Friday 25 May 2012, 06:29

Gli articoli con tag: " Piano Condor "

Falluja come Abu Grajib: il terrore terrorizzi

Quelle del documentario di RAINEWS24 non sono propriamente rivelazioni, almeno non per i 24 milioni di iracheni o quanti ne restano, e per quella ridotta fetta di opinione pubblica mondiale che per mestiere o dovere civile fa la fatica quotidiana di informarsi. Ma sono immagini potentissime che perlappunto vanno sistematicamente depotenziate, per esempio mandandole in onda alle 7.35 di mattina.

Almeno in Italia il solo TG3 ha ripreso edulcorandole ed addolcendole quelle immagini. Gli altri si sono potuti permettere di ignorare. Ma ancora una volta la lezione arriva a chi deve arrivare, che non è certo la casalinga di Voghera. Chi scrive ha denunciato più volte che le foto circolate su Abu Grajib e le inenarrabili torture ivi commesse avevano tutte una ed una sola provenienza e che questa provenienza era interna agli apparati dello stato degli Stati Uniti. … Leggi tutto

All’Avana convegno sul terrorismo di stato statunitense

Com’è possibile che un grande congresso internazionale sul terrorismo, che riunisce 680 studiosi, giornalisti, ricercatori, giuristi di 67 paesi, venga completamente censurato dalla stampa italiana ed europea?

Gennaro Carotenuto dall’Avana
E’ una forma di omertà possibile se il convegno si svolge a Cuba e migliaia di documenti prodotti sono così scomodi da incolpare gli Stati Uniti di quello che la saggista argentino-messicana Stella Calloni -colei che per prima mise le mani sugli archivi del terrore del Piano Condor- definisce oramai “terrorismo di stato mondiale”.
Sono dunque verità così scomode da fare ritenere preferibile ignorarle, facendosi scudo dietro lo sfondo cubano del congresso. Sono verità difficili da accettare come quella palesata in un documento del governo statunitense del 1962. In piena epoca dorata dell’alleanza per il progresso kennediana, tale documento, firmato dal Generale L. Lemnitzer, capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, suggerisce al ministro della difesa l’idea di fare saltare in aria un aereo civile con a bordo un’intera scolaresca statunitense per poterne incolpare Cuba e creare un incidente di tale gravità da creare consenso intorno all’invasione dell’isola.

Quella volta il progetto non si concretizzò, anche se in molti casi, dal Maine al Golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, gli Stati Uniti hanno costruito ad arte incidenti o prove false tese a legittimare ?facendo da casus belli- conflitti da loro desiderati. Quattordici anni dopo quel documento, però, un aereo civile fu effettivamente abbattuto da un attentato terroristico dello stesso stampo.
Autore del crimine fu il gruppo facente capo ai terroristi cubano-statunitensi Orlando Bosch e Luís Posada Carriles, inoppugnabilmente protetto e controllato -centinaia di documenti lo dimostrano- dalla CIA diretta all’epoca da George Bush padre. Nell’attentato, contro un volo della Cubana de Aviación, diretto alle isole Barbados furono assassinate 73 persone, in massima parte giovanissimi atleti cubani. Orlando Bosch, al sicuro a Miami, oggi continua a rivendicare in diretta televisiva quei fatti sminuendone la portata criminale. In fondo, afferma Bosch, la maggior parte delle vittime erano ?dei negretti?.

Il suo sodale di quella e altre mille ?covered actions?, Luís Posada Carriles, era già all’epoca non solo un terrorista affermato ma anche il capo dei servizi segreti venezuelani “denazionalizzati” dall’allora presidente filostatunitense Carlos Andrés Pérez. E in quel paese, da capo dei servizi segreti, aveva compiuto decine di attentati fino ad essere arrestato e condannato e poi riuscire a fuggire con complicità ai massimi livelli dello stato. Dopo essere stato tra i gestori per conto di Washington della guerra sporca in Centramerica, che ha causato decine di migliaia di vittime, tra le quali il Vescovo di San Salvador, Oscar Romero, Posada Carriles fu riarrestato e ricondannato a Panama. Qui, nell’autunno 2004 fu indultato come ultimo atto pubblico della presidente uscente Mireya Moscoso. Oggi Posada Carriles, dopo un arresto farsa per immigrazione illegale negli Stati Uniti è una patata bollente per la famiglia Bush verso la quale vanterebbe una grande capacità di ricatto. La magistratura venezuelana ne chiede, con la piena forza e legittimità del diritto, l’estradizione incontrando silenzi, imbarazzi e tergiversazioni da parte dell’amministrazione statunitense.
Il convegno dell’Avana, in tre giorni di intensi lavori ha ripercorso il filo rosso che lega al governo degli Stati Uniti la quasi totalità delle violazioni dei diritti umani e dei colpi di stato che hanno insanguinato la storia dell’America Latina contemporanea. Studiosi di tutti i continenti hanno presentato dati e documentazioni che in molti casi provengono dagli stessi archivi statunitensi. Tanto il giurista paraguaiano Martín Almada come il giornalista uruguayano Samuel Blixen hanno ricostruito i nessi tra l’Operazione Condor ?il piano di cattura e sterminio degli oppositori delle dittature filostatunitensi del cono sud- e i governi degli Stati Uniti e tra questi e la guerra sporca in centro-america. Oggi si hanno informazioni tali da individuare un unico disegno, che unisce tutti i progetti di destabilizzazione, quello di Cuba, quello del cono sud con il Piano Condor e quello centroamericano. In questo disegno, proprio i cubano-statunitensi di Miami svolgono da una parte un ruolo di manovalanza criminale come autori materiali di attentati e dall’altro fungono da istruttori e organizzatori dell’internazionale del terrore che nell’ultimo mezzo secolo ha causato la morte di almeno mezzo milione di latinoamericani, 200.000 dei quali nel solo Guatemala dopo il rovesciamento del governo socialdemocratico di Jacobo Arbenz.

La giurista statunitense Eva Golinger, che si occupa dei piani di destabilizzazione del governo Chávez in Venezuela, ha presentato circa 5000 documenti, l’80% dei quali di provenienza ufficiale statunitense. Rivelano il finanziamento da parte del governo degli Stati Uniti con almeno 27 milioni di dollari dei gruppi golpisti venezuelani che agirono l’11 di aprile 2002. Non solo: emerge che gli Stati Uniti -è nelle carte di Washington presentate da Golinger nel saggio “Il codice Chávez”- sapevano perfettamente che i gruppi golpisti da loro appoggiati fossero gli autori materiali degli assassini delle decine di vittime dell’11 e 12 aprile a Caracas. Pur conoscendo la verità, continuarono a fornire false prove per attribuire quelle morti ad elementi fedeli al governo legittimo che intanto stava riprendendo il controllo della situazione.
Lo storico italiano Piero Gleijeses, della John Hopkins University negli Stati Uniti, è forse il massimo studioso mondiale del colpo di stato in Guatemala del 1954. Forse il dato più interessante che presenta è che all’epoca tutta la stampa europea, indipendentemente dal colore politico e con la sola significativa eccezione della Spagna franchista, mise immediatamente in relazione il governo statunitense, la United Fruit e il colpo di stato. Al contrario la stampa statunitense, che pure deteneva sicuramente quelle stesse informazioni, per almeno sei anni tenne un comportamento omertoso censurando completamente ogni informazione sul caso che dà inizio alla lunga tragedia guatemalteca. Solo dopo il 1960, durante la campagna elettorale che porta Kennedy a sconfiggere Nixon, il pubblico nordamericano potrà avere dei superficiali e casuali riferimenti al ruolo del governo Eisenhower in quei fatti.

Il professor Gleijeses ha concluso il suo intervento facendo iniziare la politica di doppia morale statunitense -che oggi produce la lotta al terrorismo e il contemporaneo appoggio di questo- nel lontano 1806. In quell’anno l’antischiavista e allo stesso tempo grande proprietario di schiavi Thomas Jefferson ?con l’annessione della Florida, sottratta illegalmente alla Spagna, fu abilissimo nel presentare quest’ultima, aggredita, come aggressore. Fino dall’epoca quindi gli Stati Uniti avrebbero -secondo Gleijeses- istituzionalizzato una politica di manipolazione costante dei fatti tesa a trasformare la pecora in lupo e presentare loro stessi, in genere aggressori, come vittime”.
Cuba, è la denuncia, in questi anni ha avuto 3478 vittime in centinaia di atti terroristici documentati, organizzati, finanziati e protetti dal paese paladino della lotta al terrorismo e che accusa Cuba di violazioni dei diritti umani. Tra queste vittime c’è il giovane turista italiano Fabio di Celmo per la morte del quale Posada Carriles è reo confesso e per la quale afferma di dormire sonni tranquilli. Il governo italiano non richiede e non richiederà l’estradizione del terrorista. L’opposizione -evidentemen    te la doppia morale non è un’esclusiva degli Stati Uniti- non ha presentato neanche uno straccio di interrogazione parlamentare in merito.

I rapporti di Amnistia Internazionale su Cuba manipolati dai media

Il rapporto di Amnistia Internazionale evidenzia come la situazione dei diritti umani a Cuba sia utilizzata a fini politici dai media e dal governo statunitense che invece fingono di ignorare tanto Guantanamo come la situazione cinese. Mentre a Ginevra sarà presentata una risoluzione contro Cuba, nessuna risoluzione sarà presentata contro la Cina, né, ovviamente, contro gli Stati Uniti.
di Gennaro Carotenuto
Amnistia Internazionale merita il massimo rispetto. L’Ambasciata statunitense all’Avana ne merita ben poco. Per una volta però i dati tra questi due enti coincidono quasi perfettamente. A Cuba ci sarebbero 75 prigionieri politici secondo l’Ambasciata e 71 prigionieri politici secondo Amnistia Internazionale.

Anche un solo prigioniero d’opinione è troppo, ma a questa cifra vanno sottratte alcune decine di unità. Sono le persone arrestate e condannate perché in processi alla luce del sole è stato dimostrato che queste sono state iscritte a libro paga dell’Ambasciata. L’Ambasciata stessa ammette pubblicamente di distribuire almeno 2 milioni di dollari statunitensi al mese ai “dissidenti”. E se ne vanta esercitando il potere di corruzione che i ricchi sanno di detenere nei confronti dei poveri. Questi ricevono stipendi medi di 2000 dollari in un paese dove un primario d’ospedale prende 30 dollari al mese. Chiunque in Italia o negli Stati Uniti ricevesse, da un paese che si considera nemico del proprio, dei fondi pari a 70 volte lo stipendio di un primario ospedaliero (in Italia in proporzione farebbero un sontuoso appannaggio di circa 300.000 Euro al mese!) sarebbe giudicato da un tribunale militare e condannato in Italia all’ergastolo e negli Stati Uniti alla pena di morte per alto tradimento.

E’ difficile sapere tra i 71 considerati prigionieri politici da Amnistia, quanti siano i dissidenti veri e propri e quanti siano i traditori. Solo per comodità supponiamo che siano la metà. Anche se Amnistia, giustamente, non può permettersi di fare questa divisione, è politicamente corretto farla e i traditori comunque non possono essere considerati prigionieri politici. E’ chiaro invece che proprio in questo modo viene oscurata il fatto che a Cuba esiste una dissidenza che però non è disposta a farsi corrompere dal governo degli Stati Uniti, che quindi a questo non interessa e che per questo paga un prezzo due volte più alto.

A Cuba restano quindi 30-40 persone la detenzione delle quali è intollerabile. Il rapporto di Amnistia Internazionale denuncia che almeno una persona sia stata malmenata in carcere e ne cita il nome. Questo è preoccupante e disgusta ed è giusto chiedere conto di questo ai responsabili cubani. Ma contemporaneamente non ci può non sorprendere il vero chiasso che si fa sulla situazione dei diritti umani a Cuba rispetto al resto del mondo. Una persona detenuta malmenata è una persona malmenata di troppo. Ma per quanti altri paesi Amnistia Internazionale trova spazio per citare nomi e cognomi delle persone malmenate? In quanti paesi le persone malmenate, torturate, assassinate sono così tante da essere impossibile citarle? Quante persone sono state malmenate nel 2004 nelle carceri italiane? Una, nessuna, centomila?

Continuando a leggere il rapporto di Amnistia, nella breve paginetta che lo compone, questo trova spazio per esprimere preoccupazione per il fatto che non a tutti questi detenuti sia ‘sempre’ garantito il cambio delle lenzuola. Anche questo dispiace, ma è possibile che nel mondo si organizzino fiaccolate per il cambio regolare delle lenzuola dei detenuti a Cuba?

E’ intollerabile la presenza di detenuti politici, fosse anche uno, nelle carceri cubane. Amnistia Internazionale fa correttamente il proprio lavoro denunciandolo. Ma a chiunque è intellettualmente onesto appare chiaro che, in un mondo dove la tortura, la detenzione per motivi politici, la sparizione di persone, sono pane quotidiano, il caso cubano sia di modestissima e marginale entità.

Ma, rispetto a questi dati numerici, di fronte all’entità di queste violazioni, i media di tutto il mondo, in maniera per nulla innocente, sovraespongono i dati cubani travisandoli e facendo apparire Cuba per un arcipelago Gulag che esiste solo nella mente degli uffici disinformazione del Dipartimento di Stato statunitense.

A 46 anni dalla caduta della sanguinaria dittatura filostatunitense di Fulgencio Batista, a Cuba non è mai stato violato l’Habeas Corpus di nessun detenuto. E’ l’unico paese del continente -forse insieme al Canadá- e tra i pochissimi al mondo, dove mai, mai è sparita una persona, libera o incarcerata, per motivi politici. E’ l’unico paese dove mai è stato assassinato un giornalista. E’ l’unico paese dove non è mai stato assassinato un sindacalista. Questo nel continente dove le dittature fondomonetariste hanno nel frattempo creato tra 500.000 e un milione di desaparecidos. Fino ad un milione di persone sono sparite nel nulla solo nel continente americano per motivi politici e praticamente tutte sono state fatte sparire da regimi filostatunitensi. A Cuba, Amnistia Internazionale non denuncia e non ha mai denunciato l’uso della tortura. Giova ricordare, perché le parole sono importanti, che i maltrattamenti pur condannabili, sono incomparabili alla tortura. Né alla sparizione di persone.

Giova inoltre ricordare che esiste un solo luogo a Cuba dove si tortura quotidianamente, dove l’Habeas Corpus dei detenuti non è rispettato, dove nessun trattato internazionale è rispettato. E questo luogo è la base militare illegale statunitense di Guantanamo. Qui sono contenute in condizioni inumane e degradanti 600 persone alle quali in oltre tre anni non è stato garantito alcun rispetto dei loro diritti.

In questi giorni a Ginevra, come tutti gli anni, viene fatta presentare una risoluzione di condanna contro Cuba per violazioni dei diritti umani. Viene fatta presentare da un paese amico degli Stati Uniti a rotazione. Quest’anno dovrebbe toccar ad uno dei paesi della nuova Europa di Donald Rumsfeld, probabilmente la Repubblica Ceca. Contemporaneamente gli Stati Uniti hanno già comunicato che non sono interessati alla presentazione di alcuna risoluzione analoga contro la Cina, un paese dove i prigionieri politici sono decine di migliaia, si tortura a mansalva e si calcolano tra le 2 e le 10.000 le condanne a morte eseguite ogni anno. Le violazioni cubane sono intollerabili, quelle cinesi ci lasciano indifferenti, afferma così il governo di George W Bush.

Basta ciò per confermare come gli Stati Uniti, il paese del Piano Condor e di Abu Grahib, non abbiano alcuna autorità morale per parlare di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Conferma, una volta di più, che il controllo dei mezzi di comunicazione di massa da parte di 8-10 gruppi multinazionali, tutti interni alla logica neoliberale, e per i quali l’anomalia cubana è intollerabile, sia uno dei problemi più gravi del pianeta. In questi giorni tutti i giornali del mondo sono obbligati, è giusto visto che è notizia, a scrivere della situazione dei diritti umani a Cuba. Il titolo risulta essere sempre mille volte più roboante del testo..
Dalla FOX alla CNN, giù giù fino al TG2, riuscire a manipolare le informazioni fino a far passare che il caso di una persona malmenata a Cuba sia più grave di migliaia di condanne a morte eseguite in Cina, è francamente l’opera di grandi artisti della disinformatia.
su temi correlati vedi Dal Piano Condor ad Abu Grahib – Tutto conosciuto, tutto già visto di Gennaro Carotenuto

Uruguay: quello che il Sud insegna al Nord

Dunque Tabaré Vázquez è da oggi il Presidente degli Orientali. L’Uruguay ha un governo di sinistra e finisce per sempre un’alternanza tra i partiti tradizionali durata 170 anni. Tabaré è dunque in carica al termine di una giornata che è un’apoteosi del consenso popolare al governo frenteamplista ?che da 15 anni amministra e bene la capitale Montevideo- ed è chiamato come pochi governanti nella storia ad un cambio radicale.
E Tabaré, in un discorso politicamente alto come poche volte era capitato di ascoltare, conferma le aspirazioni di tutto un popolo. La chiave di tutto è una volta di più la costruzione della Patria Grande, di quel contesto regionale al quale costantemente si richiama Hugo Chávez e al quale con sempre maggiore coscienza più paesi latinoamericani si richiamano.
In questo va il primo insegnamento che il Sud oggi dà al Nord. La nostra costruzione europea fredda, fatta di leggi economiche neoliberali scritte a Maastricht e sancite con l’abortino del trattato costituzionale, né ci appassiona né ci difende dalle sfide del secolo XXI. Abbiamo costruito un grande mercato interno e poi neghiamo a noi stessi il beneficio dei vantaggi che dal mercato interno possono derivarci. La nuova America Latina, con i cammini tortuosi dovuti alla dominazione imperiale statunitense, legge chiarissimo che il futuro sarà comune o non sarà. In questo c’è chi corre di più, Chávez, e chi meno, Lula, che è irretito dal miraggio di una costruzione del solo ?continente Brasile?, ma comunque non si sottrae al destino manifesto della Patria Grande.

Ma non è tutto. Rispetto al 1999, quando Tabaré mancò l’elezione per pochi punti, il contesto regionale è infinitamente più favorevole. Le ricette neoliberali falliscono e retrocedono in tutto il continente. Falliscono economicamente e retrocedono politicamente. L’impero è ancora disposto a usare violenza e terrorismo ma è ferito. Lo sviluppo diseguale descritto da Theotonio Dos Santos è in piedi, ma l’energia venezuelana ?politica prima ancora che petrolifera- è un motore oramai instancabile che trascina con l’entusiasmo di una radicalità necessaria che vuol dire innanzitutto salute, educazione, sovranità, decolonizzazione.
L’amore con il quale centinaia di migliaia di orientali hanno affollato le strade innanzitutto per abbracciare Chávez, Kirchner e Lula indica una volta di più a Tabaré il cammino regionale. L’illusione batllista della piccola patria, della Svizzera d’America, è per sempre alle spalle in un paese che non ha ancora assorbito lo choc delle morti per fame nel paese dove più carne si consuma al mondo. Il futuro è latinoamericanista come ricorda il direttore di TeleSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. E proprio la nascita di TeleSur è un passaggio decisivo nella decolonizzazione delle coscienze, il primo progetto controegemonico in materia di comunicazione nella storia del continente ribelle.
Il primo marzo montevideano vuol dire molte cose. Il gelo della politica europea è superato da una politica che scalda i cuori e convince le menti e guarda e semina futuro. L’obbiettivo finale è quello della seconda indipendenza, della decolonizzazione, della fine dell’imperialismo. La stessa cerimonia, nella sua semplicità da grande festa popolare, ha detto molte cose. Il gran cerimoniere è stato un uomo che di cerimonie nella vita ne ha celebrate ben poche. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, per nove anni torturato in un pozzo dalla dittatura fondomonetarista, capo oggi del primo partito politico del paese, Presidente del Senato e da domani Ministro ha visto Tabaré giurare nelle sue mani. Il rapporto che il Pepe Mujica ha con il popolo è la grande vittoria del Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, che dalle camere di tortura è oggi governo rivendicando e non abiurando il proprio passato. Non sono i ?terroristi? tupamaros gli sconfitti, quelli che devono vergognarsi del loro passato. Sono i governi fondomonetaristi, l’ FMI stesso, che hanno portato fame, morte e distruzione nella ex-Svizzera d’America quelli che escono di scena coperti di disonore. La dignità insorta dei tupamaros trionfa ed è oggi maggioranza nel paese, l’avidità neoliberale è sconfitta e rincula, sempre pericolosa, ma come mai screditata.
La serietà spiccia degli uruguayani ha semplificato il rituale, ed anche nelle forme c’è il senso della democrazia che lentamente sta trionfando. Tutti gli ospiti d’onore, ministri, capi di stato, sono stati caricati in 4-5 autobus nei passaggi tra il Palazzo Legislativo e la Casa del Governo, attraverso le centinaia di migliaia di persone che hanno affollato l’Avenida Libertador. Tutti, da Lula al Principe Felipe di Borbone a Nestor Kirchner, si sono accomodati amichevolmente su quei pullman dell’impresa EGA, gli stessi che fanno la spola quotidianamente tra Montevideo e Porto Alegre alla ricerca del nuovo Sud possibile. Tutte le delegazioni meno una sono salite su quei pullman, quella statunitense, che ha ostentato la Zigulí blindata di Al Capone per non mescolarsi con le altre delegazioni ed ha già iniziato le sue schermaglie di inimicizia verso il governo popolare, in un paese dove ?l’ambasciata? dettava gli ordini ai tagliagole del Piano Condor. Ma adesso non è più tempo. Trent’anni dopo il genocidio voluto dal Fondo Monetario Internazionale, l’America Latina ha una nuova occasione storica sulla strada della decolonizzazione necessaria, indispensabile, ineludibile, inevitabile.
Una volta di più ?Festejen, uruguayos, festejen?.

Giulietto Chiesa, Giuliana, Florence

Giulietto Chiesa, in un articolo che trovate qui sostiene che ci sia una diretta relazione tra i rapimenti di giornalisti occidentali, soprattutto italiani e francesi, e linea politica dei governi in questione. Come se chi ha rapito Florence Aubenas stesse ricattando direttamente Jacques Chirac. E’ una tesi che non mi convince e credo che il messaggio sia molto diverso.

Considero l’articolo tra quelli meno riusciti di Giulietto Chiesa. Non credo in un disegno di … Leggi tutto

Dal Piano Condor ad Abu Grahib – Tutto conosciuto, tutto già visto

NON c’è nulla, veramente nulla, di quello che sta appena iniziando a circolare sull’Iraq che non sia stato già visto. Non c’è nulla che non sia stato studiato da chi si occupa del sistema di violazioni di massa dei diritti umani concepito ed esportato dagli Stati Uniti soprattutto in America Latina nell’età che va tra la rivoluzione cubana ed il reaganismo per l’imposizione del quale quel genocidio fu funzionale.

Forse in via Tasso, i francesi in Algeria, i sovietici, i cinesi, Menghistu, Saddam Hussein torturavano diversamente. Forse più artigianalmente, altrettanto orribilmente. Ma sulle torture irachene c’è il marchio di fabbrica della scuola statunitense, l’industrializzazione della tortura, lo stile della Scuola delle Americhe di Fort Benning. Lì quelle tecniche vengono insegnate da decenni a decine di migliaia di torturatori di decine di paesi. È sorprendente come nel fiume di commenti di questi giorni il Piano Condor, il piano statunitense di distruzione della democrazia in America latina attraverso la tortura di massa, il terrorismo di stato, l’assassinio e la sparizione di persone venga lasciato così in ombra. Terrorismo di stato e crimini di guerra si mescolano. Nei rapporti che stiamo leggendo si evince che fino al 90% dei prigionieri iracheni non ha rapporti con la resistenza. Allo stesso modo appena il 5% dei 30.000 desaparecidos argentini faceva parte di una sempre debole guerriglia.

Ogni tecnica svelata oggi, con ipocrita sorpresa, è già stata descritta nei vari Nunca más. “Mai più” e invece serve ancora. Tutto è già conservato negli archivi della memoria, decine di migliaia di testimonianze, tutto è nelle carte degli archivi del piano Condor. Tutti i dettagli sono già noti, dall’uso dei cani, allo stupro, alle tecniche di rastrellamento di civili e familiari di ricercati. È evidente che i torturatori in Iraq hanno studiato sugli stessi manuali sui quali studiarono gli Astiz o i Krassnoff.

Ogni tortura, ogni tecnica, ogni umiliazione che oggi viene presentata come episodica, invece non è mai lasciata all’inventiva sadica di ragazzotti dell’Ovest Virginia o del Sud Carolina o del Leicestershire. È studiata a tavolino, programmata, testata da menti criminali con molte stellette sulle spalline, da equipe mediche in grado di misurare il dolore fino all’abisso ma senza causare la morte, da psicologi raffinatissimi in grado di misurare il livello dell’umiliazione. I medici sono sempre presenti nelle camere di tortura. Fermano la mano un attimo prima del coma e collaborano a rianimare il detenuto per tornare a tormentarlo. Come i cecchini vengono pagati meglio per storpiare piuttosto che uccidere, così la tortura serve a restituire alla società uomini e donne prostrati, terrorizzati e incapaci di agire politicamente. Per tutta la vita.

Chi ha provato orrore per gli stupri etnici in Bosnia consideri che anche la violenza sessuale nella scuola di tortura statunitense non è lasciato al caso. Il militare non ha diritto di violentare per raptus come un lanzichenecco. Lo stupro è parte di un trattamento programmato e personalizzato. Ad altri toccano i cani o la corrente elettrica. Laura Aranguiz aveva 17 anni. Era solo un’adolescente di paese quando fu stuprata scientificamente nello Stadio Nazionale di Santiago dai tagliagole di Augusto Pinochet addestrati a Fort Benning. Né prima né dopo avrebbe più avuto rapporti sessuali né vita sentimentale ed è tuttora in trattamento psichiatrico.

A volte basta umiliare per un solo minuto una persona per distruggerla per sempre. Successe così ad un architetto cileno appena simpatizzante di Salvador Allende. Entrarono in casa e fu fatto denudare davanti ai sei figli. Non gli fu torto un capello ma il giorno dopo era precocemente imbiancato, non avrebbe più pronunciato verbo e mai più sarebbe tornato al suo paese.

Il ferire la mente più che il corpo non comporta grossi investimenti in innovazione per l’industria della tortura. Il ricatto e le lusinghe sono parte del gioco. In Iraq sono già stati resi noti episodi simili a quanto raccontato da Mario Villani, un fisico torturato all’ESMA dai marinai argentini. Fu fatto lavare e sbarbare dai suoi carnefici ed andarono a cena tutti insieme in un buon ristorante di Buenos Aires. Parlarono di calcio e di vacanze ma dopo cena gli stessi commensali tornarono a legarlo alla macchina. Dan Mitrione, il docente di tecniche di tortura che lavorava per la CIA in Centro America, in Brasile e infine in Uruguay, prima di essere giustiziato dai Tupamaros nel 1972, rivendicava la propria scienza: “fai sedere un uomo sulla più comoda poltrona del mondo. Non toccarlo ma obbligalo a non alzarsi. Impazzirà”. Chi scrive ha raccolto centinaia di testimonianze di vittime di tortura. Quasi tutti preferiscono essere picchiati selvaggiamente all’essere tenuti in piedi per giorni e giorni come avviene in Iraq o a Guantanamo. Tutti, nessuno escluso, affermano di temere la tortura più che la morte. La morte è un attimo, la tortura è per sempre.

Qualcuno si stupisce, qualcuno si addolora che per la prima volta perfino gli Stati Uniti siano stati coinvolti in tali aberrazioni. Altri -giorno dopo giorno sempre più giustificazionisti- si rallegrano ché la forza di una democrazia starà nel fare piazza pulita di poche mele marce. Tutto serve a non vedere e negare il sistema, l’arcipelago tortura come strumento di dominio, attraverso ascari come Videla o Ríos Montt o Suharto oppure direttamente come in Somalia o in Nicaragua ed oggi da Mazar i Sharif ad Abu Grahib o in quel gulag tropicale che è Guantanamo.

E la diffusione di foto non è trasparenza. Nell’era delle parabole sarebbe potenza di Internet e della tecnologia digitale se non vi fosse un altro elemento che resta oscurato. La forza è potere, il terrore è strumento di potere. Più posso incutere timore meno opposizione avrò. Non si può non notare che tutte le immagini note sono di fonte governo statunitense. Ci si dice che vengono filtrate perché comunque sarebbero presto rese pubbliche ma la sostanza resta: gli scatti finora noti sono stati tutti scelti dal Pentagono. Come in America Latina dove all’interno del Piano Condor la sparizione di persone fu teorizzata come terrore permanente, anche in Iraq l’esposizione del tormento è parte del tormento ed ammonimento futuro. Alla vista dei corpi, nella coscienza di ogni irakeno prevarrà l’indignazione o la paura? Li farà sollevare o prostrare? Ci si può domandare se lo scandalo internazionale nella mente dei neocons non sia un prezzo lucidamente o disperatamente pagato. Dalle nostre città possiamo permetterci l’indignazione, ma chi vive sotto l’occupazione, dopo l’indignazione deve fare una scelta personale e mettere a rischio la propria vita o scegliere di non metterla.

Forse oggi in via Tasso perfino Herbert Kappler terrebbe breafing quotidiani con la stampa. Può stupire allora – in questa storia lo stupore è particolarmente farisaico- che gli Stati Uniti non abbiano ratificato lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale e che quindi da George W. Bush giù giù fino alla signorina Lynndie England nessuno sia perseguibile come criminale di guerra?