distruggerla per sempre. Successe così ad un architetto cileno appena simpatizzante di Salvador Allende. Entrarono in casa e fu fatto denudare davanti ai sei figli. Non gli fu torto un capello ma il giorno dopo era precocemente imbiancato, non avrebbe più pronunciato verbo e mai più sarebbe tornato al suo paese.
Il ferire la mente più che il corpo non comporta grossi investimenti in innovazione per l’industria della tortura. Il ricatto e le lusinghe sono parte del gioco. In Iraq sono già stati resi noti episodi simili a quanto raccontato da Mario Villani, un fisico torturato all’ESMA dai marinai argentini. Fu fatto lavare e sbarbare dai suoi carnefici ed andarono a cena tutti insieme in un buon ristorante di Buenos Aires. Parlarono di calcio e di vacanze ma dopo cena gli stessi commensali tornarono a legarlo alla macchina. Dan Mitrione, il docente di tecniche di tortura che lavorava per la CIA in Centro America, in Brasile e infine in Uruguay, prima di essere giustiziato dai Tupamaros nel 1972, rivendicava la propria scienza: “fai sedere un uomo sulla più comoda poltrona del mondo. Non toccarlo ma obbligalo a non alzarsi. Impazzirà”. Chi scrive ha raccolto centinaia di testimonianze di vittime di tortura. Quasi tutti preferiscono essere picchiati selvaggiamente all’essere tenuti in piedi per giorni e giorni come avviene in Iraq o a Guantanamo. Tutti, nessuno escluso, affermano di temere la tortura più che la morte. La morte è un attimo, la tortura è per sempre.
Qualcuno si stupisce, qualcuno si addolora che per la prima volta perfino gli Stati Uniti siano stati coinvolti in tali aberrazioni. Altri -giorno dopo giorno sempre più giustificazionisti- si rallegrano ché la forza di una democrazia starà nel fare piazza pulita di poche mele marce. Tutto serve a non vedere e negare il sistema, l’arcipelago tortura come strumento di dominio, attraverso ascari come Videla o Ríos Montt o Suharto oppure direttamente come in Somalia o in Nicaragua ed oggi da Mazar i Sharif ad Abu Grahib o in quel gulag tropicale che è Guantanamo.
E la diffusione di foto non è trasparenza. Nell’era delle parabole sarebbe potenza di Internet e della tecnologia digitale se non vi fosse un altro elemento che resta oscurato. La forza è potere, il terrore è strumento di potere. Più posso incutere timore meno opposizione avrò. Non si può non notare che tutte le immagini note sono di fonte governo statunitense. Ci si dice che vengono filtrate perché comunque sarebbero presto rese pubbliche ma la sostanza resta: gli scatti finora noti sono stati tutti scelti dal Pentagono. Come in America Latina dove all’interno del Piano Condor la sparizione di persone fu teorizzata come terrore permanente, anche in Iraq l’esposizione del tormento è parte del tormento ed ammonimento futuro. Alla vista dei corpi, nella coscienza di ogni irakeno prevarrà l’indignazione o la paura? Li farà sollevare o prostrare? Ci si può domandare se lo scandalo internazionale nella mente dei neocons non sia un prezzo lucidamente o disperatamente pagato. Dalle nostre città possiamo permetterci l’indignazione, ma chi vive sotto l’occupazione, dopo l’indignazione deve fare una scelta personale e mettere a rischio la propria vita o scegliere di non metterla.
Forse oggi in via Tasso perfino Herbert Kappler terrebbe breafing quotidiani con la stampa. Può stupire allora – in questa storia lo stupore è particolarmente farisaico- che gli Stati Uniti non abbiano ratificato lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale e che quindi da George W. Bush giù giù fino alla signorina Lynndie England nessuno sia perseguibile come criminale di guerra?
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