Thursday 09 February 2012, 07:40

Gli articoli con tag: " qualunquismo "

Signori di altri tempi nella società moderna

Il 5 dicembre del 2008 il giornale Il Tirreno, nella cronaca locale, titolava così l’articolo sulla morte di mio padre: "signore di altri tempi".

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Donne, partiti e sistemi elettorali

http://www.italiadonna.it/public/percorsi/imgs10/1.jpgNella lunga descrizione sui motivi per cui le donne e la politica dei partiti non vanno per niente d’accordo, va aggiunto un paragrafo che riguarda le elezioni a cura dei partiti.

Innanzitutto c’e’ la legge elettorale. E’ la prima cosa che viene fatta ad ogni ricambio di legislatura. Chi vince si orienta verso modifiche e aggiustamenti che gli porteranno un vantaggio. Come giocare eternamente in una partita truccata le cui regole vengono cambiate di volta in volta a seconda di chi vuole essere il candidato favorito.

Nei bei tempi di Mussolini egli volle una legge che assicurasse una "solida" e "stabile" maggioranza parlamentare. La Legge Acerbo era a maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Fu grazie a quella legge che Mussolini divenne intoccabile poichè egli fu eletto dal "popolo" grazie ad una minoranza di voti che il premio di maggioranza raddoppiò.

La "stabilità" di governo di Mussolini sappiamo bene a cosa portò. La guerra, il colonialismo (Libia, Somalia, Eritrea), leggi razziali, un patto di ferro con la chiesa, persecuzione dei dissenzienti, carcerazione dell’opposizione politica, censura, fine della libertà di stampa, deportazione, rastrellamenti, confino e campi di lavoro e di sterminio per ebrei, rom, comunisti, opposizione politica cattolica, donne, gay, lesbiche.

Dopo la seconda guerra, la costituzione italiana, le nuove leggi si orientarono verso un lento cambiamento. Una cosa però fu cambiata subito: la legge elettorale. Chi la compose si orientò sul proporzionale con preferenza e suddivisioni in circoscrizioni nelle quali era possibile eleggere un candidato che fosse realmente legato al territorio, nel bene e nel male.

Un voto proporzionale è una scelta democratica fatta per garantire la partecipazione ad ogni cittadino e ad ogni cittadina. Un voto corrisponderà ad un voto. L’assemblea che veniva fuori da quelle elezioni era plurale. Il governo si componeva dopo le elezioni. Il presidente della repubblica nominava il presidente del consiglio che presentava la sua squadra e la sua coalizione di governo.

Per molti anni governò la democrazia cristiana assieme ai socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Tutti componevano una struttura conosciuta come il pentapartito.

I primi anni novanta furono caratterizzati da una profonda crisi del sistema politico, dovuta in gran parte alle inchieste di mafia e per le tangenti. I pentiti di mafia da un lato e il processo contro le tangenti dall’altro decapitarono i partiti per come li conoscevamo.

Come raccontavo nel post sulle donne e la politica dei partiti ciascuno ebbe un ruolo nel ricostruire un sistema che non aveva cambiato di una virgola le premesse ma si destreggiò in metamorfosi apparenti con cambio di nomi e simboli e candidati che erano figli, nipoti, parenti, portaborse dei politici "impresentabili" e "compromessi" fintanto che essi stessi non poterono ripresentarsi con una nuova verginità per mostrare tutta la loro forza e il potere contrattuale che avevano tenuto vivo dietro le quinte.

http://bibliostoria.files.wordpress.com/2007/10/art1a.jpg Fu in quel preciso momento che iniziò il balletto delle proposte referendarie sulla legge elettorale. Chi promuoveva questi referendum era (ed è sempre) il democristiano Mario Segni, figlio di Antonio Segni, già presidente della repubblica e coinvolto nel Piano Solo, un progetto di colpo di stato militare volto a dare all’arma dei carabinieri il potere in Italia, che fu quasi attuato nel 1964.

Nei primi anni novanta si disse che la frammentazione era troppa e che bisognava dare garanzia di stabilità di governo. Il progetto prevedeva l’elezione diretta del sindaco, poi del presidente di provincia, poi della regione, infine del presidente del consiglio. Il primo referendum riguardò la scelta del maggioritario in italia. Ricordo di aver votato NO sapendo tutto quello che sarebbe avvenuto negli anni a venire.

Ci fu una grande frattura anche nel centro sinistra. Ciò che restava dalle ceneri del congresso del pci del 1989 (il pds) era convinto così di potersi liberare di tutti coloro che non avevano voluto seguire i dirigenti piddiessini nella strada di quello che loro chiamavano "rinnovamento". La verità era che l’anima destrorsa del piddiesse non era dissimile da quella più fascista che si nascondeva dietro le fila di partiti moderati di ogni altro genere. Sicchè il pds, allora retto da Occhetto, voleva far fuori tanta gente nello stesso modo in cui consentiva alle mozioni di partito la vittoria e la sconfitta: truccando le regole e caricando nuovi partecipanti al traino.

Quel referendum, che credo si svolse nel 1993, superò il quorum e da allora in poi tutti poterono dire che la volontà degli "italiani", questa entità espressa come categoria assoluta, andava in direzione del maggioritario. La stagione delle riforme dunque ebbe inizio fino ad arrivare ai meccanismi perversi che oggi conoscete.

Allo stato attuale abbiamo l’elezione diretta del sindaco, del presidente di provincia e della regione con premio di maggioranza e sbarramento al 5% (in sicilia nelle ultime elezioni sono rimasti fuori tutti i piccoli partiti di destra e sinistra). Il sistema nazionale è passato dal collegio uninominale, a maggioritario e premio di coalizione a liste circoscrizionali bloccate, senza preferenza, con maggioritario, premio di maggioranza e sbarramento al 5%. Il sistema per le europee prevede la preferenza, è ancora vagamente proporzionale ma con lo sbarramento del 4% che ha portato alle ultime elezioni ai risultati che conoscete.

Il prossimo referendum del 21 giugno chiede agli elettori se vogliono rafforzare il sistema bipartitico, bipolare, per lasciare morire tutti i soggetti che non si sentono rappresentati da quelli che prendono un maggior numero di voti e lasciare dominare la scena al pdl e al pd come unici  rappresentati della politica di una intera nazione. Non votare a questo referendum, rifiutare le schede, sarebbe una scelta furba, perchè anche votando no c’e’ il rischio che il si prevalga e che i no aiutino al raggiungimento del quorum.

Quello che andrebbe fatto invece è tornare un po’ indietro per andare avanti. Attualmente l’italia esprime un 30% di astensionismo. Con un 70% di votanti all’incirca, le maggioranze sono sempre risicate. Basta però anche un solo voto in più degli avversari che si aggiudicano un gran premio di maggioranza che li mette al sicuro da ogni possibile scossone.

Considerando tutti i potenziali elettori abbiamo a che fare con forze politiche che impongono il proprio governo con una quota misera di consensi che può essere ipotizzabile in un 30% in totale. Ecco perchè il sistema maggioritario è totalmente antidemocratico. Giocare alla democrazia con un gioco truccato e regole preimpostate per fare vincere un preciso soggetto non è democrazia. E’ solo una pantomima che è già totalitarismo.

Con quel 30% di elettori chiunque governa è un vincitore che ha barato. Chiunque governa avendo escluso altre forze sotto il 5%, per quell’inciucio emozionale fatto di voto utile, delegittimazione politica e mortificazione di tante voci che non hanno alcuna rappresentanza, non è legittimato a decidere alcunchè tranne che per le questioni ordinarie.

Solo in un caso il governo italiano espresse "riforme", ovvero cambiamenti strutturali in settori nevralgici per la vita delle persone, e fu nel tempo che governò Mussolini. E’ quello che sta accadendo in questo tempo con la complicità della sinistra riformista e con la incapacità di una sinistra che più in generale non sa inventare nulla di diverso da quello che ha sempre fatto, ivi compresa la politica populista a leadership maschile.

E’ una politica monca sul nascere, fatta di miserie e di interessi personali, che riguarda – e lo dico senza qualunquismo – la gran parte dei soggetti di partito. Sono miserie che si esprimono sul piano locale o nazionale. Potete vederle nelle elezioni comunali dove un po’ ci si conosce tutti e – per esempio – capita spesso che i nemici più agguerriti di proposte differenti, di soggetti autonomi, in gamba, indipendenti, siano proprio quelli che continuano a sventolare le bandiere dei vecchi simboli.

Mi ricordo ancora la guerra per motivi di protagonismo da parte di pezzi che compongono l’attuale Pd contro soggetti che facevano antimafia senza farsi mettere sulla fronte il bollino di appartenenza del loro partito. Come dire: se non ti fai sponsorizzare puoi anche morire.

Mi ricordo ancora le miserie localistiche di un pezzo di rifondazione siciliana che stabiliva il livello di partecipazione alla politica in termini di quote e di veti. Un veto per proposte di candidatura che non partivano dal loro cappello magico e una proposta in quota che potevano spendere per avere un misero assessorato.

Diciamocelo: a destra fa schifo, lo sappiamo, è una merda dal punto di vista ideale e pratico. Ma a sinistra i mezzi di confronto non sono certamente più schietti, liberi da certe storture, con minori distorsioni e la preoccupazione principale non è "il bene della nazione" ma "il bene del partito" ovvero degli uomini del partito. Lo dico fuori dai denti perchè lo so e so anche che questa cosa fa rabbia a tanti e tante compagne che insistono nel tentativo di rinnovare dall’interno per poi ritrovarsi a fare la fila in strutture gerarchiche dove hai diritto di parola solo se hai passato il livello di associata che frigge le patate nelle feste di liberazione, poi quella di componente della segreteria della sezione periferica del cucco e tutte le altre che arrivano e che man mano che passano, si portano via sempre più un pezzo di te e ti trasformano in men che non si dica in un@ burocrate della politica che parla come Di Liberto, si veste come bertinotti e cammina come ferrero.

Per le donne, come dicevo, non c’e’ posto in un sistema fatto così. E il punto non è che sia un sistema respingente per le donne ma che è un sistema che va totalmente rinnovato. Non va bene. Non ci piace. Non è lì che vogliamo stare. I partiti non vanno bene, a partire dai loro vecchi, sempre uguali, attaccatissimi alle poltrone, narcisisti, leader. Abbiamo avuto il diritto al voto nel 1946. E’ un diritto che ci consente soltanto di eleggere uomini senza che mai in nessun caso siamo riuscite a incidere, condizionare, contribuire, interferire. Sarà forse il momento di porci il problema.

E ora qualche dato sulla legge Acerbo che come vi dicevo fu quella che permise l’elezione di Mussolini come le nostre leggi permettono l’elezione di berlusconi.

La Legge Acerbo

La legge elettorale italiana del 1923 fu la legge elettorale adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni del 1924. Essa è usualmente indicata come legge Acerbo dal nome del deputato Giacomo Acerbo che ne redasse il testo.

La legge (approvata il 18 novembre 1923 con il n. 2444) fu voluta da Benito Mussolini allo scopo di assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.

Iter parlamentare

Il 4 giugno 1923 il disegno di legge redatto da Acerbo fu approvato dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini e il successivo 9 giugno venne presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente Enrico De Nicola secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi.

La commissione fu composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente) e Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della "Democrazia", Antonio Salandra per i liberali di destra, Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano (in realtà anche lui fascista) per il gruppo misto.

Tale legge prevedeva l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Ogni lista poteva presentare un numero di candidati pari ai due terzi dei seggi in palio (tale meccanismo fu spacciato per democratico in quanto garantiva di converso alle minoranze un terzo dei seggi dell’assise parlamentare, anche nel caso fossero scese al di sotto del 33% dei suffragi), cioè 356 su 535, e la lista che avesse ottenuto la maggioranza con una percentuale superiore al 25% dei voti avrebbe eletto in blocco tutti i suoi candidati. I restanti 179 scranni sarebbero stati ripartiti proporzionalmente alle liste di minoranza, sulla base della legge elettorale del 1919.

Ulteriori modifiche alla legge elettorale precedente erano la riduzione dell’età minima per l’eleggibilità da 30 a 25 anni, l’abolizione della incompatibilità per le cariche amministrative per i sindaci, i deputati provinciali ed i funzionari pubblici, ad eccezione dei prefetti, vice prefetti ed agenti di pubblica sicurezza. Altra importante innovazione fu l’adozione della scheda elettorale al posto della busta.

La legge Acerbo venne approvata alla Camera dei Deputati il 21 luglio del 1923 con 223 sì e 123 no: a favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano (tra cui De Gasperi), il Partito Liberale Italiano e altri esponenti della destra, quali Antonio Salandra; negarono il loro appoggio il Partito Comunista d’Italia ed il Partito Socialista Italiano. La riforma entrò in vigore con l’approvazione del Senato del Regno del 18 novembre[4] con 165 sì e 41 no. Nella discussione del disegno di legge presso il Senato ebbe un ruolo di primo piano il senatore Gaetano Mosca.

Effetti

Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 61,3% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni e che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centrosinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2 511 974 voti, pari al 35,1%.

Alessandro Visani scrisse sull’importanza politica della legge:
« L’approvazione di quella legge fu – questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile – un classico caso di "suicidio di un’assemblea rappresentativa", accanto a quelli "del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940". La riforma forni all’esecutivo "lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta". »

da femminismo a sud

Consociativismo Europa, con chi hanno votato i vostri eurodeputati?

Al parlamento europeo di Strasburgo il consociativismo è la norma. Lo rivela uno studio importante della ONG VoteWatch che incrocia i dati di tutte le votazioni della legislatura 2004-2009 e svela come si compongono le maggioranze quasi sempre molto ampie di qualunque cosa si tratti.

Pensate che in Italia (o in Spagna, o dovunque voi votiate nella UE) sia fondamentale esprimere il vostro voto per dirimere la contesa tra centro-destra e centro-sinistra, ovvero tra Partito Popolare Europeo e Partito Socialista Europeo? Ebbene per gli eurodeputati che vi chiedono il voto questo è un falso problema.

Europa

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La Rivoluzione della Cittadinanza in Ecuador. La sinistra di fronte alle elezioni

revolucion ciudadana La comparsa di un nuovo fronte progressista in Ecuador a partire dal 2007 ha tracciato una linea divisoria in America Latina, consolidando internazionalmente il nuovo asse di sinistra e dando fiato al tanto desiderato cambio che nel paese, particolarmente tra i settori medi e bassi, si era manifestato in varie forme negli ultimi 20 anni, ma senza che quest’ultimo avesse avuto soluzioni elettoralmente praticabili e teoricamente coerenti.

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Beppe Grillo, Vaffanculo!

grilloAdesso dovrebbe essere chiaro a tutti a chi serviva il guitto dell’antipolitica, il pifferaio magico, Beppe Grillo.

Faceva credere di poter trasformare la complessità della vita democratica di un paese di 60 milioni di abitanti con uno sberleffo, di poter risanare guasti storici nella gogna continua del qualunquismo e invece ha fatto l’apripista al regime della demagogia al potere.

Chi lo ha seguito, chi lo ha appoggiato, adesso ha tutti gli strumenti per ammetterlo, se è in buona fede : Beppe Grillo ha tirato la corsa al regime di Silvio Berlusconi.

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E se facessero Marco Travaglio ministro della Giustizia?

”Mandiamo più rompic… possibile nel prossimo Parlamento”

di Stefano Corradino – Articolo 21

Due scenari possibili. Vince Berlusconi. E’ un replay della sua ultima legislatura? Altro scenario: vince Veltroni. Cosa cambia? Nella giustizia, nell’informazione. Sul conflitto di interessi, sulle leggi ad personam… Nulla di fatto come in passato? E un po’ di fantapolitica. Si propone il nome di Marco Travaglio a ministro della Giustizia: cosa faresti nei tuoi primi 100 giorni? “Premesso che non lo farebbero e io non lo accetterei mai… Comunque, stando al gioco… la prima cosa da fare è un testo unico di due righe che dica: con decorrenza da oggi sono abrogate: la Legge sul falso in bilancio, la Legge Mastella sull’ordinamento giudiziario, la Cirami, la Gasparri, la Legge Frattini sul conflitto di interessi…” In una lunga intervista Travaglio ci introduce al suo ultimo libro, scritto con Peter Gomez. Un godibile un vademecum per le imminenti elezioni.

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Che noia mortale! Neanche il confronto in TV tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni ci potrà salvare

Berlusconi Io mi annoio, non so voi. Mortalmente. E’ una "drôle de guerre" che tale resterà. Non c’è più la politica signora mia. Non ci sono più gli ideali, oltre che le ideologie, ma non c’è più neanche tutto il resto, neanche più l’amministrare l’esistente. Una volta si aspettavano le elezioni in un crescendo di emozione.
Adesso tutto sta scivolando via senza sussulti in un paese dove tutti sanno che tutto va male, ma così male che tutti pensano che tanto peggio di così non potrà andare, e allora si tranquillizzano.

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Lettera aperta alla Madonna di Lourdes: ritornano Berlusconi, Casini, Fini, Mastella e Storace!

di Paolo Farinella, prete – Genova

Genova 04 febbraio 2008. Non ci resta che la Madonna di Lourdes, nella speranza che almeno lei possa fare qualcosa per l’Italia dove Padre Pio protegge il clan Mastella, Santa Rosalia piange il cattolicissimo Cuffaro condannato a cinque anni per complicità in «mafia personalizzata» e Santa Agata di Catania si affida alla mafia per la sua onorata processione. Madonna di Lourdes, confidiamo in te!

In queste ore si sta consumando l’assassinio della democrazia, ma più ancora della decenza e della dignità di una Nazione. Si va a votare, dopo appena due anni dalle elezioni perché deputati e senatori pagati 15 mila euro al mese (oltre al resto) per governare, non hanno saputo trovare il tempo per guadagnarsi lo stipendio. Pagati per governare, hanno spolpato la stessa parvenza della democrazia. Andremo a votare, infatti, con la legge-porcata che ha espropriato il popolo dell’unica ragione che lo rende democratico: il voto. Ancora una volta saranno le mafie dei partiti a redigere le liste dei candidati che il popolo schiavo dovrà votare a piè di lista senza fiatare.

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La notte della Repubblica

Non rischierò di apparire anticlericale o, peggio ancora, qualunquista perché colgo nelle intese extraparlamentari tra Berlusconi e Veltroni una commistione spuria che non riguarda, come intendono farci credere, le regole del gioco, ma la filosofia che le ispira e che si pone, nel suo insieme, contro i principi della Carta costituzionale. Sarebbe, d’altro canto, sin troppo facile replicare che, fino a quando l’omicidio Matteotti non diede la misura esatta dell’abisso in cui era precipitato il Paese, di “qualunquismo ante litteram” furono accusati i pochi che ebbero mente e cuore per dichiarare che, di fatto, la collaborazione di De Nicola e Croce con Balbo, Bottai, De Vecchi e Mussolini, apriva la via a un regime. Sarebbe facile, ma non serve: tutti sanno come andò a finire. I fatti compiuti, ci si può poi dividere sulla loro interpretazione, sono, per chi osserva la realtà, ciò che i “corollari” rappresentano per la matematica: una verità condivisa, una proposizione che risulta logicamente da una verità dimostrata in precedenza e che non esige, quindi, una nuova dimostrazione.
Si può discutere sull’opportunità “tattica” di criticare un papa invitato ad inaugurare l’anno accademico di una università pubblica e si può condividere l’opinione che meglio sarebbe stato attaccare a fondo il rettore che ha ritenuto d’invitarlo. Si può convenire sulla valutazione negativa d’una protesta laica che, sbagliando obiettivo, consente ai clericali un’offensiva mediatica micidiale e chiaramente vittoriosa. Tutto questo si può e si deve fare in un dibattito serio tra cittadini che discutano sul sistema di valori che è alla base della Repubblica. Meglio ancora, tuttavia, e direi anzi doveroso, sarebbe sforzarsi di inserire il fatto nel contesto che lo determina.
S’è detto: altri papi l’anno fatto e nessuno ha protestato. Non ci si chiede il perché e non si prende atto che si stanno confrontando due poteri che possono convivere pacificamente solo se l’uno riconosce e rispetta le prerogative e i diritti dell’altro.Benedetto Croce non l’ho mai amato. Chi andasse a leggere però ciò che ebbe l’animo di dire nel senato fascista al momento della discussione sui Patti del Laterano, troverebbe miserevole e miserabile il fatto che da destra come da sinistra – e scelgo non a caso due nomi: Berlusconi e Veltroni – sul discorso di Croce si sia passati con uno schiacciasassi, con più violenza e virulenza di quanto non fecero i fascisti. Berlusconi e Veltroni, che tengono a farsi passare per esponenti del pensiero liberale, che si sono eletti “salvatori della Repubblica” e si incontrano più o meno quotidianamente fuori delle sedi istituzionali per disegnare una legge che avvii ab imis la rifondazione della Repubblica, hanno cantato in coro, gridando allo scandalo per la tattica dei laici, che è stata sicuramente errata, ma hanno lasciato volutamente in ombra la questione che conduce alla guerra. Ora io non sono così ingenuo da credere che i due – e tutto quello che si muove attorno a loro – conoscano quanto ebbe a dire il socialista Jaurès in Francia in tema di rapporti tra il potere politico e quello religioso all’alba di quel maledetto Novecento che, consentitemelo, temo fortemente, i nostri figli rimpiangeranno. Non spero nemmeno che si impegnino in una discussione sulla separazione tra Stato e Chiesa intesa come reciproca garanzia di libertà. Nulla di tutto questo. Per togliermi dalla testa, però, il sospetto che l’accordo per “salvare la patria” nasconda, di fatto, la costruzione di un moderno sistema autoritario, da cui la Chiesa non potrebbe esser tenuta fuori, mi contenterei che sapessero e volessero porre il problema nel contesto politico in cui si inserisce. E sarebbe auspicabile che questo tentativo facesse anche la stampa, che tende a fare persino di Eugenio Scalfari una sorta di “mangiapreti“; che questo sforzo facessimo anche, e direi soprattutto, noi docenti di scuole e università pubbliche, per la delicatezza del nostro ruolo. A me pare che né Alcide De Gasperi, né Andreotti si sarebbero sognati di invitare alla Sapienza Ratzinger, dopo un pontificato che si è caratterizzato sinora per una scelta di totale chiusura persino entro l’area cristiana; Giovanni XXIII si sarebbe scandalizzato per il ritorno alla liturgia pre-conciliare e Giovanni Paolo II avrebbe nutrito molti dubbi sulla cambiale in bianco rilasciata ai seguaci di Levfebre e avrebbe trattenuto a stento un moto di stizza per l’attacco inconsulto mosso all’Islam da Ratisbona.
E non è tutto. Benedetto Croce, Arturo Labriola, Francesco Saverio Nitti, Calamandrei e, sul versante cattolico, Dossetti, si sarebbero levati in armi – basta leggere i resoconti delle discussioni della Costituente per rendersene conto – di fronte ad un papa che – qui le diversità delle posizioni politiche non contano – interviene quotidianamente, personalmente o per bocca dei suoi proconsoli, nelle scelte politiche dello Stato italiano. Un papa – questo è il contesto – che agita lo spauracchio dell’inferno non davanti agli omosessuali, ma ai parlamentari che fanno – o dovrebbero fare – leggi che si occupano degli omosessuali; un papa che entra fallosamente, a piedi uniti, precettando i deputati cattolici, ogni volta che è in discussione una questione che coinvolge più direttamente la coscienza e apertamente dichiara che esiste una sola etica: quella religiosa.
Questo è il contesto. Una situazione in cui, prima che tra Stato e Chiesa, il contrasto è tra la Chiesa di Giovanni XXIII e quella di Benedetto non so che numero; una situazione in cui il contrasto nasce tra lo Stato di Nenni e De Gasperi e quello che hanno in mente Berlusconi e Veltroni; tra lo Stato democratico che, prima di Luigi Berlinguer, rispettoso del dettato costituzionale, non s’era mai consentito di finanziare le scuole private, per lo più confessionali e cattoliche, e quello che, passando per Moratti, è giunto a Fioroni e non solo finanzia le scuole private, ma immette in ruolo insegnati nominati dalla curia, per affidare loro la formazione filosofica dei nostri giovani. Tutto questo accade mentre i “salvatori della patria” fanno a gara nella recita delle giaculatorie vaticane, mentre un governo paralizzato dagli scandali, dallo scontro con la Magistratura e dalla sua congenita debolezza organica sopravvive a se stesso,e ciò che più conta, mentre due signori che nessuno ha mandato in Parlamento, perché nessuno ha potuto scegliere i propri rappresentanti, pendono dalla bocca di Ruini per rifare – o disfare? – la Repubblica. Mi viene in mente quanto scriveva Gaetano Arfè con dolorosa amarezza: “beato quel paese cui non occorrono eroi, ma guai a quel popolo che non ne trova, quando ne ha un disperato bisogno“. Per quanto mi riguarda, sottoscrivo.

Partecipazione, V-day, destra e sinistra

quinto_potereNon scorderò mai una pellicola importante di Sidney Lumet, Quinto potere. Il protagonista Peter Finch, invitava gli spettatori ad andare alla finestra e gridare: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più“. E poi? Mi ricorda Grillo. Come con Lumet anche con Grillo, finora, siamo appena alla funzione catartica.

Con Francesco Auricchio e Giulio Raffi, con risposta mia

Francesco Auricchio: Dando un’occhiata al suo blog, agli argomenti trattati ed alla partecipazione attiva degli utenti, ed alle “primarie dei cittadini”, consegnate dal comico a Prodi nel 2006, vorrei chiederti: non credi che Grillo possa … Leggi tutto

I grilli per la testa…

Con Enza Squattro, Piero de Luca e Luca Mastellaro, con risposta mia

Enza Squattro: Caro professore in questi giorni si è detto talmente tanto sul V-DAY che Mentana probabilmente potrà fare puntate di Matrix fino al 2100 per far … Leggi tutto

Burlando-si di noi!

Il sempre ottimo Massimo Calandri (redazione genovese di Repubblica) segnala questa storia invereconda che sembra la barzelletta del matto contromano: Claudio Burlando, governatore di centrosinistra della Liguria, fermato su una superstrada dopo aver percorso un chilometro e mezzo sulla corsia sbagliata. Ma mostra il tesserino (scaduto) di parlamentare e se ne va. Allora, ci hanno spiegato che mandarlo affanculo è brutto, volgare e antipolitico. Ma la galera a Marassi c’è ancora per questo teppista pericoloso, o no?

Eppoi, caro Mauro Mazza, direttore (destro) del TG2, ma se i cittadini di Genova che hanno rischiato la vita per colpa di questo pirata della strada, una volta riconosciuto, lo incastravano in un angolo… era forse colpa di Beppe Grillo?

Ma secondo voi, uno che va contromano in superstrada, può presiedere una Regione? Perché a un camionista, che con la patente ci mangia … Leggi tutto

Mauro Mazza, se su Grillo la metti su questo piano temo che “pagherete caro, pagherete tutto”

L’editoriale del direttore del TG2 Mauro Mazza è una rara mescola di ipocrisia e paraculaggine. Quell’iperbolico richiamo al grilletto, quindi alla violenza terrorista, è un esercizio retorico noto e stantio alla ricerca della criminalizzazione preventiva del dissenso. Ma finora nessun cittadino arrabbiato ha preso una spranga per … Leggi tutto

Grillo, più Grillo e ancora Beppe Grillo

Dopo il mio articolo critico su Grillo e il V-day, e la prima raffica di commenti, ne è arrivata una ulteriore gran copia che vi sottopongo.

Con Gianni Giuliani, Paolo Roversi, Giannandrea Eroli, Sauro Polpettaus, Peppe Dantini, Leandro Rufini, Luca Mastellaro, Marco Drudi, Mirko Del Medico, Ciro Brescia

Paolo Roversi: Fresca la notizia del voto Fiom contrario all’accordo governo/sindacati su stato sociale e pensioni. Al di la de … Leggi tutto

Giù le mani da Beppe Grillo!

Con Marco Coscione, Mauro Pigozzi, Giovanni Morlino, Fabio Uli, Gigi Interesse con premessa mia

Gennaro Carotenuto: dei messaggi che seguono, tutti puntuali e utili, mi colpiscono due cose. La prima è quella che tutto vale pur di uscire dalla disperazione attuale. La seconda è che non essendoci un partito di “sinistra” che critica il sistema, allora questo vuol dire che la parola “sinistra” abbia perso di senso. Come se uno dovesse per forza di cosa aderire a qualcosa di esistente, e costruirlo apparisse un’impresa titanica.

Ripeto, per esempio, un’obiezione che ho espresso nel pezzo di stamane: se nessuno è colpevole prima della condanna definitiva, come si possono raccogliere firme … Leggi tutto