Thursday 09 February 2012, 15:32

Gli articoli con tag: " ricercatori precari "

Riforma Gelmini dell’Università in anteprima: rinnovamento a costo zero o macelleria sociale?

gelmini Il testo del disegno di legge delega che riforma profondamente l’Università italiana sarà portato dal Ministro Mariastella Gelmini nell’imminente prossimo consiglio dei ministri per andare quindi in Parlamento. Non se ne parla affatto perché sta bene un po’ a tutti, governo, opposizione e perfino alla conferenza dei Rettori.

Ma è bene che se ne discuta nel paese perché concerne il principale strumento che ha l’Italia per restare nella pattuglia dei paesi più avanzati. Affossato (o affossatosi o era semplicemente un miraggio) il movimento dell’Onda, il dibattito nelle università e nel paese è stato in questi mesi azzerato per trasferirsi in ristrettissime commissioni vicine al ministro.

Ma il progetto Gelmini rappresenta un cambio paradigmatico della nostra università. Questa diviene una sorta di mostro unico al mondo, né privata né pubblica, ovvero resta pubblica ma il controllo viene assegnato ai privati. Inoltre, come già successo per la scuola, minaccia di bruciare un’intera generazione di giovani ricercatori. Giornalismo partecipativo ha letto in anteprima il testo del disegno di legge e lo analizza punto per punto.

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Procurato allarme, prevedere e prevenire terremoti e altre sciagure in un’Italia contro la scienza

poliia Il paese che cade giù a pezzi anche senza bisogno di un terremoto (a volte basta un acquazzone come a Sarno), è quello nel quale si dà all’untore o si denuncia per “procurato allarme” uno scienziato che aveva previsto con precisione il terremoto in Abruzzo non in un futuro ipotetico ma qui e ora.

Forse dovranno dargli il premio Nobel a Giampaolo Giuliani, che all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare sotto il Gran Sasso ci lavora, per quel meccanismo che sembra in grado di sentire arrivare i terremoti qualche ora prima. O almeno ascoltarlo invece di trattarlo come una Cassandra. Ma forse non poteva andare diversamente in Italia se meno di una settimana fa, il 31 marzo, San Guido Bertolaso, un’icona dell’efficientismo bi-partisan, aveva insultato "quell’imbecille che si diverte a diffondere notizie false".

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A Genova c’è l’Acquario

Mio nipote, due anni fa quindicenne, all’ennesimo racconto di ciò che successe a Genova nel luglio 2001, mi disse che dovevo farmene una ragione: i suoi compagni sapevano tutto dell’11 settembre di quell’anno e di Genova conoscevano l’esistenza dell’ Acquario. Se l’Onda, non diventerà un moto artificiale di acque, mosso dai motori dei partiti e dei loro consociati ma sarà consapevole del passato e del presente, in lotta per il proprio futuro auto organizzato, forse un po’ più di studenti e giovani di questo vecchio Paese, capirà cosa è successo a Genova e cosa ci facevano 8 signori della guerra e la stampa del mondo, in quell’estate infame. A qualunque età si fossero assaggiate una ad una, come grani di rosario, quelle giornate, si sarebbero fatti i conti con l’apertura della stagione della Caccia per gli uni e della Raccolta di consensi dall’altra, concepite al tavolino del potere di allora e di oggi, e si sarebbe rimasti per un bel pezzo rintronati dall’assenza di legalità, allo stato puro.

Oggi, 13 novembre, sono stati assolti i vertici della polizia per i fatti avvenuti il 21 luglio 2001 all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova: nell’aula, la sentenza è stata accolta con grida di Vergogna! La stessa che provai io, che in quelle strade ci sono stata con una figlia allora di sedici anni e i suoi compagni, con i giorni di “ferie” che chiesi allora, gli stessi che mi fecero “gudagnare” dopo alcuni anni il premio della pubblicazione con tanti altri, in un libro “Genova, luglio 2001: io non dimentico”, a sostegno del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

Ma oggi, 13 novembre, è diventato definitivo anche il decreto della Corte di Appello di Milano che autorizza a sospendere l’alimentazione artificiale che tiene in vita Eluana Englaro, una ragazza che lo era, piena di vita, 17 anni fa: altri signori e monsignori del potere tuonano allo scandalo, alla vergogna, per questa sentenza e minacciano responsabiltà morali.

Oggi a Roma pioveva forte, tanto che a decine i treni sono stati soppressi e riportavano a casa migliaia di pendolari e le stazioni mostravano tutto lo sfascio, allagate come se non avessero tetti: non c’erano scioperi come quelli a vagoni preannunciati o spontanei. E sono partiti i treni questa notte, concessi da Trenitalia, “a prezzo di mercato”, per tutti quegli studenti delle scuole superiori e universitari, dottorandi e ricercatori precari in mobilitazione che parteciperanno per due giorni alla Manifestazione- Assemblea contro la riforma voluta dalla Gelmini, ministro di questo Governo, consentito dal precedente. E sul treno del ritorno ho conosciuta una ragazza di Amburgo, Carolina, con una grande valigia, che andava a trovare come ogni mese il suo fidanzato a Viterbo e mi ha chiesto se avevamo notizie di Roberto Saviano, conosciuto per i suoi scritti all’Università che lei frequenta, corso d’Italiano, mi ha chiesto quando saremmo arrivate, lei era da cinque ore in cammino dall’Aereoporto: ho potuto risponderle solo non so, non so…

Dopo 7 anni come nella novella raccontata dalla nonna in cui “Sette paia di scarpe ho consumate di tutto ferro per te ritrovare, sette verghe di ferro ho logorate, per appoggiarmi nel fatale andare”, rimangono giusto sette fiasche colme di lacrime e amare e il gallo canta e sembra che non ci si vuol svegliare, malgrado la novella è ancora vera e tutta da completare.

Buon cammino allora, ragazze e ragazzi e come dice Vecchioni, sappiate che il viaggio è lungo e il giorno viene e c’è chi sempre si domanderà “mi conviene?”. Sta a noi non vendere l’anima e il futuro al Mercato: ci tratta da merce e scadente.

Doriana Goracci

I ricercatori precari e l’università per sentito dire

Tra le tante stravaganze nell’intervento di Francesco Giavazzi intitolato "La fabbrica dei docenti" sul Corriere della Sera del 28 ottobre, la più insostenibile è che la L.133 non abbia rappresentato un blocco di fatto dei concorsi per ricercatore.

Giavazzi sostiene che i concorsi per ricercatore – a suo avviso sovrabbondanti – “assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca” (corsivo nostro).

Se Giavazzi si prendesse la briga di scorrere i curriculum dei candidati ai concorsi per ricercatore in Italia scoprirebbe che nella quasi totalità dei casi non si tratta di dottorandi, ma di ricercatori maturi, scientificamente e spesso anche anagraficamente, con pubblicazioni ed esperienza didattica e di ricerca ampiamente consolidate.

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Divieto di rimozione: l’università e il suo precariato

foglieLe mobilitazioni studentesche di queste settimane sono state decisive per creare in questo paese un nuovo spazio pubblico per le questioni della scuola, dell’università, e forse in senso più ampio dello Stato sociale e perfino dello stato di salute della nostra democrazia. Questo fatto è talmente vero e inedito che il nuovo movimento civile viene pesantemente minacciato dal Governo e i media richiamati all’ordine.

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Ricercatori precari in difesa dell’Università baronale

Il 12 dicembre, il manifesto ha ospitato una mia critica ai ricercatori precari (RP) e al loro atteggiamento ambiguo e contraddittorio verso la cooptazione e il mondo baronale. Pur sapendo di toccare un tema delicato, in cui si sovrappongono storie personali, privilegi corporativi e questioni politiche, la mia scelta di soffermarmi sull’anello più debole della catena del potere accademico è stata quasi obbligata. I docenti di ruolo, infatti, proprio per il potere che traggono dai rapporti baronali, hanno tutto l’interesse a perpetuare questo sistema. I RP hanno invece interessi contraddittori, in cui si intrecciano rapporti privilegiati col mondo baronale e ambizioni scientifiche, che sono frustrate proprio dai rapporti baronali.

La “precarietà” come fase della cooptazione

Il “sistema universitario” nasce con l’Unità d’Italia. Da allora, la sua riproduzione è affidata ad un meccanismo di reclutamento contraddittorio, basato, nella forma, sul concorso pubblico e, nella sostanza, sulla … Leggi tutto

Università: in difesa dei ricercatori precari

Consiglio la lettura dell’articolo di Giulio Palermo tratto dal quotidiano Il Manifesto di ieri e postato qui da Martino Mai. Lo commento criticamente qui, in una lettera che contemporaneamente invio al quotidiano il Manifesto con preghiera di pubblicazione.

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Quella di Giulio Palermo è un’invettiva contro l’anello più debole dell’università italiana, i ricercatori precari. Come tutte le invettive colpisce nel mucchio, non spiega, è un esercizio retorico, ideologico e astratto. Nell’Università italiana, per

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Improbabili ricercatori nell’università fondata sulla cooptazione

Giulio Palermo*

Cari ricercatori precari, pur essendo un insieme eterogeneo di persone (dottorandi, borsisti, contrattisti), da qualche tempo agite come categoria unica, quella appunto dei Ricercatori precari. Senza giudicare i vostri percorsi personali, mi rivolgo dunque a voi come categoria.
Innanzi tutto: smettetela di chiamarvi ricercatori precari! Voi non siete né ricercatori, né precari.
Non siete ricercatori perché a questa funzione, in Italia, si accede per concorso, e voi questo concorso (truccato) non l’avete ancora vinto. Non siete nemmeno precari perché la precarietà significa innanzitutto un rapporto di dipendenza dalle forze impersonali del mercato, che in voi non esiste. Il lavoratore precario non ha un padrone; ne ha infiniti. La sua funzione sociale è di rendersi disponibile all’intero sistema delle imprese e di farsi da parte quando il padrone di turno lo richiede. Il suo padrone è dunque la classe dei padroni (e il dramma del suo stato di precario è che nessuno, all’interno di questa classe, è il suo padrone personale).
Ma voi di tutto questo non ne sapete niente. Il vostro rapporto con il vostro referente è diretto. È a lui, e solo a lui, che rendete conto. E da lui correte al minimo ostacolo. Il vostro solo problema è che la cooptazione è selettiva e alcuni di voi finiranno sul serio nel mondo della precarietà, assieme a tutti i figli di nessuno. Ma, appunto, quelli di voi che conosceranno veramente la precarietà, quando la conosceranno, non apparterranno più alla vostra categoria.
Perciò voi non siete «ricercatori precari», come dichiarate, bensì siete «aspiranti ricercatori in corso di cooptazione». Ed è proprio questo essere ancora in corso di cooptazione che vi crea tanti fastidi. Perché la cooptazione ha le sue regole, prima fra tutte l’obbedienza al barone-protettore. Così vi iscrivete ai concorsi solo se lui ve lo indica e vi ritirate dai concorsi «altrui» se lui lo ritiene opportuno. E poi, fingendo di rifiutare la cooptazione, gridate che volete concorsi puliti! Ma senza mai raccontare, ovviamente, come avete vinto il posto precario di cui godete. Eppure è noto che gli assegni di ricerca, i contratti di assistenza – insomma, i concorsi per ricercatore precario, come li chiamate voi – sono veramente ad personam, perché ogni barone si sceglie personalmente i suoi gregari.
Voi dunque non siete vittime della cooptazione. Ne siete i compiacenti artefici, anche se con responsabilità ben inferiori rispetto ai baroni che vi comandano. Le vere vittime sono invece quegli uomini e quelle donne che sono respinte dal sistema cooptativo, quelli che non accettano i compromessi intellettuali cui vi piegate voi e, per questo, non riescono nemmeno ad ottenere la posizione precaria di cui vi lamentate tanto. E poi, ovviamente, ci sono gli studenti, che pagano il conto della dequalificazione di questo sistema, che passa innanzi tutto per la dequalificazione vostra (e dei baroni che vi hanno preceduto nella scalata accademica) e per la vostra incapacità di costruirvi un percorso scientifico autonomo e critico.
Se solo riusciste ad inquadrare la vostra funzione sociale nel contesto della cooptazione (che serve solo a riprodurre la cultura della classe dominante e a far tacere le voci critiche indipendenti), dei rapporti baronali (basati sulla sottomissione spontanea), della mercificazione dell’università (e del conseguente svilimento della ricerca e della didattica), allora, sì, avreste ragione di arrabbiarvi. Perché è anche sulla vostra pelle che passa l’uscita della critica dall’università. Con questa presa di coscienza, potreste finalmente superare la vostra dimensione corporativa, rivendicando il diritto ad una vera crescita scientifica, frustrata proprio dai meccanismi servili della cooptazione. Scoprireste allora che non siete soli e che c’è invece un movimento studentesco che lotta contro la mancanza di percorsi critici nell’università, che contesta i contenuti e i metodi degli insegnamenti e che si oppone alla mercificazione dell’università e alle sue funzioni di indottrinamento e controllo sociale.
Ma per muovervi su questo terreno dovete innanzi tutto rifiutare la cooptazione, che vi allontana dagli studenti e vi divide dai vostri compagni di lotta, premiando quelli di voi che si prestano al peggior servilismo e lasciando fuori le teste veramente pensanti.
* Ricercatore, Università di Brescia

da Il Manifesto

Truppe d’occupazione straniere

Oggi 17 febbraio, a Roma, si manifesta contro la distruzione dell’Università italiana da parte del governo e soprattutto del Ministro Moratti.

Sul sito della Rete Nazionale Ricercatori Precari si possono trovare più informazioni. Il webmaster del sito è non casualmente GC. Nel leggere il testo della riforma, e tutta una serie di riforme che si stanno realizzando in Italia, al di là di altre considerazioni, si ha un’impressione folle.
Si ha l’impressione che questo paese sia governato contro se stesso, contro il benessere ed il futuro dei propri cittadini. Il discorso potrebbe essere molto complesso ma a ben guardare così è. Siamo infatti oramai governati da una sorta di dittatura della piccola e media impresa soprattutto lombardoveneta, che non ha interesse alcuno in uno sviluppo armonico del paese, nello sviluppo tecnologico competitivo alimentato da una ricerca di buon livello in grado di competere con i paesi avanzati. Ha solo interesse nella detassazione continua, ma allo stesso modo non ha forza, capacità, competenza e finanze per investire nella competizione tecnologica mondiale.
E’ un capitalismo così straccione, così padrone delle ferriere, così antiquato nella forma da sapere solo sfruttare gli operai e distruggere l’odiato stato. Ci vorrebbe molto più coraggio per dire che non solo il modello di sviluppo basato sulle piccole e medie imprese è in crisi ma che è oggi dannoso, disequilibrato ed incapace di garantire la crescita.
Anzi, favorire le piccole e medie imprese significa oggi perfino danneggiare la crescita del paese. Il progetto secessionista si sta realizzando quindi, ma con l’occupazione manu militari del centro sud, che -con le gabbie salariali, per esempio- dovrà essere la Romania a basso costo della Padania.
La piccola e media impresa è incapace di evolversi tecnologicamente. Può solo brillantemente produrre magliette o delocalizzando, come negli anni ’90 o all’interno di un progetto neoliberale di dissoluzione dello stato, che è quello che stiamo vivendo. Ma in assenza di grandi investimenti privati, in un paese dove la grande impresa è già stata massacrata e non è mai stata particolarmente forte, solo lo stato -è così dal Giappone agli Stati Uniti, passando per Francia e Germania e Gran Bretagna- può garantire la competitività ad alto livello nel paese.

E ciò senza neanche iniziare a parlare di un possibile altro modello di sviluppo che guardi oltre il neoliberismo… La dittatura delle piccole e medie imprese, che ha i suoi ducetti in Giulio Tremonti ed Umberto Bossi (Silvio non conta), e con la quale continuano a flirtare Bersani e c., ha occupato il paese è lo sta conducendo verso il terzo mondo. Oggi difendere la ricerca pubblica -e la scuola- dalle grinfie della Thatcher dei poveri, donna Letizia, è veramente lottare per salvare l’Italia da un futuro argentino.