Thursday 09 February 2012, 04:27

Gli articoli con tag: " Rifugiati "

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (ultima parte)

Juarez5 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

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REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (seconda parte)

Juarez3 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

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(REPORTAGE) Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

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Da Ciudad Juárez a Radio3Mondo, intervista a Gennaro Carotenuto

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo.

Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l’una o per l’altra parte.

Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale che negli ultimi 40 anni aveva nella città la propria massima espressione con centinaia di maquiladoras, in appena due anni, sono già 4.600 e i rifugiati 100.000.

Così oggi Juárez è la città più violenta al mondo nel silenzio dei grandi media che preferiscono guardare colpevolmente altrove mentre la guerra produce anche decine di "omicidi politici" di sindacalisti, difensori dei diritti umani, militanti dei movimenti sociali.

A Radio3Mondo Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Ciudad Juárez.

Ascolta da questo link di Radio Rai l’audio (dal minuto 10 circa) e commenta su Giornalismo partecipativo.

Presto online il reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio.

Femminicidi: a Ciudad Juárez non si muore per caso

Hoy fue Manuel mañana quién será El Diario A Ciudad Juárez non si muore per caso. Questo il primo, atroce, pensiero che passa per la testa a chiunque abbia conosciuto un po’ da vicino la realtà della città alla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

A una settimana dall’omicidio di Jesús Alfredo Portillo Santos, ventisettenne studente di disegno grafico all’Università Autonoma di Ciudad Juárez, attivista, genero di Marisela Ortiz Rivera, militante di una delle associazioni più conosciute al mondo di familiari di vittime dei femminicidi di Ciudad Juárez, Nuestras Hijas de Regreso a Casa, sento l’urgenza di tracciare dei fili, di sottoporre ad una riflessione comune alcune questioni e dire che la verità ufficiale non mi convince.

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E ritornammo a vedere le Stelle

http://bellezza.pourfemme.it/wp-galleryo/stelle-tatuaggio/stelle.jpg

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Messico violento o Messico lindo y querido? Alcune verità su violenza e narcotraffico

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La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto

Errori ed Orrori di guerra. Le donne afghane dicono Fuori!

http://www.freshplaza.com/2008/sealdsweet.jpg

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Víctor Polay Campos: una vita spesa nella guerra all’ingiustizia

di Marinella Correggia, Annalisa Melandri

“Il Manifesto”, 10 settembre 2009

«Ora soluzione politica»

Intervista dal carcere del Callao, dove è sepolto vivo da quasi 20 anni, a Víctor Polay, leader dell’Mrta, il Movimento rivoluzionario Túpac Amaru. «La nostra lotta era giusta e non è stata vana. Ma il tempo delle armi è finito: in Perú e in una America latina che va vista con speranza e ottimismo»

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Everyone: Un’estate di razzismo, prevaricazione e violenza etnica

Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati “irregolari” è assolutamente disperata.

Milano, 8 agosto 2009. L’Italia dell’odio razziale approfitta del mese di agosto, quando le Istituzioni internazionali funzionano a ranghi ridotti, per condurre azioni di forza contro le minoranze. Sgomberi brutali di insediamenti Rom si susseguono da nord a sud. Arrivano gli agenti, denunciano i rifugiati negli insediamenti di fortuna per occupazione abusiva di suolo pubblico o privato, a volte sottraggono i minori alle famiglie, quindi abbattono i ripari e "bonificano" l’area.

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Foto in Italia, da Nur, l’afghano

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Nur ieri,  per la prima volta,  ha visto quanto avevo scritto per lui, Si scrive Nor ma si legge Nur, l’afghano, sperando non dico in una magia ma in un atto di generosità solidale. Non è venuto un bel niente dalla Rete, a malapena certuni hanno pubblicato on line, zero sulla stampa cartacea, compresa quella locale ma  in compenso ha trovato nuovi amici sul posto grazie ad un diretto passaparola,  che gli hanno dato in questi giorni lavoro e tanta amicizia: Franco, Roberto, Primo, Claudio e le loro compagne e figli,  i bambini, e i loro amici, tutti di Capranica e nessuno munito di pc. Ma ho un regalo che vi mando da parte di Nur, che significa luce, un fiore di luce come il suo nome completo GulNor, che gli misero i genitori quando  nacque, la musica è turca: eccolo, potete vedere chi è.

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Lo Stivale di gomma

Venezia, acqua alta
La prima immagine di questo articolo è una foto che ho scattato a Venezia qualche mese fa, in pieno fenomeno dell’«acqua alta», e così la seconda, che però si spinge a indicare una relazione possibile tra il nostro modello di sviluppo, incentrato sulla crescita senza fine del Pil (prodotto interno lordo e misura di ogni umana felicità), e il riscaldamento globale, che prima o poi sommergerà migliaia e migliaia di chilometri di coste della Penisola, compresi centri abitati e luoghi d’arte, Venezia su tutti.

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Prendiamo Guantanamo

Allargo lo sguardo oltre il mio giardino di casa, oltre la sagoma della mia città, oltre la terraferma, oltre il Mediterraneo e il canale di Sicilia con le sue motovedette italiane di ritorno dalle coste libiche, dove è appena stato scaricato al mittente, per il macero, l’ultimo carico di rifiuti umani, clandestini o potenziali rifugiati che fossero, per accorgermi che lo skyline non cambia nemmeno oltre il mio orizzonte più immediato. Lo scenario del diritto umano resta desolante anche nel mondo nuovo di Obama, il cui avvento messianico -si favoleggiava- avrebbe ripulito e ricostruito tutte le macerie di quell’ecatombe dell’umanità e della democrazia che è stata l’era Bush. No, il mondo non è cambiato e non cambierà nell’immediato, anche e soprattutto perchè, al di là dei soprusi del potere, tanto reiterati e inflazionati da non risultarci più mostruosi, anche e soprattutto perchè ciò che prima scandalizzava e prostrava la nostra coscienza di esseri umani, oggi non la scandalizza e non la scalfisce quasi più.

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Italia: guerra alla civiltà

229365 Siamo noi a sbagliare. Noi, che ancora non abbiamo capito o, forse peggio, fingiamo di non sapere. Siamo noi che sbagliamo. Noi, che ancora cerchiamo un filo di logica, la luce d’una ragione smarrita, un impossibile dialogo. Siamo noi che sbagliamo. L’illusione che si possano opporre parole alla crudezza dei fatti per difendere la civiltà smarrita è il nostro errore più grave.
Ciechi. Siamo davvero diventati ciechi e non vediamo quello che ormai si mostra nella sua drammatica e sconvolgente chiarezza. Noi ce ne stiamo inerti, forse timorosi del significato dei fatti, forse convinti che una guerra non riconosciuta come tale possa ancora evitarci l’onere dello scontro. Ma sbagliamo.

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Nell’Italia neocoloniale ogni silenzio è complice …

Quello che è emerso in primis ieri, durante la lunga e intensa giornata di festa e lotta alle Caserme Rosse dei/delle migranti, è la necessità di opporci insieme ("italiani/e" e "non-italiani"…) ad una situazione oramai fuori controllo, violentemente denunciata dalla morte di Mabruka nel Centro di identificazione ed espulsione di via Galeria a Roma.

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