Friday 25 May 2012, 06:41

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Nuovi manuali di storia

Marcello Dell’Utri ce l’aveva detto con singolare chiarezza: “se vinceremo, la scuola avrà nuovi testi di storia. E’ ora di piantarla con la retorica della Resistenza“.
Pronti ad obbedire, in attesa di credere e combattere, gli autonominati che occupano il Parlamento hanno pensato bene di presentare al Paese un biglietto da visita inequivocabile: i discorsi parlamentari di Almirante, razzista, sottosegretario a Salò e, come tale, collaboratore dei nazisti nello sterminio di slavi, rom, comunisti, omosessuali, ebrei e testimoni di Geova.
E’ vero. Anche a poter scegliere, non c’era da stare allegri. Marcuse lo intuì e sono decenni che lo sperimentiamo: “la libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi“. E, tuttavia, una classe politica che si colloca fuori dall’Europa autonominandosi è di per sé sintomo d’una grave malattia che ha colto il Paese.
Chiediamocelo, quindi: così stando le cose, come saranno i manuali di storia della “nuova scuola“? Lelio La Porta li immagina figli dalle “conquiste” del revisionismo storiografico e, su “Rinascita” del 5 giugno, teme “un’opzione ideologica che trova il suo retroterra nel ventennio fascista e nella possibile riscoperta di un testo unico di storia“. L’ipotesi è ottimistica e irreale. Un testo unico toccherebbe troppi interessi e comporterebbe scelte apertamente autoritarie. Aspettiamoci di peggio. Del nuovo modello di sviluppo imposto dal capitalismo, l’Italia – in linea con la storia di una imprenditoria stracciona – interpreta ancora una volta le istanze degenerative, ma il Novecento è alle nostre spalle e si son fatti passi avanti rispetto all’antica rozzezza totalitaria. Anche da noi l’edificazione d’un autoritarismo moderno ed efficiente è affidata agli strumenti del “pensiero unico” e, come acutamente previde Marcuse, mira alla realizzazione di un “totalitarismo democratico“. Non importa se, in termini di logica, la definizione fa acqua da tutte le parti: l’esito finale del processo promette di cancellare il conflitto sociale e tanto basta.
Protagonisti di un combiamento epocale, di natura così radicale da far pensare ad una sorta di nuova “rivoluzione industriale“, i “padroni del vapore“, compresa la retroguardia dei Montezemolo e dalle Marcegaglia, si sono accorti che la dimensione totalitaria non si adatta esclusivamente a “un’organizzazione politica terroristica della società“, ma può agevolmente sostenere una “organizzazione economica-tecnica non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti“. Di nuovo, rispetto alle previsioni di Marcuse, c’è che si può terrorizzare anche e solo suscitando fantasmi. Di qui l’interesse per l’educazione ridotta ancora una volta a terreno privilegiato per l’affermazione di un regime. E’ scienza antica e risale quantomeno al Montesquieu dello Spirito delle leggi: le norme “dell’educazione sono le prime che riceviamo. E poiché ci preparano ad essere cittadini, ogni singola famiglia deve essere governata sul piano della grande famiglia che le comprende tutte. Se un popolo in generale ha un principio, le parti che lo compongono, cioè le famiglie, l’avranno anch’esse. Le leggi dell’educazione saranno dunque diverse in ogni specie di governo. Nelle monarchie avranno per oggetto l’onore; nelle repubbliche, la virtù; nel dispotismo la paura“.
Paura, quindi. Ecco il tema di fondo che ritroveremo nei nuovi manuali. Paura del diverso, paura dei clandestini immigrati, paura per l’integrità della famiglia, paura dei terroristi, paura della giustizia ingiusta, paura dei comunisti che non ci sono più ma potrebbero tornare. Paura e, come antidoto, un principio che ce ne liberi: l’ordine. Meglio se benedetto da dio. Il nostro, naturalmente, il dio buono e misericordioso, del quale non aver timore. E’ Allah che fa paura sostiene non a caso Magdi Allam.
Che libri quindi? Implicitamente, Fini ne ha dettato il principio ispiratore nel suo discorso di insediamento alla Camera. Ottenuta la “ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale nel rispetto della verità storica tra i vincitori e i vinti” – che, tradotto in pagine di un manuale di storia, vuol dire rivalutazione del fascismo e liquidazione dell’ethos della Resistenza – c’è da metter mano ai temi fondanti della convivenza civile. Di qui la domanda retorica e, tuttavia, essenziale: siamo veramente liberi? E, se lo siamo, la nostra libertà non è forse minacciata?
E’ il secondo filo rosso che percorrerà i nuovi manuali di storia. Io – ha affermato Fini tra gli applausi dell’opposizione – ritengo “che la Camera dei deputati debba essere consapevole che un’insidia per la nostra libertà e, di conseguenza, per la nostra democrazia a mio avviso esiste tuttora. La minaccia non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt’altra natura. L’insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti“.
Ecco. La prefazione ai nuovi manuali è stata già scritta, porta l’autorevole firma del Presidente della Camera e non richiede un testo unico. Domanda, anzi, una molteplicità di testi che insegnino il medesimo pensiero.
No. Non si vuole insegnare diversamente la storia e non si intende imporre semplicemente una ricostruzione dei fatti. E’ molto peggio. Si punta a certificare la morte della storia, per assassinare l’intelligenza critica. E non si tratta solo della storia. Nel mirino c’è la cultura. L’idea non è nuova e nemmeno originale. Stavolta, però, nasce in un Parlamento che – aveva visto giusto Gaetano Arfè – ricorda sempre più da vicino la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
L’articolo è uscito su Fuoriregistro, rivista on line che si può leggere cliccando sul seguente link:

http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=11760

Un Italo da rottamare

L’Italo che potete ammirare qui, che “odia i froci” ma “ama il suo camerata” è uno dei tanti supereroi della vita quotidiana , ideati da Lorenzo “Q” Griffi e Michele Soma, al centro della campagna comunicativa del Gay Pride bolognese del 28 giugno. Soprannominati puraido [1], “trasudano cultura manga ma ritraggono persone in carne e ossa, sono figure molteplici che abbattono ogni stereotipo, portando in pubblico ciascuna il proprio nome, età, esperienza“.
Sarà, ma il camerata Italo credo proprio che vada rottamato [2], e cercherò di spiegare (dal mio punto di vista), perché. Non è semplice ovviamente, tant’è che questo post è stato in “quarantena” per giorni [3], volevo evitare un “commento a caldo”, ma neanche mi sembrava eticamente corretto cavarmela con un freddo (ma sicuramente più elegante) “no comment”. E purtroppo questi tempi bui ci costringono continuamente a sporcarci le mani.
A scanso di equivoci dico subito che non sono un’anima bella: ho sempre avuto ben chiaro che l’ innocenza degli oppressi è poco più di una favola e che essere soggetti storicamente “dominati” e “inferiorizzati” (donne, gay/lesbiche, “neri/nere”…) non garantisce un “innato” (o “naturale” e “spontaneo”) antifascismo, antirazzismo e antisessismo.
So benissimo che ci sono sempre stati gay di destra (e oggi GayLib ne è solo la faccia più presentabile), come anche gay nazisti, antisemiti, razzisti … Per non parlare di quelli “islamofobi” [4]. Per inciso penso che questo sia vero anche per le lesbiche (e infatti non capisco, se si volevano rompere gli “stereotipi”, perché Italo e non Itala …) [5].
Quindi l’esistenza e la miseria dei gay di destra mi/ci sono note. Non è questo il punto. Le questioni sono altre. E secondo me piuttosto gravi.
In molt* [6] hanno preso le distanze da lettere e inviti di note organizzazioni lgbt ad Alemanno e ad altri esponenti della destra di governo, rifiutando l’ingiunzione “
al pragmatismo, alla ricerca del dialogo, anche con rappresentanti delle istituzioni che si ispirano ad ideologie fasciste“. E’ questo un “problema” che non riguarda solo il movimento lgbt: sappiamo che il “superamento” di destra e sinistra è uno dei leitmotiv della nuova destra, da tempo abbracciato anche da esponenti di sinistra, istituzionali e non.
Ma se è vero che questo paese sta accelerando la corsa verso una compiuta forma di fascismo (e credo che sia vero[7]), abbiamo la responsabilità – tutti e tutte – di vigilare e prestare maggiore attenzione critica (e autocritica).
E in questo scenario che il “camerata Italo” è tutt’altro che “
simpatico, sereno e tranquillizante” e non capisco quale sia, nel caso di questo puraido specifico, la capacità di “veicolare dei messaggi che, in questi giorni, trovo veramente fondamentali“, come scrive qualcun*.
Per quanto mi riguarda – molto pragmaticamente -, i messaggi che veicola sono quelli che possiamo leggere di fianco alla (simpatica, beninteso) immagine:
“Essere maschio significa picchiare, soprattutto i froci, meglio se in tanti contro uno, perché l’onore virile deve essere difeso. Se poi ti accorgi che il sabato sera, a CasaPound, al concerto del tuo gruppo nazirock preferito la vista del tuo camerata a torso nudo ti eccita, ti racconti che non importa, perchè tanto tu e lui siete camerati, e poi non puoi essere frocio, perché non ti senti “sensibile”, non vesti alla moda, non ascolti Madonna”[8].
Effettivamente CasaPound è
sbarcata a Bologna il 18 maggio con l’apertura di un “centro sociale” (CasaPound Italia Bologna) in via Toscana, alla periferia sud-est della città, in uno stabile in affitto dalla Fiamma Tricolore, tra manifesti di Iannone (creatore di CasaPound a Roma) e Radio Bandiera Nera.
Dal Corriere di Bologna: “si definiscono ‘antimperialisti, anticlericali, fascisti e fieri di esserlo’. Revisionisti se – spiegano – per revisionismo si intende raccontare la verità sulle foibe [9]. ‘A Bologna siamo all’inizio, nonostante sia una città a noi ostile, siamo convinti di poter fare molto’, spiega Carlo Marconcini, ideatore del centro sociale e voce della radio insieme ad Alex Vignali, che aggiunge: ‘CasaPound nasce anche per occupare, ma per farlo ci vogliono i numeri e noi, a Bologna, forse non siamo ancora abbastanza. Ci sono i transfughi di Azione Giovani, ragazzi che frequentano Forza Nuova, gli oramai ex Fiamma come noi, ci sono le ragazze di Donne Azione e quelli del Blocco studentesco‘. In tutto, per ora, una trentina di camerati ‘duri e puri’, che rifiutano di avvicinarsi alla Destra di Storace, che definiscono ‘amici con percorsi diversi’ i militanti di Forza Nuova e che di Alleanza Nazionale sentenziano: ‘sono nulli’”.
Non so quant* hanno voglia di ritrovarseli vicini al Gay Pride. Dico così per dire, ovviamente. Perché – per intanto – i segnali di “dialogo” da parte di costoro mi sembrano veramente poco incoraggianti: alcuni manifesti con i puraido in bella mostra sono stati imbrattati con svastiche e scritte affatto dialoganti [10].
[1] Qui e qui trovate la spiegazione del termine puraido, se ho ben capito la translitterazione della parola katakana ovvero orgoglio (pride).
[2] Il concetto di “rottamazione” applicato al camerata Italo mi viene da Paola Guazzo, che ringrazio.

[3] E tra l’altro è stato scritto “a tappe” (cerco di chiuderlo oggi, venerdì 30): il solito poco – anzi pochissimo – tempo e tante altre spiacevolissime urgenze verso le quali ho cercato di convogliare le mie energie in esaurimento. L’ultima notizia è che i testimoni della morte di Hassan Nejl sono stati prontamente “rimpatriati” in Marocco con un volo dall’aeroporto di Malpensa.
[4] Ho sempre avuto delle grosse perplessità circa il termine islamofobia. Lo uso per semplicità, perché oramai è entrato nel dibattito corrente e tutt* ne capiscono il senso.
[5] Tutt’al più posso immaginare che le lesbiche, pur di destra, rifiutino il ruolo di madre, moglie, angelo del focolare con scopa e ramazza rivendicato, anche pubblicamente, da altre appartenenti al genere femminile. Se è una mia pia illusione non esitate a comunicarmelo.

[6] Ad esempio qui.

[7] Basti pensare all’omicidio di un ragazzo a calci e pugni ad opera di un gruppo di fascisti vicini a Forza Nuova fatto passare per atto di bullismo, al quasi linciaggio di alcune trans romane ad opera di una folla inferocita sotto lo sguardo compiacente della polizia, ad Almirante (antisemita, fucilatore di partigiani/e e terrorista) che diventa un “esempio da seguire”, agli attacchi con bombe molotov ai cosiddetti “campi nomadi” in diverse parti d’Italia in seguito alla falsa notizia (strombazzata dalla maggioranza dei media) dell’ennesimo rapimento di un bambino da parte di una zingara, e infine alla morte di Hassan nel Cpt di Torino (che è solo l’ultima di una lunga serie) e al “rimpatrio” degli unici testimoni …
[8] Probabilmente chi ha schizzato questo ritratto del “camerata Italo” non ha letto George L. Mosse, Sessualità e nazionalismo (1982).
[9] Peccato che la verità sulle fobie sia già stata raccontata. E bene. Vi invito a leggere l’articolo di Claudia Cernigoi, Il pozzo artificiale, pubblicato sull’ultimo numero di Zapruder (che ho segnalato
qui) e il sito La Nuova Alabarda, che trovate qui di fianco in Segnaletica.

[10] Qualcun* ovviamente potrebbe obiettarmi che non si tratta del manifesto con il camerata Italo. Content* voi …

Risultati

I giochi elettorali sono compiuti, non erano truccati, tutto quello che andava fatto è diventato un fatto, definito e chiaro nella sua potenza: hanno vinto i migliori, scesi in Campo. Sembra che un po’ tutti noi, quelli che non hanno partecipato se non votando o astenendosi, abbiamo voglia di capire perchè: non accade a chi ci ha governato, tentano già di mettere i cocci a posto e il vaso trabocca da un pezzo. … Leggi tutto

Tre seggi, e può cambiare il Senato Nel Lazio in bilico arriva anche Totti

Quindici senatori a chi vince, 12 a chi perde e a chi strappa l’8 per cento Il ruolo cruciale di Sinistra, Udc e la Destra. Decisivo il duello Storace-Ciarrapico
di CLAUDIA FUSANI

<B>Tre seggi, e può cambiare il Senato<br>Nel Lazio in bilico arriva anche Totti</B>

Giuseppe Ciarrapico, n.11 per il Pdl al Senato nel Lazio

ROMA – Se Bossi si fosse morso la lingua prima di dire “imbracciamo i fucili e andiamo a prendere la canaglia centralista romana”, il Cavaliere sarebbe stato assai più contento. Perché è dura spiegare all’elettorato moderato del Lazio e di Roma l’ennesima intemperanza verbale dell’alleato senatùr. Prima del voto, nella regione che più di tutte – tra quelle in bilico – deciderà l’assetto del Senato. E soprattutto poche ore prima dall’ “entrata in campo” di Francesco Totti con le sue dichiarazioni pro-Rutelli sindaco che certo non lasciano indifferenti i cuori dei cittadini della capitale.
Dal punto di vista del Pdl non semplifica le cose neppure quel comizio gemello e nostalgico che Giuseppe Ciarrapico, candidato n.11 alla Camera nel partito di Berlusconi, ha tenuto a Littoria-Latina, basso Lazio, pochi giorni prima di quello tenuto dal leader della Destra Francesco Storace. Erano amici, fino a un mese fa, il re delle acque minerali e l’ex Epurator, stessa fede fascista, stesso disprezzo per il revisionismo di Fini. Invece poi le logiche contabili delle elezioni e le ambizioni personali li hanno divisi e messi addirittura contro. E loro che fanno? Organizzano il comizio nello stesso posto. Per sbranarsi.

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Pietro Ingrao su Fidel Castro

Ieri ho scovato un articolo su “La Stampa” che titolava “Il mea culpa di Fidel”. Castro, ovvio. Di per sé, si tratta di un appendice sul rapporto tra politica, rivoluzione e passioni giovanili. Quello che ha catalizzato la mia attenzione è stato il bilancio di due personaggi del mondo politico “attempato” dell’Italia di ieri, ma anche di oggi. Si tratta di Pietro Ingrao (classe di ferro 1915) e Giulio Andreotti (del 1919). Non proprio due giovanotti e che, quindi, avrebbero poco da dire sulla “gelosia” del potere del Comandante Castro. Infatti, entrambi hanno alle spalle un buon numero di legislature che testimoniano o una grande passione per il proprio mestiere o grossi interessi in ballo: Andreotti si è praticamente “mangiato” tutte le legislature dalla prima alla quindicesima ed oggi siede come Senatore a vita. Un bel pezzo di storia, proprio come il castrismo.

Tuttavia, il giudizio che più trovo fuori luogo sull’esperienza castrista è quello di Ingrao. “A Cuba mancano i diritti fondamentali degli esseri umani e la vicenda non è restringibile a singoli eccessi giovanili: c’è stato un moto di liberazione reale, ma poi è rimasto solo un regime totalitario. Non riesco a legare la gioventù e la vita di Castro ad un ideale e ad una pratica comunista. Spero i giovani si ispirino ad altri esempi per prendere il potere: Gramsci è molto meglio di Fidel. E mi dispiace che nel mio campo ci siano stati tanti errori di valutazione nei confronti di quest’ultimo, anche da parte dell’Unione Sovietica.” Questo è il virgolettato che Ingrao ha rilasciato all’autore dell’articolo, F. Rigatelli. Passo oltre gli “esempi per prendere il potere”, che suona squallido e antiquato, visto che – a mio avviso – il potere non si prende, ma si guadagna. Passo anche oltre sul fatto che Ingrao avesse partecipato ai Littoriali della cultura e dell’arte, gare multidisciplinari dedicate a chi volesse far carriera nel PNF, ottenendo il terzo posto. La poesia era intitolata Coro per la nascita di una città (Littoria). Per poi redimersi come partigiano. Anche per lui, però, il fervore artistico giovanile l’avrebbe condotto altrove; anch’io “Non riesco a legare la gioventù e la vita di Ingrao ad un ideale e ad una pratica comunista”. Eppure, la sua figura la fece. Eccome. Pure il comandante partigiano Ulisse (al secolo Davide Lajolo), che maritò una ragazza del mio paese, aveva servito Mussolini in Abissinia e Albania. Eppure, fu per anni una voce significativa del giornalismo del PCI e un testimone (nonché artefice) della resistenza, con opere quali “A conquistare la rossa primavera” (che già dice tutto!).

Purtroppo, al mondo è difficile essere “santi” (forse e soprattutto a livello politico): ogni grande uomo politico ha le sue “macchie”, i suoi vizi e difetti in senso lato. Pure Ingrao. Di fatto, il suo revisionismo non rende giustizia e condanna storicamente un periodo della storia cubana che ha consentito alcuni balzi in avanti, che non erano stati possibili nel corso del periodo della “occupazione” (più de facto che de jure) statunitense. I dati socio-economici lo dimostrano. Vero è che il castrismo non è stata la panacea a tutti i mali del popolo e della società cubana. Tuttavia, il catastrofismo della sinistra europea ha “specchi di legno”. I “fallimenti” di Castro sono infinitesimali rispetto a quelli del PCI, che non ha saputo\potuto fare di più o meglio, non ha saputo durare oltre il crollo del muro, né adattarsi alle fasi storiche nuove ed inedite. Riguardo gli errori di valutazione, purtroppo se ne fanno molti…Anche l’URSS degli Anni ’50 pensava di accelerare e di lasciarsi dietro il capitalismo occidentale a partire dal 1970. Purtroppo, i conti si rivelarono sbagliati, poiché non avevano previsto il boom economico dell’Europa negli anni ’60…che peccato! La conclusione dell’intervento di Ingrao praticamente liquida il periodo castrista come la rovina e la caduta nel totalitarismo, cosa di cui (purtroppo) l’URSS non se ne accorse. Stento a credere che un tal revisionismo “salvi” l’URSS dei gulag e “condanni” la Cuba dell’istruzione gratuita e del piano di alfabetizzazione. Fortunatamente, Andreotti si dimostrano (non me lo aspettavo?!) un po’ più realista, vedendo la situazione futura cubana come “una sintesi tra la situazione precedente a Fidel e ciò che lui ha fatto di positivo”. Almeno lui si sente di “assolvere” il Castro Comandante e gli anni della Rivoluzione.

A mio avviso, la vicenda cubana va letta in modo “realista”, come un po’ tutta la realtà internazionale, contestualizzando fatti, personaggi ed eventi, in un mondo (già all’epoca della Rivoluzione) globalizzato. Eccome! L’interdipendenza strategica tra le due super-potenze (che avanzavano in un Risiko poco virtuale in tutti i cinque continenti) determinò la decisione di schierarsi con il campo sovietico, dal quale presto si staccò l’idealista Ernesto Guevara, lasciandovi il più pragmatico Fidel. Questa, tra le più controverse fra quelle operate da Castro, fu una scelta condizionata dal quello che potremmo definire il “primato della politica estera”. A conti fatti, le alternative non erano infinite e soprattutto occorreva tenere in conto le mosse di tutti gli sfidanti. Fu come giocare una partita di scacchi multipla, contro più giocatori contemporaneamente. Certo, all’epoca prendere decisioni in quel di Cuba non era cosa da poco, non era come cambiarsi d’abito o come un accordo con la DC. All’epoca si rischiava o l’invasione o la guerra atomica. In questa situazione di incertezza, di limitazione delle possibilità di azione, Castro ha fatto il possibile per a) perpetuare la rivoluzione b) sviluppare il paese. Tanto più si è messo di mezzo anche l’embargo, classico provvedimento unilaterale americano a cui ormai siamo abituati.

Condivido l’opinione di coloro i quali sostengono che Fidel avrebbe lasciato indietro qualcosa. Certo, qualcosa è stato trascurato, qualcosa manca, qualcosa si è perso…Forse l’ha capito pure Fidel, che viene dato come uscente dalla contesa politica. Però il liquidare l’esperienza rivoluzionaria come una “pagliacciata” o – peggio – come un “gulag” (come fece recentemente G.W. Bush) è antistorico, oltre che artatamente fazioso, specie se il giudizio proviene dalla sinistra europea. Andreotti, più pragmatico, mestierante ma leggermente più onesto nel giudizio su Castro, si lascia andare: “Io avevo di fronte il comunismo europeo, lui si trovava il regime di Batista: non gli fu facile prendere il potere. Certo, l’età deve aver influito nelle sue scelte, ma ciò che conta è come nasce la passione politica. Per questo ho sempre avuto un occhio benevolo per lui e, quando ci conoscemmo, mi diede molte ragioni perché avevo studiato alla scuola pubblica, mentre lui dai Gesuiti”. A mio avviso, la grandezza (asetticamente parlando) della Revolución (con Castro a capo) fu quella di aver operato nel migliore dei modi con gli strumenti a disposizione. In valore assoluto sembrerà cosa di poco conto, in valore relativo i progressi di Cuba sono visibili e tangibili, in ogni ambito sociale ed economico, con performances migliori di alcuni paesi che si sono aperti al “comercio libre” verso gli Usa.

Come spesso sottolinea l’amica cubana Gaviota Zalas, il popolo cubano adesso ha bisogno di libertà intrinseche significative, della ripresa di relazioni stabili con altri paesi, del ripristino di una alternativa ed alternanza. Che Castro se ne sia accorto?

 

di Alessandro Badella

LATAM

Manifesto per il Socialismo del XXI Secolo

Mentre la Gallina Maddalena dice che il nuovo Partito Demagogico sarà socialista e liberale, l’Infausto Libertinotti propone per la futura Europa Sinistrata un programma il cui motto sarà: “Lasciar fare alla pianificazione…!”.

Davanti a simili esternazioni, la platea dei Sofri, che “sofrono” molto per non poter più essere dei piccolo borghesi come gli altri, a causa di un passato da rivoluzionari di professione da fighetti quali erano ieri e ancor di più oggi, discutono di King, di Gandhi, di Habermas, di Bernstein e della famosa citazione capovolta, “il movimento è tutto, il fine è nulla”, capendo per altro ancor meno del suo significato: “il movimento, il bernsteinismo, l’opportunismo da Partito Demagogico è la fine di tutto”, la fine di chi, in nome di chissà quale movimento, non è mai andato da nessuna parte, ad esclusione di dove tira il vento. E il vento tira sempre a destra, dove vuoi che tiri?

Al di là delle raffiche, va precisato che un conto è il revisionismo alla Bernstein o alla Kautsky, e un conto è il revisionismo da Partito Demagogico. Nel primo caso, infatti, il revisionismo parte da una “prima visione” a cui nessun opportunista si è mai permesso di mancare, nel secondo invece il revisionismo non nasce né da una prima né da una seconda visione, ma riflette direttamente la mancanza di un qualunque segnale d’uno oscurantismo peggio che medievale che solo la voce del Rinascimento operaio potrà rimettere quanto prima al suo posto:

O il fine è tutto, o il movimento è fermo. Perché il movimento operaio, o è rivoluzionario o non è niente!

Qua, dall’orlo estremo di un’età apparentemente sepolta, sarà bene parafrasare la più grande rivoluzionaria di tutti i tempi perché, tra le tante mezze calze nominate (King e Gandhi esclusi) a sostegno della loro mediocrità, tutti i rinnegati della nuova bolsa sinistra, non si scordino proprio del tutto le loro origini: «È Bastato che il Partito Demagogico aprisse i battenti, per capire che non aveva altro da dire e da fare che richiuderli subito» (da Riforma sociale o rivoluzione? di Rosa Luxemburg). E già che ci sono, i nuovi rampolli, si ricordino anche da dove nasceva e quale ne era, per questa grande rivoluzionaria, la caratteristica principale del bernsteinismo: «L’avversione contro la “teoria”. L’opportunismo non è in grado di costruire una teoria positiva capace di sostenere in qualche misura la critica». Da qui l’ipocrisia con cui si mischiano, tra le altre cose, socialismo e liberalismo. Ipocrisia che non è di Carlo Rosselli – preveniamo le eventuali obiezioni – ma solo degli eterni opportunisti, cavalcatori ieri del fetido cadavere della defunta Socialdemocrazia e oggi anche, senza ritegno, del “Socialismo Liberale” di questo piccolo, grande italiano.

Ma perché mai gli opportunisti detestano la teoria? Perché dietro l’odio per la teoria, c’è l’odio che l’unica classe dominante completamente analfabeta mai esistita, l’impresentabile borghesia a cui appartengono oramai irrimediabilmente, nutre per la cultura; l’antipatia profonda, viscerale e giurata contro i “classici”, contro lo studio dei “sacri testi”, contro il rigore intellettuale e la ferrea disciplina mentale con cui chi li apprende disimpara l’arte televisiva, comprata a buon mercato, di sgusciare da tutte le contraddizioni e da ogni ideale principio per mettere i piedi in tutte le staffe, nota arte da parata, futurista come solo i graffiti delle caverne hanno saputo esserlo, dalla quale tutti gli ignavi della terra, costi quel che costi, non vogliono assolutamente separarsi.

Per fortuna, mentre l’esercito innumerevole dei tartufi contro-riformisti si raduna sotto il “grande palmizio”, probabile simbolo del futuro Partito per l’Estate, dall’altra parte del mondo, dalla punta più avanzata della solita Atlantide che sta lentamente ma inesorabilmente riapparendo, il colonnello Hugo Rafael Chávez Frías, solo come Majakovskij contro tutti i canarini al timone, grida: «Svelti, torcete il collo ai canarini, prima che non solo il Socialismo per il XXI Secolo, ma anche i suoi prodromi, dai canarini siano sopraffatti».

IL SOCIALISMO È MORTO? EVVIVA IL SOCIALISMO!

George Bush e il revisionismo revanscista sul Vietnam

“Il prezzo della ritirata degli Stati Uniti dal Vietnam fu pagato da milioni di innocenti”. Su queste basi, George Bush, parlando nello stato del Missouri davanti a un pubblico di ex-militari, ha impostato i motivi del perché l’esercito degli Stati Uniti deve continuare a restare in Iraq, nonostante l’evidenza del fallimento di ogni prospettiva di stabilizzazione nel paese mediorientale, a quattro anni e mezzo dall’invasione del 2003. E’ la prima volta che Bush collega direttamente il Vietnam con l’Iraq, ma soprattutto è la prima volta da tempo immemorabile che qualcuno faccia propria, sia pure con una circonlocuzione, la stravagante tesi che il ritiro dal Vietnam fu un errore … Leggi tutto

Stragi rosse e altre storie (Borsellino, insegnamento, gerontocrati)

Con Paola Adami, Luca Mastellaro, Leonardo Magalhaes Firmino, Antonio Pagliaro, Leandro Rufini

Luca Mastellaro: Caro Gennaro, Radio Popolare di Milano ha dato la notizia della pubblicazione finanziata dalla regione Lombardia di una Storia della Lombardia a fumetti infarcita di revisionismo e falsi storici in particolar modo sul tema “anni ’70″. Trovo … Leggi tutto

Joseph Ratzinger il negazionista

Benedetto XVI ha riscritto in Brasile la storia della Conquista: “La religione cattolica non è mai stata imposta dai conquistatori ai popoli nativi del continente americano. Cristo era il salvatore che i loro antenati da sempre anelavano silenziosamente”.

“L’annuncio di Gesù e del Vangelo -ha continuato il papa- non è stato in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu l’imposizione di una cultura straniera”.

Altro che le scuse pronunciate da Giovanni Paolo II per alcuni crimini della chiesa del lontano passato!

Quella pronunciata da Joseph Ratzinger è … Leggi tutto

Giorno della memoria

Amos Luzzatto Le ombre della storia: la Shoah ; Tullia Zevi Ingiustizia e riparazione ; Tullia Zevi Perchè Auschwitz? ; Domenico Losurdo Il revisionismo storico ; Gulag ; Claudio Pavone A che serve la memoria storica? ; Remo Bodei Ricordare e dimenticare ; Alessandro Dal Lago Che cos’è il razzismo?

SE QUESTO E’ UN UOMO

Voi che vivete sicuri … Leggi tutto

Appello per Allende vittima? Io non firmo

Alcuni amici mi hanno chiesto di veicolare e firmare un appello contro due consiglieri comunali di Forza Italia che, a Bologna, pretendono di eliminare dalla toponomastica cittadina la Via Salvador Allende. L’appello, molto ben intenzionato, è intitolato: “Revisionismo Storico: Allende da vittima a carnefice“. Pubblico il link, va bene, ma io questo appello non lo firmo. E spiego perché … Leggi tutto

Giorno della memoria

Amos Luzzatto Le ombre della storia: la Shoah ; Tullia Zevi Ingiustizia e riparazione ; Tullia Zevi Perchè Auschwitz? ; Domenico Losurdo Il revisionismo storico ; Gulag ; Claudio Pavone A che serve la memoria storica? ; Remo Bodei Ricordare e dimenticare ; Alessandro Dal Lago Che cos’è il razzismo?

SE QUESTO E’ UN UOMO

Voi che vivete sicuri … Leggi tutto

Foibe

E’ tutto vero. Il PCI occultò per opportunismo politico quei crimini. Ed è bene che se ne parli. Non è bene, è ancora criminale, lo stravolgimento della realtà, il revisionismo bottegaio della destra o da cattiva coscienza della sinistra odierna che appare disposta ad ammettere tutto ed il contrario di tutto.


Non se ne può più di sentire parlare di “italiani brava gente”. Non se ne può più di sentire parlare dell’Istria e della Dalmazia come di “terre italiane” sottratteci ingiustamente. Una volta per tutte: se nei tre centri più importanti, Zara, Pola e Fiume (i tre capoluoghi di provincia) c’era una maggioranza di popolazione italofona e sostanzialmente italiana, nelle campagne non c’era un italiano a cercarlo col lanternino. Meno del 5% della popolazione era italiana. In totale, in tutta la regione gli italiani erano una forte minoranza, ma minoranza. Quindi non erano necessariamente “terre italiane”, ingiustamente sottratte dal trattato di pace, come a sproposito sento blaterare.


Ciò non giustifica le foibe se non in un altro contesto, quello della bestialità della guerra e della crudeltà -anche criminale- del sanguinario giro di vendette scatenatosi tra gli ultimi mesi ed il periodo successivo. Soprattutto, la giusta condanna delle foibe non può occultare la bestialità di decenni di italianizzazione forzata di quelle terre, con violazione di massa dei diritti umani e la selvaggia occupazione nazifascista. Tutto ciò, nella corretta uscita dall’oblio di questo crimine, ricaccia nell’oblio il contesto. E il contesto è quello della seconda guerra mondiale. Nelle foibe morirono 3-5.000 persone. Senza entrare in calcoli illegittimi e differenze tra vittime innocenti, torturatori e collaborazionisti, resta un fenomeno all’interno di una guerra mondiale nella quale morirono 50 milioni di persone.


L’intento delle destre, di crearne un loro olocausto, è strumentale e va rigettato. E’ giusto ricordare e condannare, ma anche ristabilire le proporzioni.


Anche la questione dei profughi istriani e dalmati appare usata oggi in maniera strumentale tanto che viene perfino confusa con le foibe. Il riassetto postseconda guerra mondiale, vide spostamenti di massa di decine di milioni di persone con sofferenze bibliche conseguenti. La Polonia venne fatta slittare di 200 km verso Ovest, tra India e Pakistan vennero scambiati milioni di abitanti. Ognuno di questi spostamenti ha causato lutti e drammi umani.


L’Italia, da paese aggressore e poi sconfitto, non poteva non pagare un prezzo territoriale. L’ha pagato, ma non per colpa della Yugoslavia aggredita e che seppe liberarsi da sola, ma per colpa propria e del regime fascista. Ed è l’Italia e quel regime che furono responsabili del dramma di quei profughi.