Friday 25 May 2012, 06:29

Gli articoli con tag: " petrolio "

Frei Betto: l’Amazzonia ferita aperta del Brasile senza riforma agraria

brasilesemterra L’Amazzonia e il dramma dei Senza Terra dividono il partito di Lula il quale non può ripresentarsi alla presidenza. Due donne ministro si affrontano e spaccano il Partito dei Lavoratori offrendo alla destra la possibilità di vincere le elezioni 2010.

Dilma Rousseff, ministro dell’Economia, come Lula in galera e torturata dalla dittatura militare, è l’erede designata a succedergli; Marina Silva, già ministro dell’ambiente, cresciuta in Amazzonia alla scuola di Chico Mendes, ha lasciato il partito e sta per presentarsi con una lista Verde assieme a Gil, cantante famoso, ex ministro dello sport.

Rimproverano al fondatore del Pt di non aver risolto i problemi drammatici che angosciano milioni di brasiliani. Frei Betto spiega quali sono questi problemi.(domani)

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Aprite il portafoglio all’Afghanistan all’Abruzzo alla Guerra

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Una cartolina che ancora conservo, edita in poche copie, mostra una signora che sbatte in faccia sulle gradinate della Borsa di Milano, la sua sporta, ad un signore degli Affari e sotto in grande: o la Borsa o la Vita. Ognuno può leggerla questa frasetta come crede, io ci rido ancora oggi, avendo passeggiato 30 anni per quei Mercati e non solo finanziari, vedetela come un film del 1933, o come il motto del rapinatore, o come ne scrissi l’11 ottobre 2008.

Ma andiamo ad aprire il Portafoglio e a vedere cosa ci troviamo, intanto con un video sulle spese militari, che non è recente ma in compenso tratta di una spesa aumentata, non solo per comprare il pane. Ricevo un po’ di conti da Ugo Beiso, che mi risulta essere solo un tecnico dell’ Ansaldo oltre che un attivista dei Diritti Umani, contro la guerra.

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Venezuela: il fronte sempre caldo della disinformazione

Mi è stato segnalato questo articolo della Bbc del 10.7.2009, Venezuela imposes new media curbs. Curbs: imbrigliamento. Nell’articolo viene denunciato un attacco di Chavez alla libertà di stampa. L’articolo, che riporta unicamente i commenti delle opposizioni a Chavez, scrive che i canali Tv satellitari e via cavo considerati nazionali dovranno trasmettere i discorsi del presidente Chavez. Infine, ricordando quanto avvenuto a Rctv, scrive che questa legge sarà applicata a dozzine di enti televisivi internazionali.

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Honduras, dialogare con i golpisti è stata una pessima idea

foto_mat_23739 Dopo due giorni di conversazioni in Costa Rica tra la delegazione dei golpisti e quella del governo legittimo dell’Honduras, nella quale ognuno accusa l’altro di essere un criminale e di meritare di andare in carcere o peggio, le cose non si sono spostate di un centimetro. E non spostarsi di un centimetro vuol dire che i golpisti guadagnano terreno, si stabilizzano, guadagnano legittimità, vedono il fronte internazionale perdere unità d’intenti.

Tanto è vero ciò che i golpisti propongono un nuovo incontro tra otto giorni, un’eternità per chi in ogni angolo del paese da due settimane è mobilitato contro il golpe e, nonostante cresca e si radicalizzi la resistenza popolare, sta subendo i colpi sempre più duri della repressione. L’ultima su questo fronte è l’arresto da parte di un commando golpista di José David Murillo, pastore protestante, dirigente ambientalista ma soprattutto padre di Isis Obed Murillo, il ragazzo di 19 anni assassinato domenica scorsa.

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Nigeria, sabotati oleodotti Shell e Agip. L’ENI: "persa la produzione di 24 mila barili al giorno"

Militanti del MendIl Movimento per l’emancipazione del delta del Niger ha rivendicato due attacchi a oleodotti della Royal Dutch Shell e dell’Agip (Eni) nel delta del Niger. Mentre il presidente nigeriano Yar’Adua arriva in Italia per il G20 il cane a sei zampe torna nel mirino dei militanti.
”La piaga del sabotaggio – scrive il portavoce del Mend Jomo Gbomo – e’ scesa pesantemente sulle principali condotte di greggio della Shell e dell’Agip nello stato di Bayelsa”. "L’impianto Agip, che collega il terminale di esportazione di Brass della società, è esploso presso Nembe Creek, mentre l’oleodotto della Shell è stata attaccato vicino al villaggio di Asawo".

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Clima e ambiente: e se il posto migliore per il petrolio fosse sotto terra?

1602 Mentre al G8 dell’Aquila i grandi della terra raggiungono un accordo sul clima per il 2050, quando saremo tutti morti, un piccolo paese impoverito del Sud America, inverte il teorema per il quale i paesi poveri possono solo vendere materie prime sfruttando allo stremo il loro territorio. Per la nuova Costituzione dell’Ecuador che per la prima volta nella storia riconosce che anche la natura ha dei diritti, il posto migliore dove mettere il petrolio è lasciarlo sottoterra.

In Ecuador la conca amazzonica dello Yasuní è una delle più ricche di petrolio in prospettiva al mondo con quasi un miliardo di barili di petrolio di riserva. Ma è anche uno degli ecosistemi più delicati e importanti del pianeta e inoltre è popolato da indigeni che vedrebbero distrutta per sempre la loro maniera di vivere e le loro terre ancestrali. E allora si stanno domandando se i limitati guadagni dovuti allo sfruttamento di una materia prima non rinnovabile valgono la candela dell’impatto sociale, economico e ambientale di trivellare un’intera regione.

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Viareggio: Persone Lavoro Petrolio liquefatto

http://www.energia360.org/immagini/Distributori_gpl.jpg

Quanto segue  mi è stato inviato da Vittoria Oliva, ex dipendente Fs e dalla vita non facile, in pensione da tempo.

Condivido integralmente quanto scrive.

Doriana Goracci

GPL, ossia:
"Il nome deriva dal fatto che i componenti sono in forma gassosa a temperatura ambiente ed a pressione atmosferica, ma vengono liquefatti a pressione secondo una logica di economizzazione del loro trasporto. Il vantaggio che si ottiene è di aumentare la densità del gas di circa 250 volte, riducendo così l’ingombro a parità di massa (e quindi di energia producibile): questa logica rende possibile l’utilizzo di contenitori a pressione di dimensioni tutto sommato limitate. Per dare un esempio, una bombola da 40 dm3 di metano contiene circa 6 kg di gas, compresso a oltre 20 MPa (200 bar); una bombola di pari volume di GPL ne contiene circa 20; di conseguenza l’energia fornibile è circa 3 volte superiore". Chiaro che di bombe si tratta:

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Petrolio e Persone

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Stava finendo la giornata del 29 giugno 2009, come oggi il mese, quando è deragliato un treno che trasportava gpl, miscela di idrocarburi, gas di petrolio liquefatto. E’ esploso nella stazione di Viareggio, alle 23.50, provocando al momento 13 morti 35 feriti gravi 1.000  persone evacuate.

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Il Mend parla dell’amnistia di Yar’Adua.

Mend -Logo“L’offerta di amnistia è diretta ai criminali, non ai combattenti per la libertà”. Il Mend per accettare l’amnistia avanza le sue richieste: “Rilascio incondizionato di Henry Okah, programma di ritiro delle truppe, vero federalismo, aiuti ai civili e piani di sviluppo”. L’esercito annuncia un cessate il fuoco di 60 giorni.
L’offerta di amnistia presentata giovedì dal Presidente Yar’Adua ai gruppi armati della regione del delta del Niger comprende, oltre all’amnistia vera e propria, anche un programma di reinserimento dei guerriglieri e la promessa di liberare tutti i prigionieri legati allo scontro in atto nel Delta, forse perfino Henry Okah, leader del principale gruppo armato, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend). Nella notte tra giovedì e venerdì il Mend ha continuato a colpire le installazioni petrolifere delle multinazionali presenti nel Delta.

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La Nigeria esaurisce le scorte di greggio, raffinerie chiuse. Nuovo attacco del Mend alla Shell.

Due delle tre raffinerie nigeriane hanno chiuso, la terza ha scorte per 15 giorni. Attaccato gasdotto della Shell nel Rivers State. Jomo Gbomo scrive al Presidente russo Medvedev, arrivato oggi in Nigeria: “l’attacco di oggi celebra la sua visita”.Il Presidente Yar’Adua presenta la sua offerta di amnistia ai militanti.
Yar'Adua e MedvedevSi aggrava la crisi, i nodi vengono al pettine e diventa sempre più difficile la situazione dell’economia nigeriana e sempre più fragile la posizione del governo. Gli effetti della lotta dei militanti nel delta del Niger e la repressione attuata dal governo federale su di loro hanno già scosso le fondamenta della produzione del petrolio e del gas.
Ieri, il governo ha ammesso che non ha più greggio per le sue raffinerie e per il consumo locale.

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Riassunto degli ultimi giorni di lotta nell’Amazzonia peruviana.

da vaccamagra.blogspot.com

.Iquitos.

In preparazione del paro generale dell’11Giugno il Comitè de lucha indigena ha lanciato una vigilia culturale dalle 20.00 in Piazza 28 Julio.
L’intento è quello di sensibilizzare la gente, di condividere sprazzi di cultura loretana e di prepararsi per attuare i blocchi stradali dalla mezzanotte.
Noi siamo tra i primi ad arrivare e nell’attesa ci sediamo, scattiamo qualche fotografia e facciamo qualche ripresa .
Lentamente la piazza si riempe e la folla si dispone a mezzaluna di fronte al palco allestito per l’occasione.
Tra il pubblico ci sono tantissime famiglie, bambini, anziani, studenti e nativi.
Prima di dare il via alle esibizioni l’amico/presentatore del partito nazionalista fa un riassunto degli ultimi giorni di lotta; elenca le atrocità commesse dal Governo a Bagua, le violenze fisiche e ambientali di cui sono responsabili le grandi transnazionali del petrolio da quarantanni; inneggia al decentralismo e all’orgoglio del popolo della selva e dei nativi.
L’energia che sprigiona contagia la gente che risponde urlando Venceremos!
Gli artisti intanto fanno le prove dietro alla statua che sta alle spalle del palco.
Cantanti, mimi, poeti, ballerini. Giovani, anziani, donne e uomini.
Il primo gruppo ad esibirsi sono stati gli Shalom amazzonico che hanno diffuso nell’aria melodie tradizionali con chitarre tipiche simili a mandolini, flauti, tamburi e zampoñas, strumenti a fiato ricavati da bambù.
Li ha succeduti un signore di mezza età con barba e occhiali; chitarra al collo ha fatto un’introduzione calorosa testimoniando le lotte epocali dei popoli amazzonici per poi invitare la folla attenta ad accompagnare le sue parole in canto.
Gli accordi sono seguiti da una voce poderosa che intona El pueblo unido jamàs serà vencido!
L’atmosfera è quasi commovente dall’energia che unisce le persone cantanti; pensavamo che certi canti popolari fossero finiti con le morti dei Guevara e degli Allende, solo in quella piazza ci siamo resi conti di quanto tutte le lotte dei secoli passati siano ancora attuali.
Ci guardiamo intorno e osserviamo gli occhi dei presenti, raramente si vedono così brillanti e vivi. Ne siamo contagiati, gli occhi sono lucidi.
La loro lotta empaticamente la sentiamo nostra pur venedo da un altro continente, così diverso e così perso in se stesso.
Al Pueblo unido segue un’altra canzone/novella sulla terra e sul petrolio e per un istante in quell’uomo vediamo De Andrè.
La folla impazzisce quando viene attaccato con ironia il presidente Garcìa.
Intanto alle spalle sull’obelisco centrale della piazza viene issato lo striscione del Comitè de lucha indigena.
Al signore segue un mimo che fa gioire i bambini presenti.
Dopo di lui una coppia di ballerini proveniente dalla scuola d’arte di Chiclayo danza per la gente; eleganti si spostano da un lato all’altro del palco fingendo di baciarsi e facendo ridere maliziosamente il pubblico ad ogni incontro ravvicinato e platonico tra le loro labbra.
Passano un paio d’ore e il presentatore ringrazia i presenti e invita questi ultimi a fare un applauso per i ‘giornalisti italiani’ presenti. Ci indica.
Un po’ alla sprovvista per tanta attenzione rivoltaci ci alziamo e rispondiamo imbarazzati agli applausi dei 400 facendo un inchino impercettibile e toccandoci il petto in segno di riconoscenza e rispetto.
Prende la parola Miller Lopèz del Comitè che di fronte alle telecamere annuncia, come rappresentante, l’inizio del blocco.
Ribadisce l’intento decisamente pacifico della mobilitazione, invita a non cadere nelle provocazioni della polizia e dei militari e a non compiere atti vandalici nella paralizzazione di Iquitos.
Esprime il concetto della lotta per la propria terra dichiarando invincibile l’anima della gente nativa, dicendo che le morti e gli assassinii di Stato non fanno altro che rinforzare la lotta popolare.
Vengono prese pubblicamente le difese del lìder indigeno Alberto Pizango.
La piazza lancia unita un unico grido: Alan (Garcìa) Loreto ti ripudia! La selva non si vende, la selva si difende!
Intanto si organizzano i picchetti per bloccare le strade e dopo breve parte un corteo improvvisato dietro allo striscione del Comitato di lotta.
Ad aprire il corteo, ancor prima dello striscione, c’è un uomo che ha superato i 50 con un’asta spessa di legno lungo circa quattro metri; attaccata all’asta una grande bandiera del Perù e una bandiera nera che manifesta il lutto popolare per i 200 e più tra morti e desaparecidos di Bagua e per i 24 poliziotti la cui morte è dovuta all’irresponsabilità e alla corruzione morale del governo.
Il corteo si muove spedito e si ingrossa strada facendo; la gente applaude dalle finestre, i partecipanti urlano orgogliosi e irati.
E’ un grande serpentone illuminato dai ceri portati dalle persone in segno di lutto.
La manifestazione è calda, molto calda.
Arriva la polizia. Due cordoni scortano ai lati ad estrema vicinanza i manifestanti che continuano nel percorso come se non esistessero.
La polizia non è il caso che rischi perchè la presenza della stampa è massiccia e la gente presente è disposta a tutto per rivendicare la propria esistenza.
Tutto scorre tranquillamente.
La mobilitazione continua fino ad arrivare nella centralissima Plaza das Armas per poi tornare in Piazza 28 de Julio.
Qui si dà appuntamento nella stessa piazza per il giorno sucessivo alle 15.00 per la grande manifestazione in programma in favore dei nativi e con i nativi.
Molti tornano a casa verso l’una, le due di notte; alcuni altri occupano le strade giocando a calcio o cucinando pollo e banane alla griglia.
Altri si fermano a chiacchierare condividendo qualche fetta di pane e qualche focaccia.
Ci sediamo sui gradoni ai piedi della statua e conversiamo con una signora; ci racconta gli anni della dittatura di Fujimori, ci parla dei desaparecidos, dei tradimenti nella lotta popolare..dei tradimenti di coloro che alla coerenza delle idee hanno preferito la corruzione politica; ci narra della repressioni, dell’esercito che ha visto sparare sulle folle, ci parla anche di quando per salvare la vita sua e della famiglia ha puntato una pistola alla schiena di un poliziotto che era venuto per saccheggiarle la casa e per intimidirla.
Ci parla dei compagni che continuano a lottare al fianco del popolo e che hanno per questo perso il lavoro, ora dormono per strada. Ci avverte di quanto questi ultimi siano sempre i primi a metterci la faccia.
E cita quelli che una volta erano compagni ed ora sono dall’altra parte della barricata.
Ci avverte anche del rischio che questa lotta per la sopravvivenza possa essere utilizzata da terzi per i loro squallidi giochi politici: La lotta indigena non è politica.
Non trattiene le lacrime, la voce è forte e vibrante allo stesso tempo. Nonostante tutto la sua fiducia è forte come la sua combattività.
Ci contagia.
Ci salutiamo dandoci appuntamento per la mattina quasi alle porte e continuiamo camminando per la città.
Incrociamo un blocco di una decina di persone legate alla Chiesa; la signora con cui parliamo è polacca ed è in mezzo ad un incrocio in Plaza das Armas.
Le chiediamo quale sia la posizione della Chiesa riguardo al blocco.
Ci risponde che i vertici non si schierano, che le scuole cattoliche non chiudono, che i preti di Iquitos (tutti stranieri) non si interessano e al massimo si fanno da intermediari.
Lei è la prima ad accusarli, dice che in Perù è quasi tutto in mano all’Opus Dei.
E’ testimone di quanto siano ignavi coloro che la precedono nella piramide, attacca il Vaticano accusandolo di conservatorismo e immobilismo e un tal cardinale spagnolo che pochi giorni prima ha dichiarato che l’aborto è peggio della pedofilia.
Ma ci parla anche di padre Mario Bartolini che a Bagua aveva aperto Radio La Voz; il Governo lo vuole espellere dal paese, lo accusa di aver istigato i nativi alla rivolta, lo accusa addirittura di terrorismo e gli chiude la radio. Lui continua nella sua battaglia al fianco degli abitanti di Bagua.
La salutiamo, andiamo a casa per ricaricare le batterie della macchina fotografica e della videocamera e dopo un’ora torniamo in piazza aspettando l’alba e la giornata di lotta.
Qui alcuni studenti che stanno bloccando un’arteria cittadina ci invitano alla Casa del Maestro per parlare con Apu Marco Polo Ramirez Arahuanaza, rappresentante della Tribù Ashuar di Andoas.
Lo incontriamo e ci presentiamo.
Lineamenti duri, pelle scura, braccia forti e capelli lunghi, lisci e neri. Non può uscire dalla casa del Maestro perchè come rappresentante indigeno ha sulla sua testa un mandato d’arresto. Nonostante questo ci conferma la sua presenza alla manifestazione insieme a nativi Boras, Cocamas, Yahuas, Aguajun, Shawis e Ticunas.
E’ sotto processo per i fatti di Andoas: Una comunità di 800 persone, vittime da quarantanni dei soprusi di Pluspetrol (corporation argentina), costrette a pescare e cacciare in territorio equadoregno, dopo avere visto le proprie acque contaminate dall’oro nero e i propri animali morire avvelenati, hanno deciso nel Maggio del 2008 di ribellarsi.
Hanno bloccato l’afflusso del greggio sabotando i gasdotti e occupato l’aereoporto; ne sono seguiti scontri con la polizia che, come a Bagua, non ha esitato ad aprire il fuoco.
Negli scontri è morto un poliziotto.
Marco Polo, come John e Josè Fachin, è accusato d’omicidio pur essendo stato fermato e detenuto (negli uffici di Pluspetrol) 24 ore prima dell’accaduto; rischia 23 anni di carcere ed è iniziato il processo giusto in questi giorni.
La comunità di Andoas, al confine con l’Equador, è stata la prima a ribellarsi ed è stata da esempio per le grandi lotte unitarie di cui sono protagonisti oggi i nativi della selva e delle Ande.
Per questo per loro sono previste pene esemplari. Intanto gli hanno bloccato ogni sorta di finanziamento proveniente dalle organizzazioni native e non.
Chiacchieriamo con Marco Polo e Josè Fachin per un’ora; facciamo la colazione comunitaria a base di te bollente con latte, anice e pane secco nella Casa del Maestro.
Nel frattempo arrivano molte persone e ci si organizza per continuare i blocchi e per fare un piccolo corteo per continuare nella sensibilizzazione.
Miller Lopèz del Comitè apre la piccola marcia.
Sono una trentina di persone, come più o meno ad ogni blocco.
Ci si apposta ad un incrocio per fermare i pochi mototaxi che stanno facendo i krumiri; in men che non si dica arriva un pick-up della polizia.
Si cambia incrocio e si gioca al gatto col topo. Lenti ma non fermi si passa da incrocio ad incrocio.
Passa così la mattinata che nonostante tutto scorre tranquilla; il traffico insostenibile, a cui ormai ci siamo abituati, oggi ha una pausa.
La grandissima maggioranza delle attività commerciali è restata chiusa per solidarietà e moltissimi mototaxi quest’oggi non sono in servizio.
Non c’è quasi bisogno dei blocchi perchè la solidarietà dei cittadini sembra essere totale.
Non ce l’aspettavamo.
Alle 15.00 ci concentriamo in Plaza 28 de Julio; alla spicciolata si riempie fino a partorire persone anche sulle strade laterali.
Decine di striscioni e di cartelli con frasi emblematiche, molti nativi, migliaia di persone e anche molti poliziotti. Nell’andare in piazza ci imbattiamo anche con un plotone dell’esercito che marcia rigidamente.
Si aspetta che l’affluire continuo di gente abbia fine per cominciare il corteo aperto sempre dal Comitè.
Alle 16 si parte.
Ai lati, alla testa e alle spalle è dispiegata la polizia in assetto antisommossa.
Ci si imbocca per Avenida Prospero e al primo incrocio ci fermiamo per misurare la lunghezza del serpentone umano. Bisogna attendere più di dieci minuti perchè finisca.
Dopo aver percorso le principali vie della città e il mercato di Belem torniamo in piazza.
Qui prendono parola tutti i rappresentanti indigeni che prima si rivolgono alla folla in Quechua e altre lingue per poi farlo in castigliano (non tutti).
Si chiede rispetto per la propria cultura e la propria terra, si chiede giustizia e dignità, si chiede l’abrogazione di tutti i decreti sulla selva (non solo del decreto 1090 e 1064) e si annuncia un blocco generale in tutto il Perù per il 7, l’8 e il 9 Luglio.
Ascoltare i nativi è toccante, ascoltare la loro rabbia degna è una scossa di vita.

.Domenica 21 Giugno 2009.


Perù, “The Independent”: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”

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Il quotidiano britannico “The Independent” titola stamane in prima pagina: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”. Di seguito l’agenzia APCOM con tutta la storia. Dove sono i politici e i giornali sempre pronti a bacchettare i governi integrazionisti latinoamericani non per i crimini che (eventualmente) commettono ma per le spoliazioni che impediscono?

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Sull’agenda informativa

Mi si permetta una breve riflessione. L’agenda informativa mainstream è tutta orientata sull’Iran e su Berlusconi. Quella di questo sito da giorni vede al centro i fatti dell’Amazzonia.

Chi stabilisce che la democrazia in Iran sia più importante della democrazia in Perù? Chi stabilisce che i diritti umani in Iran siano più violati che in Perù dove da almeno un quarto di secolo si governa democraticamente ma con un indice di approvazione sotto il 20%? Chi stabilisce che la biodiversità dell’Amazzonia sia meno importante del petrolio del Golfo Persico? Libero arbitrio, può essere. Più semplicemente ognuno ha il proprio specifico.

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Ken Saro Wiwa, giustizia è fatta

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La Shell ha patteggiato, ed ha accettato di pagare 15 milioni e mezzo di dollari per risarcire la famiglia dello scrittore ed attivista nigeriano Ken Saro Wiwa e di altri 8 suoi compagni.

Ken, che aveva scritto a lungo sui soprusi subiti dal suo popolo Ogoni ad opera delle multinazionali del petrolio, fu impiccato come un ladro senza processo e dopo isolamento e torture.

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Da Iquitos (Perù), un testimone italiano della lotta degli indigeni contro il governo fondomonetarista

Qui a Iquitos, capoluogo della regione amazzonica di Loreto (la più estesa del Perù), dopo la mattanza del 5 Giugno a Bagua, il Comitato della lotta indigena ha indetto un’ assemblea in data 6 Giugno presso la Casa España alla quale hanno partecipato delegati e rappresentanti della popolazione iquiteña, tra questi; sindacati, partiti politici, ong, organizzazioni universitarie, intellettuali, giornalisti (pochissimi) e gente comune.
Tra i presenti la commozione e il desiderio di reagire e di ottenere giustizia era ed è fortissimo.
Al tavolo, come relatori, erano seduti Miller Lopez Santillane e Maritsa Ramires in rappresentanza del Comitato de lucha indigena.

Guarda il video con le testimonianze dei massacri e leggi il commento di Gennaro Carotenuto e l’intervista di Annalisa Melandri a Ismael León Arías.

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