Friday 25 May 2012, 06:30

Gli articoli con tag: " Porto Alegre "

Memorias desde Génova, cinco años después

Encontré este borrador de mis notas de la cobertura que hice para Brecha desde Génova. Ya pasaron cinco años, yo estuve como relator en el Genoa Social Forum hablando de privatizaciones, y iba y venía desde adentro de la zona roja. No estuve en la Díaz de casualidad, pero llegué ahí muy temprano en la mañana y acá relato todo lo que vi. Al día siguiente me fui a Chile con una agenda de charlas para hablar de como ibamos a cambiar el mundo. Pienso que es un documento aún interesante. … Leggi tutto

Afghanistan: dove sono le donne che si levavano il burqa al passaggio dei marines?

Un uomo di 41 anni, il medico Abdul Rahman, è stato condannato a morte per apostasia in Afghanistan. La sua storia è su tutti i quotidiani. Durante una perquisizione la polizia ex e neo-talebana aveva trovato tra le sue cose una bibbia. L’uomo non ha abiurato la sua fede ed anzi ha difeso la sua conversione al cristianesimo. Per la costituzione dell’Afghanistan “democratico”, del gagà Karzai, l’apostasia è un crimine punibile con la morte ed alla pena di morte Rahman è stato condannato.

Sono passati oltre quattro anni da quando i grandi quotidiani euroccidentali insieme alle più prestigiose televisioni del pianeta, tutte appartenenti ad una decina di grandi gruppi mediatici, ci hanno raccontato che in Afghanistan le donne si levavano il burqa e gli uomini si tagliavano la barba al passaggio dei marine liberatori.

Quei pochi, Robert Fisk, Giulietto Chiesa, che osavano contraddire la descrizione del lieto “the end” hollywoodiano della democrazia “for export”, venivano tacciati di disfattismo e condannati al … Leggi tutto

Hugo Chávez a Nuova York: dal fallimento dell’ONU nasce un leader mondiale

Nel disastroso vertice dove gli Stati Uniti si sono fatti parte attiva per bloccare ogni possibile riforma dell’ONU, è emersa come figura mondiale quella del presidente venezuelano Hugo Chávez. Denuncia con lucidità i mali delle Nazioni Unite e propone soluzioni per un’organizzazione che, da Bill Clinton ai movimenti sociali, tutti vogliono ?e non possono- rifondare.

di Gennaro Carotenuto

Il vertice delle Nazioni Unite della scorsa settimana ha sancito l’impossibilità di riformare questa istituzione e la sconfitta del progetto ‘riformista? del segretario generale Kofi Annan. Sarebbe stato un disastro totale se dal vertice non fosse emersa, per la prima volta in molti anni, un’opposizione istituzionale al mondo unipolare e al pensiero unico neoliberale che ha portato l’ONU all’immobilità attuale. Quest’opposizione prende e solleva la bandiera del Sud del mondo, dei movimenti sociali e della società civile del pianeta. Nell’ambito istituzionale questo mondo per la prima volta può identificare nella figura del presidente venezuelano uno dei suoi dirigenti. … Leggi tutto

Brecha – Chávez en Nueva York: Del fracaso de la onu surge un líder mundial

De la desastrosa cumbre donde Estados Unidos paralizó cualquier posible reforma de la ONU, afloró como figura mundial la de Hugo Chávez. Denuncia con lucidez los males de las Naciones Unidas y propone soluciones para una organización que, desde Bill Clinton hasta los movimientos sociales, todos quieren –y no pueden– refundar. … Leggi tutto

Boicottaggio della Shell – Nestor Kirchner traccia il cammino

Ho tradotto in italiano l’editoriale di ieri del quotidiano messicano La Jornada sull’esempio di Nestor Kirchner che ha invitato gli argentini al boicottaggio degli interessi della Shell nel paese. Segue un mio breve commento.

Kirchner traccia il cammino
La Jornada, 11-3-2005

Il presidente argentino, Néstor Kirchner, ha dato un esempio costruttivo e contundente di come controllare, in forma legale, pacifica e istituzionale, quelle che i neoliberali denominano le “forze del mercato” multinazionale, e che non sono nient’altro che gli interessi speculativi di un pugno di imprese che costituiscono il maggiore fattore reale di destabilizzazione economica di nazioni come Messico o Argentina.
Di fronte alla decisione abusiva e ingiustificata dell’impresa petrolifera angloolandese Shell di incrementare i prezzi dei suoi prodotti tra il 2,6 e il 4,2%, e tenendo in conto dell’impatto inflazionistico di tali aumenti sulla fragile e convalescente economia argentina, il presidente ha proposto ai cittadini il boicottaggio nazionale contro la multinazionale: “non gli compreremo neanche una latta d’olio”. “Non c’è migliore azione che possa fare il popolo che questo boicottaggio contro chi ne sta abusando”, ha detto il presidente.

Di fronte alla risposta della Shell, secondo la quale l’incremento dei prezzi è “un riflesso della forte crescita del costo del petrolio”, Kirchner ha stigmatizzato l’azione della multinazionale con la smania di ottenere “un profitto smisurato”, affermazione che è confermata dal fatto che altre due petrolifere che operano nel paese australe, la brasiliana Petrobras e la spagnola Repsol YPF, hanno invece deciso di congelare i prezzi e contribuire così alla lotta all’inflazione, prioritaria per il governo e per la società argentina.
Il libertinaggio nei prezzi, e la deregolamentazione generalizzata imposta dal cosiddetto Consenso di Washington, nel nuovo disordine economico mondiale hanno legato le mani ai governi nazionali per impedirgli di limitare le conseguenze negative e destabilizzatrici degli interessi delle multinazionali. Il controllo dell’economia da parte dello Stato, il controllo dei prezzi, le strategie di redistribuzione del reddito e la giustizia sociale sono considerate bestemmie inammissibili e populiste dall’integralismo neoliberale. Questo ancora impera in diversi paesi dell’America Latina, il Messico tra questi, ed è riuscito a rendere impraticabili, politicamente ed economicamente, le politiche governative tradizionali per fare fronte alla tempesta nella quale vive, oggi più che mai, la maggior parte della popolazione.

In questo contesto, la proposta di Kirchner costituisce un precedente chiarificatore di nuove forme per affrontare il capitale speculativo transnazionale nel suo stesso terreno economico, senza ricorrere a misure classiche, come l’espropriazione, che provocherebbero uno scontro immediato con gli organismi finanziari internazionali e con i governi dei paesi ricchi, e una scalata, da parte di questi, di aggressioni economiche, diplomatiche e perfino militari.
Quello di Néstor Kirchner ha dimostrato di essere un governo impegnato nell’interesse del popolo e attento alle sue necessità, ed ha saputo articolarsi in forme nuove e che creano speranza con strategie di resistenza della società come il boicottaggio da parte dei consumatori. Con questo non si viola nessuna legge nazionale, né si contravviene a nessuna regola imposta dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale o dal governo di Washington (che è lo stesso, ndr).

Bisogna perciò salutare quindi l’invito della Casa Rosada e sperare che l’esempio dia frutti e sia ripreso da altri governi di orientamento popolare della regione come quelli del Venezuela, Brasile e Uruguay.
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Sottoscrivo parola per parola l’editoriale de La Jornada e non posso non notare l’oramai millenario ritardo culturale delle sinistre e dei movimenti sociali europei.

Nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre 2002 mi trovai personalmente al centro della battaglia tra i movimenti sociali del terzo mondo, che vedevano nel boicottaggio delle multinazionali uno strumento decisivo e chiedevano la solidarietà dei movimenti sociali del primo mondo e questi ultimi (a partire dai francesi di Attac) che non solo rifiutavano -anche in maniera subdola- il boicottaggio ma promuovevano la legittimazione dei capitali speculativi attraverso la Tobin Tax.
Tre anni dopo è un governo latinoamericano a rilanciare il boicottaggio come strumento di legittima difesa dai soprusi della “mano invisibile del mercato”. Il ruolo dei movimenti sociali e di tutte le sinistre del primo mondo sarà ancillare o non sarà, sostiene il Sud mentre continua a pagare le nostre bollette. Nell’Argentina menemista France Telecom faceva pagare una telefonata urbana 25 volte quanto la faceva pagare in Francia, 500 lire contro 20. Vogliamo cominciare adesso dalla Shell?

Uruguay, lo que el Sur le enseña al Norte

Así Tabaré Vázquez es desde hoy el Presidente de los Orientales. El Uruguay tiene un gobierno de izquierdas y se termina para siempre una alternancia entre los partidos tradicionales que ha durado 170 años. Tabaré está así en el cargo al término de un día que es la apoteosis del consenso popular al gobierno frenteamplista ?que desde hace 15 años administra y bien la capital Montevideo- y está llamado como pocos gobernantes en la historia a un cambio tan radical.


Y Tabaré en un discurso políticamente alto como pocas veces ha pasado de escuchar, confirma las aspiraciones de todo un pueblo. La llave de todo está una vez más en la construcción de la Patria Grande, de aquel contexto regional al cual constantemente llama Hugo Chávez y al cual con cada vez más conciencia más países latinoamericanos se reconducen.


En esto va la primera enseñanza que el Sur hoy es capaz de darle al Norte. La construcción europea fría, hecha por leyes económicas neoliberales escritas en Maastricht y sancionadas por el abortito del tratado constitucional, ni apasiona ni defiende Europa desde los desafíos del siglo XXI. Esta ha construido un gran mercado interno y ahora se niega en beneficiar de las ventajas que desde el mercado interno pueden realizarse. La nueva América Latina, con sus caminos difíciles debidos a la dominación imperial estadounidense, lee claramente que el futuro será común o no será. En esto hay quien corre más, Chávez, y quien menos, Lula, que busca aún el espejismo de una construcción del solo ?continente Brasil?, y sin embargo no se sustrae al destino manifiesto de la Patria Grande.


Sin embargo no es todo. Con respecto a 1999, cuando Tabaré llegó a un paso de la elección, el contexto regional es infinitamente más favorable. Las recetas neoliberales fracasan y retroceden en todo el continente. Fracasan económicamente y retroceden políticamente. El imperio está todavía dispuesto a utilizar violencia y terrorismo pero está herido. El desarrollo desigual descrito por Theotonio Dos Santos está en pié, y sin embargo la energía venezolana ?política antes que petrolera- es un motor incansable que lleva el entusiasmo de una radicalidad necesaria que quiere decir antes que nada salud, educación, soberanía, descolonización.


El amor con el cual cientos de miles de orientales se han asomado en las calles antes que nada para abrazar Chávez, Kirchner y Lula indica una vez más a Tabaré el camino regional. La ilusión batllista de la pequeña patria ?una ilusión que está aún presente incluso en la izquierda- de la Suiza de América, está a las espaldas de un país que todavía no absorbió el choque de las muertes por hambre en el país donde más carne roja se come en el mundo. El futuro es latinoamericanista como afirma el director de TvSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. Y el nacimiento de TvSur es un pasaje decisivo en las descolonización de las conciencias, el primer proyecto contrahegemónico en materia de comunicación en la historia del continente rebelde.


El primero de marzo montevideano quiere decir muchas cosas. El hielo de la política europea queda en la sombra frente a una política que calienta los corazones y convence las mentes y mira y siembra futuro. El objetivo final es aquello de la segunda independencia, de la descolonización, del fin del imperialismo. La misma ceremonia, en su sencillez de gran fiesta popular, ha dicho muchas cosas. El gran anfitrión ha sido un hombre que en su vida ha celebrado muy pocas ceremonias. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, durante nueve años torturado en un pozo por la dictadura fondomonetarista, jefe hoy del primer partido político del país, Presidente del Senado y desde mañana Ministro ha visto Tabaré jurar en sus manos. La relación que el Pepe Mujica tiene con su pueblo es la gran victoria del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, que desde las cámaras de tortura llegó hoy a ser gobierno.reivindicando y no abjurando su pasado. No son los ?terroristas? tupamaros los derrotados, los que tienen que avergonzarse por su pasado. Son los gobiernos fondomonetaristas, el FMI mismo, que han llevado hambre, muerte y destrucción en la exSuiza de América los que hoy dejan el escenario cubiertos de deshonor.


La dignidad insurrecta de los tupamaros triunfa, el Frente Amplio triunfa y hoy es mayoría en el país, la avidez neoliberal es derrotada y recula, siempre peligrosa, pero como nunca desacreditada.


La seriedad expeditiva de los uruguayos ha simplificado el ritual, y también en las formas hay el sentido de la democracia que lentamente está triunfando. Todos los huéspedes, ministros, jefes de estado, han sido levantados por 4-5 ómnibus en los pasajes entre el Palacio Legislativo y la Casa de Gobierno, a través de los cientos de miles de personas que han llenado la Avenida Libertador. Todos, desde Lula al Príncipe Felipe de Borbón a Nestor Kirchner, se han acomodado amistosamente en los pullman de la empresa EGA, los mismos que van y vienen cotidianamente entre Montevideo y Porto Alegre en la búsqueda de otro Sur posible. Todas las delegaciones menos una han salido en los ómnibus, la estadounidense, que ha ostentado su Zigulí blindada como la de Al Capone para no mezclarse con las otras delegaciones y que ya empezado en mostrarse antipatizante hacia el gobierno popular, en un país donde era ?la embajada?, la que daba órdenes a los cortagargantas del Plan Condor. Pero ya no es tiempo. Treinta años después del genocidio impuesto por el Fondo Monetario Internacional, América Latina tiene una nueva ocasión histórica en el camino de una descolonización necesaria, indispensable, ineludible, inevitable.


Una vez más: ?Festejen, uruguayos, festejen?.

Uruguay: quello che il Sud insegna al Nord

Dunque Tabaré Vázquez è da oggi il Presidente degli Orientali. L’Uruguay ha un governo di sinistra e finisce per sempre un’alternanza tra i partiti tradizionali durata 170 anni. Tabaré è dunque in carica al termine di una giornata che è un’apoteosi del consenso popolare al governo frenteamplista ?che da 15 anni amministra e bene la capitale Montevideo- ed è chiamato come pochi governanti nella storia ad un cambio radicale.
E Tabaré, in un discorso politicamente alto come poche volte era capitato di ascoltare, conferma le aspirazioni di tutto un popolo. La chiave di tutto è una volta di più la costruzione della Patria Grande, di quel contesto regionale al quale costantemente si richiama Hugo Chávez e al quale con sempre maggiore coscienza più paesi latinoamericani si richiamano.
In questo va il primo insegnamento che il Sud oggi dà al Nord. La nostra costruzione europea fredda, fatta di leggi economiche neoliberali scritte a Maastricht e sancite con l’abortino del trattato costituzionale, né ci appassiona né ci difende dalle sfide del secolo XXI. Abbiamo costruito un grande mercato interno e poi neghiamo a noi stessi il beneficio dei vantaggi che dal mercato interno possono derivarci. La nuova America Latina, con i cammini tortuosi dovuti alla dominazione imperiale statunitense, legge chiarissimo che il futuro sarà comune o non sarà. In questo c’è chi corre di più, Chávez, e chi meno, Lula, che è irretito dal miraggio di una costruzione del solo ?continente Brasile?, ma comunque non si sottrae al destino manifesto della Patria Grande.

Ma non è tutto. Rispetto al 1999, quando Tabaré mancò l’elezione per pochi punti, il contesto regionale è infinitamente più favorevole. Le ricette neoliberali falliscono e retrocedono in tutto il continente. Falliscono economicamente e retrocedono politicamente. L’impero è ancora disposto a usare violenza e terrorismo ma è ferito. Lo sviluppo diseguale descritto da Theotonio Dos Santos è in piedi, ma l’energia venezuelana ?politica prima ancora che petrolifera- è un motore oramai instancabile che trascina con l’entusiasmo di una radicalità necessaria che vuol dire innanzitutto salute, educazione, sovranità, decolonizzazione.
L’amore con il quale centinaia di migliaia di orientali hanno affollato le strade innanzitutto per abbracciare Chávez, Kirchner e Lula indica una volta di più a Tabaré il cammino regionale. L’illusione batllista della piccola patria, della Svizzera d’America, è per sempre alle spalle in un paese che non ha ancora assorbito lo choc delle morti per fame nel paese dove più carne si consuma al mondo. Il futuro è latinoamericanista come ricorda il direttore di TeleSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. E proprio la nascita di TeleSur è un passaggio decisivo nella decolonizzazione delle coscienze, il primo progetto controegemonico in materia di comunicazione nella storia del continente ribelle.
Il primo marzo montevideano vuol dire molte cose. Il gelo della politica europea è superato da una politica che scalda i cuori e convince le menti e guarda e semina futuro. L’obbiettivo finale è quello della seconda indipendenza, della decolonizzazione, della fine dell’imperialismo. La stessa cerimonia, nella sua semplicità da grande festa popolare, ha detto molte cose. Il gran cerimoniere è stato un uomo che di cerimonie nella vita ne ha celebrate ben poche. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, per nove anni torturato in un pozzo dalla dittatura fondomonetarista, capo oggi del primo partito politico del paese, Presidente del Senato e da domani Ministro ha visto Tabaré giurare nelle sue mani. Il rapporto che il Pepe Mujica ha con il popolo è la grande vittoria del Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, che dalle camere di tortura è oggi governo rivendicando e non abiurando il proprio passato. Non sono i ?terroristi? tupamaros gli sconfitti, quelli che devono vergognarsi del loro passato. Sono i governi fondomonetaristi, l’ FMI stesso, che hanno portato fame, morte e distruzione nella ex-Svizzera d’America quelli che escono di scena coperti di disonore. La dignità insorta dei tupamaros trionfa ed è oggi maggioranza nel paese, l’avidità neoliberale è sconfitta e rincula, sempre pericolosa, ma come mai screditata.
La serietà spiccia degli uruguayani ha semplificato il rituale, ed anche nelle forme c’è il senso della democrazia che lentamente sta trionfando. Tutti gli ospiti d’onore, ministri, capi di stato, sono stati caricati in 4-5 autobus nei passaggi tra il Palazzo Legislativo e la Casa del Governo, attraverso le centinaia di migliaia di persone che hanno affollato l’Avenida Libertador. Tutti, da Lula al Principe Felipe di Borbone a Nestor Kirchner, si sono accomodati amichevolmente su quei pullman dell’impresa EGA, gli stessi che fanno la spola quotidianamente tra Montevideo e Porto Alegre alla ricerca del nuovo Sud possibile. Tutte le delegazioni meno una sono salite su quei pullman, quella statunitense, che ha ostentato la Zigulí blindata di Al Capone per non mescolarsi con le altre delegazioni ed ha già iniziato le sue schermaglie di inimicizia verso il governo popolare, in un paese dove ?l’ambasciata? dettava gli ordini ai tagliagole del Piano Condor. Ma adesso non è più tempo. Trent’anni dopo il genocidio voluto dal Fondo Monetario Internazionale, l’America Latina ha una nuova occasione storica sulla strada della decolonizzazione necessaria, indispensabile, ineludibile, inevitabile.
Una volta di più ?Festejen, uruguayos, festejen?.

Pace: occhio alla logica dei grandi numeri.

Il 15 di febbraio a Roma c’erano tre milioni di persone. A Londra un paio. A Barcellona uno e mezzo. In totale, nel mondo, avrebbero marciato contro la guerra, da 100 a 110 milioni di persone nella più grande mobilitazione della storia.

Ma, secondo il bollettino del Foro Sociale Mondiale, è un risultato epocale il fatto che si siano mobilitati, forse, 30 milioni di persone. Il Foro Sociale Mondiale non è una fonte tendenziosa e sicuramente non è favorevole alla trimurti delle 3B, Bush, Blair, Berlusconi, che sta spingendo il pianeta verso l’aggressione contro l’Iraq, ma, come una questura qualsiasi, valuta i manifestanti in un quarto di quelli indicati trionfalmente da altre fonti.

Anche lo stesso Foro non scherza con i numeri: Porto Alegre 1, 15.000, Porto Alegre 2, 60.000, Porto Alegre 3, 100.000. Ma cosa succederebbe se … Leggi tutto