Thursday 09 February 2012, 07:05

Gli articoli con tag: " Pepe Mujica "

Un’utilitaria elettrica per il presidente Mujica

pepe Rivelata l’auto con la quale Pepe Mujica si recherà dal Palazzo Legislativo a Piazza Indipendenza di Montevideo alla cerimonia con la quale il primo marzo entrerà in carica come presidente dell’Uruguay.

E’ un’utilitaria di produzione cinese trasformata in auto elettrica da una piccola impresa locale, la Renovables S.A.

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Le forze progressiste in America Latina godono del consenso popolare

In America Latina vincono e rivincono le forze progressiste. Le ultime elezioni in Bolivia ed Uruguay ci confermano questo. Le masse popolari, escluse ed umiliate nei decenni trascorsi dalle oligarchie servili, riprendono la parola. Il processo di cambiamento nell’ex continente desaparecido è in marcia.

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Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente, “il mondo alla rovescia”

pepe Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.

E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.

Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”.

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Un guerrigliero come presidente. Pepe Mujica trionfa in Uruguay

Mujica

 

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Elezioni in Honduras e in Uruguay; la nostra America e la loro

tapa250 fsp091127 Poche volte come accadrà questa domenica una coincidenza elettorale ha messo a confronto in maniera così evidente due maniere inconciliabili di intendere la democrazia e le sorti di un continente.

Da una parte, in Uruguay, si vota in pace, libertà e perfino in allegria e sarà presidente l’ex guerrigliero Pepe Mujica che afferma che la sua presidenza avrà l’uguaglianza come asse centrale.

Dall’altra, in Honduras, cinque mesi dopo il golpe del 28 giugno, si tengono elezioni farsa che saranno riconosciute solo dagli Stati Uniti e pochi paesi satellite. È la testimonianza che al Dipartimento di Stato pensano che solo con un nuovo ciclo di dittature, mascherate da “democrazia protetta” alla franchista, in America latina si può fermare l’onda integrazionista.

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Uruguay, la sinistra perde, la sinistra vince

Mujica Con appena 30.000 voti considerati “da revisionare” il quadro delle elezioni parlamentari è praticamente definitivo e dà al Frente Amplio (la coalizione di centro sinistra fondata il 5 febbraio 1971 da Líber Seregni) la maggioranza parlamentare per la seconda volta nella storia del paese.

Se da una parte per la sinistra uruguayana c’è il campanello d’allarme della mancata vittoria al primo turno di Pepe Mujica (47.4%) e la bocciatura del referendum sull’impunità, tali segnali sono controbilanciati dal mantenimento della maggioranza assoluta in parlamento.

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Pepe Mujica presidente: una domenica contro l’impunità e per il futuro dell’Uruguay

mujica-OB_1 Domenica tre milioni di cittadini della riva orientale del Río de la Plata saranno chiamati a votare per il presidente della Repubblica che succederà a Tabaré Vázquez, il primo di centro-sinistra, e per cancellare la vergogna dell’impunità ai militari che torturarono il paese negli anni ’70 fino all’85.

Tutto si tiene perché viene il tempo di Pepe Mujica, l’ex-guerrigliero tupamaro, a lungo prigioniero politico, che con ogni probabilità sposterà ancora più a sinistra l’asse del paese. È lui infatti il favorito e con un colpo di reni potrebbe vincere già al primo turno.  

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Pepe Mujica

Pepe

Circondato dalle bandiere del Frente Amplio Pepe Mujica, ex guerrigliero tupamaro, sarà il candidato presidenziale della sinistra alle elezioni di fine ottobre.

Honduras, Uruguay, Argentina, domenica di democrazia in America latina

Pepe Mujica Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.

Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.

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Un tupamaro presidente? Cresce il vantaggio del Pepe Mujica per le elezioni uruguayane

pepe Pepe Mujica (nella foto) è in grande vantaggio per le primarie del 28 giugno prossimo e per le elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Mujica, 75 anni, ex dirigente della guerriglia dei Tupamaros, attiva in Uruguay tra la fine degli anni ‘60 e la metà degli anni ‘70, e quindi per 13 anni ostaggio della dittatura militare fondomonetarista (1973-1985) 75 anni, è stato Ministro dell’Agricoltura e dell’Allevamento dal 2005 al 2008.

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Uruguay, lo que el Sur le enseña al Norte

Así Tabaré Vázquez es desde hoy el Presidente de los Orientales. El Uruguay tiene un gobierno de izquierdas y se termina para siempre una alternancia entre los partidos tradicionales que ha durado 170 años. Tabaré está así en el cargo al término de un día que es la apoteosis del consenso popular al gobierno frenteamplista ?que desde hace 15 años administra y bien la capital Montevideo- y está llamado como pocos gobernantes en la historia a un cambio tan radical.


Y Tabaré en un discurso políticamente alto como pocas veces ha pasado de escuchar, confirma las aspiraciones de todo un pueblo. La llave de todo está una vez más en la construcción de la Patria Grande, de aquel contexto regional al cual constantemente llama Hugo Chávez y al cual con cada vez más conciencia más países latinoamericanos se reconducen.


En esto va la primera enseñanza que el Sur hoy es capaz de darle al Norte. La construcción europea fría, hecha por leyes económicas neoliberales escritas en Maastricht y sancionadas por el abortito del tratado constitucional, ni apasiona ni defiende Europa desde los desafíos del siglo XXI. Esta ha construido un gran mercado interno y ahora se niega en beneficiar de las ventajas que desde el mercado interno pueden realizarse. La nueva América Latina, con sus caminos difíciles debidos a la dominación imperial estadounidense, lee claramente que el futuro será común o no será. En esto hay quien corre más, Chávez, y quien menos, Lula, que busca aún el espejismo de una construcción del solo ?continente Brasil?, y sin embargo no se sustrae al destino manifiesto de la Patria Grande.


Sin embargo no es todo. Con respecto a 1999, cuando Tabaré llegó a un paso de la elección, el contexto regional es infinitamente más favorable. Las recetas neoliberales fracasan y retroceden en todo el continente. Fracasan económicamente y retroceden políticamente. El imperio está todavía dispuesto a utilizar violencia y terrorismo pero está herido. El desarrollo desigual descrito por Theotonio Dos Santos está en pié, y sin embargo la energía venezolana ?política antes que petrolera- es un motor incansable que lleva el entusiasmo de una radicalidad necesaria que quiere decir antes que nada salud, educación, soberanía, descolonización.


El amor con el cual cientos de miles de orientales se han asomado en las calles antes que nada para abrazar Chávez, Kirchner y Lula indica una vez más a Tabaré el camino regional. La ilusión batllista de la pequeña patria ?una ilusión que está aún presente incluso en la izquierda- de la Suiza de América, está a las espaldas de un país que todavía no absorbió el choque de las muertes por hambre en el país donde más carne roja se come en el mundo. El futuro es latinoamericanista como afirma el director de TvSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. Y el nacimiento de TvSur es un pasaje decisivo en las descolonización de las conciencias, el primer proyecto contrahegemónico en materia de comunicación en la historia del continente rebelde.


El primero de marzo montevideano quiere decir muchas cosas. El hielo de la política europea queda en la sombra frente a una política que calienta los corazones y convence las mentes y mira y siembra futuro. El objetivo final es aquello de la segunda independencia, de la descolonización, del fin del imperialismo. La misma ceremonia, en su sencillez de gran fiesta popular, ha dicho muchas cosas. El gran anfitrión ha sido un hombre que en su vida ha celebrado muy pocas ceremonias. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, durante nueve años torturado en un pozo por la dictadura fondomonetarista, jefe hoy del primer partido político del país, Presidente del Senado y desde mañana Ministro ha visto Tabaré jurar en sus manos. La relación que el Pepe Mujica tiene con su pueblo es la gran victoria del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, que desde las cámaras de tortura llegó hoy a ser gobierno.reivindicando y no abjurando su pasado. No son los ?terroristas? tupamaros los derrotados, los que tienen que avergonzarse por su pasado. Son los gobiernos fondomonetaristas, el FMI mismo, que han llevado hambre, muerte y destrucción en la exSuiza de América los que hoy dejan el escenario cubiertos de deshonor.


La dignidad insurrecta de los tupamaros triunfa, el Frente Amplio triunfa y hoy es mayoría en el país, la avidez neoliberal es derrotada y recula, siempre peligrosa, pero como nunca desacreditada.


La seriedad expeditiva de los uruguayos ha simplificado el ritual, y también en las formas hay el sentido de la democracia que lentamente está triunfando. Todos los huéspedes, ministros, jefes de estado, han sido levantados por 4-5 ómnibus en los pasajes entre el Palacio Legislativo y la Casa de Gobierno, a través de los cientos de miles de personas que han llenado la Avenida Libertador. Todos, desde Lula al Príncipe Felipe de Borbón a Nestor Kirchner, se han acomodado amistosamente en los pullman de la empresa EGA, los mismos que van y vienen cotidianamente entre Montevideo y Porto Alegre en la búsqueda de otro Sur posible. Todas las delegaciones menos una han salido en los ómnibus, la estadounidense, que ha ostentado su Zigulí blindada como la de Al Capone para no mezclarse con las otras delegaciones y que ya empezado en mostrarse antipatizante hacia el gobierno popular, en un país donde era ?la embajada?, la que daba órdenes a los cortagargantas del Plan Condor. Pero ya no es tiempo. Treinta años después del genocidio impuesto por el Fondo Monetario Internacional, América Latina tiene una nueva ocasión histórica en el camino de una descolonización necesaria, indispensable, ineludible, inevitable.


Una vez más: ?Festejen, uruguayos, festejen?.

Uruguay: quello che il Sud insegna al Nord

Dunque Tabaré Vázquez è da oggi il Presidente degli Orientali. L’Uruguay ha un governo di sinistra e finisce per sempre un’alternanza tra i partiti tradizionali durata 170 anni. Tabaré è dunque in carica al termine di una giornata che è un’apoteosi del consenso popolare al governo frenteamplista ?che da 15 anni amministra e bene la capitale Montevideo- ed è chiamato come pochi governanti nella storia ad un cambio radicale.
E Tabaré, in un discorso politicamente alto come poche volte era capitato di ascoltare, conferma le aspirazioni di tutto un popolo. La chiave di tutto è una volta di più la costruzione della Patria Grande, di quel contesto regionale al quale costantemente si richiama Hugo Chávez e al quale con sempre maggiore coscienza più paesi latinoamericani si richiamano.
In questo va il primo insegnamento che il Sud oggi dà al Nord. La nostra costruzione europea fredda, fatta di leggi economiche neoliberali scritte a Maastricht e sancite con l’abortino del trattato costituzionale, né ci appassiona né ci difende dalle sfide del secolo XXI. Abbiamo costruito un grande mercato interno e poi neghiamo a noi stessi il beneficio dei vantaggi che dal mercato interno possono derivarci. La nuova America Latina, con i cammini tortuosi dovuti alla dominazione imperiale statunitense, legge chiarissimo che il futuro sarà comune o non sarà. In questo c’è chi corre di più, Chávez, e chi meno, Lula, che è irretito dal miraggio di una costruzione del solo ?continente Brasile?, ma comunque non si sottrae al destino manifesto della Patria Grande.

Ma non è tutto. Rispetto al 1999, quando Tabaré mancò l’elezione per pochi punti, il contesto regionale è infinitamente più favorevole. Le ricette neoliberali falliscono e retrocedono in tutto il continente. Falliscono economicamente e retrocedono politicamente. L’impero è ancora disposto a usare violenza e terrorismo ma è ferito. Lo sviluppo diseguale descritto da Theotonio Dos Santos è in piedi, ma l’energia venezuelana ?politica prima ancora che petrolifera- è un motore oramai instancabile che trascina con l’entusiasmo di una radicalità necessaria che vuol dire innanzitutto salute, educazione, sovranità, decolonizzazione.
L’amore con il quale centinaia di migliaia di orientali hanno affollato le strade innanzitutto per abbracciare Chávez, Kirchner e Lula indica una volta di più a Tabaré il cammino regionale. L’illusione batllista della piccola patria, della Svizzera d’America, è per sempre alle spalle in un paese che non ha ancora assorbito lo choc delle morti per fame nel paese dove più carne si consuma al mondo. Il futuro è latinoamericanista come ricorda il direttore di TeleSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. E proprio la nascita di TeleSur è un passaggio decisivo nella decolonizzazione delle coscienze, il primo progetto controegemonico in materia di comunicazione nella storia del continente ribelle.
Il primo marzo montevideano vuol dire molte cose. Il gelo della politica europea è superato da una politica che scalda i cuori e convince le menti e guarda e semina futuro. L’obbiettivo finale è quello della seconda indipendenza, della decolonizzazione, della fine dell’imperialismo. La stessa cerimonia, nella sua semplicità da grande festa popolare, ha detto molte cose. Il gran cerimoniere è stato un uomo che di cerimonie nella vita ne ha celebrate ben poche. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, per nove anni torturato in un pozzo dalla dittatura fondomonetarista, capo oggi del primo partito politico del paese, Presidente del Senato e da domani Ministro ha visto Tabaré giurare nelle sue mani. Il rapporto che il Pepe Mujica ha con il popolo è la grande vittoria del Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, che dalle camere di tortura è oggi governo rivendicando e non abiurando il proprio passato. Non sono i ?terroristi? tupamaros gli sconfitti, quelli che devono vergognarsi del loro passato. Sono i governi fondomonetaristi, l’ FMI stesso, che hanno portato fame, morte e distruzione nella ex-Svizzera d’America quelli che escono di scena coperti di disonore. La dignità insorta dei tupamaros trionfa ed è oggi maggioranza nel paese, l’avidità neoliberale è sconfitta e rincula, sempre pericolosa, ma come mai screditata.
La serietà spiccia degli uruguayani ha semplificato il rituale, ed anche nelle forme c’è il senso della democrazia che lentamente sta trionfando. Tutti gli ospiti d’onore, ministri, capi di stato, sono stati caricati in 4-5 autobus nei passaggi tra il Palazzo Legislativo e la Casa del Governo, attraverso le centinaia di migliaia di persone che hanno affollato l’Avenida Libertador. Tutti, da Lula al Principe Felipe di Borbone a Nestor Kirchner, si sono accomodati amichevolmente su quei pullman dell’impresa EGA, gli stessi che fanno la spola quotidianamente tra Montevideo e Porto Alegre alla ricerca del nuovo Sud possibile. Tutte le delegazioni meno una sono salite su quei pullman, quella statunitense, che ha ostentato la Zigulí blindata di Al Capone per non mescolarsi con le altre delegazioni ed ha già iniziato le sue schermaglie di inimicizia verso il governo popolare, in un paese dove ?l’ambasciata? dettava gli ordini ai tagliagole del Piano Condor. Ma adesso non è più tempo. Trent’anni dopo il genocidio voluto dal Fondo Monetario Internazionale, l’America Latina ha una nuova occasione storica sulla strada della decolonizzazione necessaria, indispensabile, ineludibile, inevitabile.
Una volta di più ?Festejen, uruguayos, festejen?.